Da Lombard Street con furore. Un commento al rapporto Oxfam

rapporto Oxfam

Già nel 2014 The Economist inaugurava il suo “crony-capitalism” index, ossia una misura dell’incidenza del capitalismo selvaggio sulle nostre economie1. Il giornale britannico notava come una quota consistente dei redditi da capitale fosse da ascrivere ad una forma di capitalismo corrotto, che si appoggia allo Stato per perpetuare i suoi privilegi su fattori della produzione scarsi. In particolare, con una misura assai conservativa del grado d’inselvatichimento del capitalista2, rilevavano come più del 20% della ricchezza dei miliardari dei paesi sviluppati e ben il 60% della ricchezza dei loro omologhi del Terzo Mondo avesse un’origine non riconducibile al merito individuale.


Oxfam, organizzazione internazionale impegnata da tempo nella denuncia dell’aggravarsi delle disuguaglianze di reddito e ricchezza su scala globale, ha recentemente pubblicato il suo rapporto annuale “Un’economia per il 99%”3. Nulla di nuovo sul fronte occidentale: le disuguaglianze sono sempre più marcate, il divario tra i più ricchi e i più poveri si sta approfondendo, i profitti consegnati agli azionisti sono sempre di più, i salari sono sempre più compressi mentre il potere contrattuale dei lavoratori sta cadendo a livelli ottocenteschi. Alcuni dati danno la dimensione del dramma umanitario: 21 milioni di persone sono costrette in regimi di lavoro forzato che generano profitti per più di 150 miliardi annui; sul costo di un iPhone, circa il 60% finisce in profitti, mentre solo il 5.8% rappresenta il costo del lavoro, con Apple che è già stata oggetto di accuse di sfruttamento nei suoi stabilimenti cinesi, dove gli operai si alternano su turni di 12 ore sotto un aspro regime di controllo e disciplina. Tra i molti aspetti interessanti del rapporto, l’organizzazione ha rivisto i calcoli dell’Economist, stimando che ben il 43% della ricchezza dei miliardari può essere ascritta a rapporti privilegiati con il potere, mentre più di un terzo deriva da accumulazione precedente, ossia per via ereditaria.

Un elemento emerge costantemente dalla riflessione sulle disuguaglianze: che non c’è niente di automatico, niente di liberale, niente d’inevitabile nella miseria. L’allocazione dei beni, sia a livello nazionale che a livello internazionale, è oggetto di scelta politica e non di qualche processo di massimizzazione. Non esistono sistemi economici ottimali. Esistono sistemi con vincitori e vinti. E spetta alla politica distinguere. Questo chiaro insegnamento lo possiamo trovare in David Ricardo e Piero Sraffa: la ripartizione del surplus non è a-problematica, non è legata alla produttività marginale, ma è il risultato del conflitto tra salariati e capitalisti: «Supponendo che il grano e le merci manufatte si vendano sempre allo stesso prezzo, i profitti saranno elevati o bassi a seconda che i salari siano elevati o bassi»4. Questo per la disuguaglianza interna ad ogni paese. Per quanto riguarda i differenziali tra paesi, Ricardo non è affatto d’aiuto. Per il luminare britannico, la ripartizione del surplus a livello internazionale segue la statica dei vantaggi comparati, ossia distribuisce internazionalmente il lavoro nel modo più efficiente, favorendo la specializzazione di ogni paese nel campo in cui sia relativamente più bravo dei suoi partner commerciali. Il libero flusso di oro e argento s’incarica di organizzare questa divisione internazionale del lavoro. Di fatto, la visione di Ricardo è quella di un sistema perfezionato di baratto, a beneficio delle manifatture di Manchester. Ricardo, come Smith prima di lui, ignora «le grandi invenzioni, le disparità dei livelli di sviluppo che hanno permesso le colonizzazioni, le immense migrazioni di popoli verso il nuovo e nuovissimo continente, le grandiose esportazioni di capitale per investimento nei paesi nuovi»5 Più interessante l’approccio di Marcello de Cecco, che afferma chiaramente come i vantaggi comparati non siano un dato, ma siano da acquisire. Acquisirli è compito dello Stato, con politiche industriali, macroeconomiche, commerciali – alla bisogna, anche protezionistiche.

