La cyber-strategia di Putin: hard e soft power all’ombra della Rete

Putin, hard e soft power

C’è un luogo dove soft power e hard power si incontrano. Quel luogo è il mondo digitale che sta diventando sempre più terreno di scontro tra le potenze globali. L’universo digitale, tra l’altro, è stato per anni in mano agli Stati Uniti. In un passaggio poco notato dai media nostrani, invece, da qualche mese l’ICANN, l’istituto che permette che vengano registrati i nomi dei siti Internet è passato sotto l’egida delle Nazioni Unite. Secondo alcuni, questo è un passaggio meramente simbolico. Per altri si starebbe mettendo in pericolo la libertà online, dando le chiavi di un elemento importante di Internet a paesi come Cina, Russia o monarchie arabe.

Questo scenario, fatto di dettagli e tecnocrazie, sta avendo un impatto sempre più elevato sulle nostre vite dato che su infrastruttura digitale passano quasi tutti i dettagli della nostra esistenza. Non è solo il monopolio delle informazioni la posta in palio. Non è neanche la colonizzazione di un continente appena inventato. È, probabilmente, lo specchio della nostra complessità, uno scenario per certi aspetti inquietante, ma che esiste anche se non ci piace.

Il fatto, per esempio, che un governo (o un’azienda) utilizzi frigoriferi e forni a microonde connessi per bloccare Internet in un paese fa parte di questo. In questo caso, stiamo affrontando una dimostrazione di hard power attraverso strumenti digitali. Qualcuno, in altre parole, ha forzato l’utilizzo di uno strumento informatico per trarne un beneficio strategico e quindi politico.

Accanto a questo uso militare del cyberspazio, però, ce n’è anche uno legato alla diffusione della cultura e della propria visione del mondo. E’ quello che fa la Russia con Sputnik o con Russia Today, è quello che fa la BBC curando siti in lingua araba. Non è niente di nuovo rispetto alla vecchia propaganda, a parte il fatto che Internet la rende molto più pervasiva di quanto fosse possibile pochi decenni fa.

Comincia ad essere interessante porre il problema di cosa significhino, da un punto di vista politico, queste innovazioni. Nei giorni immediatamente precedenti all’elezione di Donald Trump, secondo alcuni resoconti, una portaerei americana è stata vittima di un attacco di hacker cinesi.

In questo caso, niente è chiaro. Non si sa neanche se l’evento si sia verificato davvero o meno. Questa opacità ci porta dritti verso un’altra questione che riguarda la nostra democrazia nel suo complesso, ovvero, come si possa realizzare una qualche forma di controllo democratico dell’uso della forza nell’ambito informatico e come si possa operare, quindi, un controllo anche sui politici che ordinano operazioni in quest’ambito.

Non solo, visto che queste forme di attacco sembrano essere accompagnate da iniziative volte a consolidare il soft power di una potenza mondiale, come è possibile difendersi e, soprattutto, quali sono le ragioni di un cambiamento così rapido e sinistro nello scontro tra le varie potenze?

La strategia di Putin sul campo: hard e soft power

L’intelligence americana ha avuto un ruolo decisivo nell’ultima campagna elettorale americana. Secondo molti, le dichiarazioni dell’Fbi a pochi giorni dal voto sono state determinanti per la sconfitta di Hillary Clinton. Eppure, mentre l’Fbi ha sabotato la candidatura dell’ex First Lady, la Cia, dopo le elezioni, ha fatto sapere di essere particolarmente sicura dell’influenza giocata da Mosca nell’affermazione del magnate newyorkese.

Il punto è politicamente molto scottante. La Cia è uno tra i massimi esperti mondiali del settore: per informazioni ulteriori, basta leggere la storia del Cile dopo il 1973, oppure questo documento recentemente rilasciato sotto il FOIA sull’Italia degli Anni Cinquanta. Questo, paradossalmente dà ancora più autorevolezza alle dichiarazioni dell’intelligence americana che, così, mette in evidenza quello che in Europa si sospetta da un po’, ovvero che la Russia stia operando nel territorio dell’Alleanza Atlantica lavorando su vari livelli.

Uno di questi vari livelli di intervento, secondo un’inchiesta del “The Telegraph” sarebbe il finanziamento di partiti euroscettici. Secondo il giornale britannico, infatti, partiti come la nostra Lega Nord riceverebbero soldi con un progetto di destabilizzazione dell’Unione Europea che consentirebbe al Cremlino di ampliare la sua sfera d’influenza con il preciso intento di avere una voce sull’assetto dell’Europa orientale e una voce più forte nel mondo.