Parlare di disuguaglianza internazionale significa parlare di politica dello sviluppo, di vincitori e vinti, di complementarietà. Seguendo Friederich List, De Cecco rileva come la rivoluzione borghese inglese non può essere esportata, che uno Stato deve proteggere la sua industria nascente e che nell’Europa temperata solo un’industria manifatturiera con elevati rendimenti di scala può offrire un sentiero di sviluppo. Spetta alla zona torrida, ossia quella stretta tra i due tropici, attorno all’Equatore, darsi all’agricoltura e alla produzione di materie prime, donde la sua complementarietà e dipendenza coloniale dall’Europa. La dicotomia è tra sviluppati e sottosviluppati. E per non diventare come i secondi, converrà un certo grado di protezionismo, un ruolo attivo della politica: «List non è il protezionista ad oltranza che si vuol dipingere. È uno studioso che ha capito che il liberoscambismo non è una verità rivelata, ma solo una politica economica, che conviene, nel periodo in cui egli vive, all’Inghilterra ma non agli altri Stati, i quali, se vogliono evitare di cristallizzare il proprio rapporto di dipendenza con l’economia inglese e godere i frutti della modernizzazione, devono associare protezionismo e corporativismo, saltare la rivoluzione borghese, basare il proprio sviluppo sull’intervento dello Stato, su una certa dose di autarchia, infine sulla creazione di un rapporto gerarchico con le economie dei paesi della zona torrida»6.

Questa lunga digressione teorica è funzionale a dare sostanza ai nuovi dati del rapporto Oxfam, dove l’elemento più importante non è forse la disuguaglianza interna ai singoli paesi, un fatto certo non nuovo, ma la crescente disuguaglianza internazionale. I paesi sottosviluppati restano tali e sono oggetto di colonialismo di ritorno. Forse il fatto più impressionante di questi ultimi trent’anni riguarda l’appropriazione di terreni agricoli nel Terzo Mondo da parte delle maggiori imprese del mondo sviluppato e di quei pochi paesi in via di contraddittorio arricchimento. Il land grabbing è in crescita. Ne ha già parlato la sociologa Saskia Sassen nel suo saggio “Espulsioni” (recensito di recente su questo sito), e il rapporto Oxfam ribadisce la dimensione del fenomeno: la proprietà agricola familiare di sussistenza è diminuita del 7,3% tra gli anni Novanta e il primo decennio del 2000; inoltre, il 59% dei nuovi accordi riguarda terre comuni di piccoli assembramenti umani, portando ad una nuova forma di enclosures, latifondi a scopo commerciale. Il risultato: l’espulsione di milioni di persone dalla terra che li sostiene7.

Il ruolo dello Stato in tutto ciò è centrale. Statali sono le acquisizioni di terra cinesi nell’Africa subsahariana. Di Stato è il capitalismo vietnamita che porta alla militarizzazione del lavoro di fabbrica nei compound delle grandi case occidentali. Allo Stato si appoggia lo sfruttamento latinoamericano della terra. Di Stato è il finanziamento di questi movimenti da parte delle economie del primo mondo, che dirigono l’orchestra con i movimenti di capitale. All’interno di ogni paese, poi, lo Stato perde l’apparente compattezza teorica degli affari internazionali, e protagonisti diventano i grandi azionisti, i redditieri, i grandi manager. Quelli che possono beneficiare dei ritorni sul capitale dell’11% non sono certo i risparmiatori comuni, ma gli ereditieri di Long Island certamente, appoggiandosi ai manager degli hedge fund di Lombard Street e forse a qualche paradiso fiscale in un Domain della Corona britannica8. Una rete di contatti a tutti i livelli favorisce questa classe nella sua opera sistematica di spoliazione, il sistema finanziario ricompensa questo comportamento e premia il direttore esecutivo che riesce a garantire i massimi ritorni nel breve termine comprimendo il costo del lavoro e cercando di pagare meno tasse possibili.