In questo caso, l’arma di soft power della Russia sono i media in lingua inglese del Cremlino. L’agenzia Sputnik – che scrive anche in italiano – è uno di questi, anche se il più efficace strumento di soft power a disposizione della Russia è la sua tv, Russia Today.

Il canale all news moscovita, ma con un ufficio a Washington, è stato al centro di una controversia secondaria della scorsa campagna presidenziale americana. Infatti, lo show che Larry King, ex icona di CNN, manda in onda su RT, ha ospitato la voce di Donald Trump. La campagna del neo-presidente replicò subito che l’intervista era stata concessa per il podcast di Larry King. Tuttavia, bastò questo a far sospettare che Donald Trump avesse legami con Mosca.

Ad aggiungere carne sul fuoco, la dimostrazione di hard power più forte di Mosca sulla scena digitale, ovvero il leak delle mail del Partito Democratico. Secondo molti giornali americani, infatti, questo attacco sarebbe stato orchestrato dalla Russia, con autorizzazioni che vanno molto in alto nella catena di comando del Cremlino.

Nessun attacco ai sistemi elettorali elettronici, ma solo la diffusione di informazioni ottenute forzando un archivio e operazioni sui media, quindi. Una combinazione tra hard power e soft power molto difficile da percepire, ma molto efficace in grado di spostare equilibri all’apparenza consolidati e in grado di dare un grande potere a uno stato, come quello russo, che, nonostante le apparenze è ancora un paese povero (24mila dollari il PIL pro-capite) e con un inventario militare pieno di problemi e sostenuto da un budget paragonabile a quello della Francia.

Se un paese come la Russia è in grado di mettere in campo questo spiegamento di forze, cosa può fare un paese industrializzato, ricco e più avanzato tecnologicamente?

Prospettive e interrogativi

Nei giorni passati, CNN ha pubblicato il resoconto del rapporto che sosterrebbe come la Russia sia in possesso di informazioni compromettenti su Donald Trump con la conseguenza che il Cremlino potrebbe ricattare il presidente eletto. Ad aggravare tutto, BuzzFeed che, bruciato dai colleghi di CNN ha pubblicato il rapporto nella sua misura integrale.

Donald Trump ha reagito attaccando la stampa usando metodi, perlomeno, infantili. Tuttavia, c’è effettivamente un problema. La storia che racconta CNN non vede protagonisti neanche i servizi di sicurezza americani, ma un’attività di dossieraggio fatta da privati cittadini. Trattasi, quindi, di una questione molto scivolosa.

A proposito di queste questioni, recentemente in una centrale elettrica del Vermont è stato trovato del malware che dovrebbe essere di origine russa. Per quanto questo episodio confermi l’ipotesi di fondo di questo articolo, ovvero che nel mondo digitale hard power e soft power non sono così diversi, tuttavia la stessa notizia che la centrale elettrica del Vermont sia stata vittima di hackeraggio russo è in dubbio.

In questo settore il controllo democratico difficilmente può esistere. Viviamo, in altre parole, in un mondo pieno di zone grigie nel quale la vera esistenza di un conflitto tra potenze non può essere effettivamente confermata in questo momento. Non lo è nel mondo “reale” figurarsi tra le dorsali attraverso le quali passano le telecomunicazioni.

Di sicuro, chi ha voluto la globalizzazione per come la stiamo conoscendo ha almeno sottovalutato il tema della sicurezza e delle conseguenze politiche che una rete globale (e distribuita) di tlc avrebbe comportato.

La tecnologia di Internet non è più (o meglio: non solo) un fattore di democrazia, ma un luogo dove l’anarchia regna sovrana e dove, più o meno come accade in alto mare, tutto è concesso.

Trattasi di un territorio dove concetti come controllo democratico e confini nazionali sono diventati obsoleti, a meno che non venga creata un’agenzia internazionale ad hoc che controlli le reti di telecomunicazione su scala globale e garantisca quantomeno il rispetto di alcune regole di ingaggio, visto che adesso è appurato che non si può vietare un conflitto attraverso il cyberspazio. Processo ormai avviato, visto che l’ICANN, come già detto, ormai è diventato un organismo delle Nazioni Unite.

Quali conseguenze possa avere anche questo processo di delega sovranazionale su diritti umani come quello di espressione del pensiero non è dato saperlo. Tuttavia, inserire la guerra (e anche l’interferenza esterna) via infrastrutture digitali in un quadro di diritto internazionale può essere una buona idea. O no?


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Nato a Massa M.ma (GR). Giornalista (professionista dal 10/04/2013), videomaker, appassionato di tecnologia e nuovi media. Vivo e lavoro tra la Maremma e Milano.

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