In conclusione, la disuguaglianza crescente è un metro di salute non solo delle nostre società e delle nostre democrazie, ma anche delle teorie che pretendono di descriverle. Qui non stiamo parlando di economia di mercato, dove, con un certo grado di automatismo, attraverso una serie di collegamenti orizzontali domanda, offerta e prezzi trovano coordinazione più o meno efficace. Qui stiamo osservando in tutta la sua complessità ciò che Braudel chiamava «le contre-marché», il contro-mercato, ossia capitalismo in senso proprio: «la zona del contro-mercato è il regno dell’arrangiarsi e del diritto del più forte. Qui si colloca per eccellenza il campo del capitalismo; ieri come oggi, prima come dopo la rivoluzione industriale»9. Il compito della politica è chiaro, ed Oxfam lo ribadisce più volte: invertire la rotta. Ciò deve partire dall’Occidente, e consta in tassazione marginale notevolmente più alta, standard lavorativi più rigidi, politiche commerciali che favoriscano le produzioni socialmente eque. Non si può chiedere ai redditieri o ai manager di invertire la rotta, pretendere un comportamento diverso, invocare la finanza etica o l’azienda corretta. È la politica che deve tornare a fare la politica. Che deve incaricarsi di questo cambiamento, liberarsi dai suoi vincoli clientelari10, imporre un cammino diverso che porti a quello che List identificava come l’obiettivo superiore dell’umanità, ossia la «futura confederazione universale».


1 The Economist, Planet Plutocrat, March 15, 2014. <http://www.economist.com/news/international/21599041-countries-where-politically-connected-businessmen-are-most-likely-prosper-planet>

2 In particolare, i redattori hanno misurato la percentuale di redditi da capitale affluiti ai miliardari da particolari settori ritenuti aprioristicamente legati a doppio filo con l’esercizio di una qualche forma di potestà statuale, come le infrastrutture, le telecomunicazioni, la difesa. Come essi stessi notano, tuttavia, molti settori apparentemente aperti sono in realtà affetti da rendite di posizione, monopoli de facto, effetti di massa o di network: su tutti, l’economia dell’informazione e i colossi dell’internet. Inoltre, l’indice tiene in considerazione solo i miliardari. I tanti milionari che cadono giusto al di sotto del livello Paperone non sono contemplati. L’indice è quindi da ritenersi conservativo. Vedi Ibid.

3 Oxfam, An Economy for the 99%, Oxfam Briefing Papers, 2017. Il paragrafo si riferisce a vari dati esposti in tutto il report.

4 David Ricardo, Principi di Economia Politica e dell’Imposta, edizione a cura di Piero Sraffa, Mondadori, Milano 2009, pp. 260-261.

5 Marcello De Cecco, Moneta e Impero. Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, a cura di Alfredo Gigliobianco, Donzelli editore, Roma, 2016, p. 17. Di questa nuova edizione della classica opera di De Cecco, necessaria dopo più di trent’anni dall’ultima e fondamentale in questi tempi monetariamente burrascosi ma assai interessanti, apparirà a breve una recensione su queste pagine.

6 Ibid, p. 23.

7 Oxfam, An Economy for the 99%, Oxfam Briefing Papers, 2017, p. 10.

8 Anche il dato dell’11% è tratto dal rapporto Oxfam: «In 2009, there were 793 billionaires with a total net wealth of $2.4 trillion. By 2016, the richest 793 individuals had a total wealth of $5.0 trillion, an increase of 11% per year for the wealth of this super-rich group», vedi Oxfam, An Economy for the 99%, Oxfam Briefing Papers, 2017, p. 20.

9 Fernand Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Vol. 2: I giochi dello scambio, Einaudi, 1981, p. 217.

Nato nel 1993 a Tolmezzo (UD). Frequenta l’ultimo anno della laurea magistrale in Economia e Scienze Sociali all’Università Bocconi, dopo aver conseguito la laurea triennale a Trento. Si interessa perlopiù di storia economica e del pensiero economico.

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