“Il declino dell’impero americano” di Sergio Romano

declino dell'impero americano

Pubblichiamo questa recensione al libro di Sergio Romano “Il declino dell’impero americano”, pubblicato nel 2014 che, per quanto legato alla periodo della presidenza Obama, rimane per molti punto valido e necessario per comprendere i presupposti della fase odierna.


Recensione a: Sergio Romano, Il declino dell’impero americano, Longanesi, Milano 2014, 126 pp., 14,90 euro (Scheda libro)


Nel corso degli ultimi venticinque anni abbiamo assistito alla difficoltà delle discipline che a vario titolo si occupano di relazioni internazionali nello stabilire le coordinate per orientarci nel nuovo quadro post-bipolare. All’interno della pubblicistica accademica europea e americana la mancanza di una griglia teorica ha condotto così ad interrogarsi sempre di più sull’egemonia e sulla collocazione internazionale degli Stati Uniti, all’indomani del 1989, in quanto detentori del primato mondiale. Il dibattito – non certo fresco di trattazione, basti pensare all’opera di Paul Kennedy redatta al crepuscolo dell’era bipolare – si è poi polarizzato, tra coloro che sostengono fortemente, in una posizione trionfalista, l’indiscussa egemonia americana e coloro che molto più pessimisticamente hanno previsto, o addirittura già intravedono, i sintomi di un declino ormai acclarato e incontrovertibile. Per quanto riguarda il panorama intellettuale nostrano, possiamo collocare all’interno di questa seconda linea di pensiero il libro di Sergio Romano, Il declino dell’impero americano, edito da Longanesi nel 2014, nel quale la “tesi declinista” è abbracciata e argomentata lucidamente.

Secondo l’autore l’inizio del declino statunitense corrisponderebbe all’apogeo del suo successo, una traiettoria gaussiana che cominciò a manifestare le prime inevitabili accelerazioni verso la perdita del primato globale con le sconfitte militari in Iraq e Afghanistan, le quali hanno palesato la vulnerabilità degli Stati Uniti e la crescente difficoltà ad imporre la propria supremazia militare. Una perdita di autorità che ha generato a sua volta, come vedremo, la crisi delle grandi alleanze intorno alle quali gli Stati Uniti avevano costruito e poi consolidato il proprio successo. Insieme alla turbolenza finanziaria del 2008, rappresentano i due grandi sintomi della perdita di una centralità sempre più in discussione.

Le contraddizioni dell’impero americano. Dall’assalto alla fortezza Europa al trionfo della liberal-democrazia

Dove si consolida la supremazia americana? Sergio Romano vede nella seconda guerra mondiale il salto qualitativo per la politica estera statunitense. Tralasciando la parentesi del fallito esperimento wilsoniano, la cui vocazione universale verrà costantemente richiamata all’interno dell’establishment americano, furono la minaccia e poi il crollo dell’ordine nazifascista le contingenze storiche necessarie per l’imposizione dell’egemonia americana. Le wings of democracy, come furono simbolicamente ribattezzate le flying fortress (i bombardieri B-17) che sorvolarono i cieli europei con il loro carico di morte e distruzione, costruirono la vittoria in una “guerra giusta”, legittimando il nuovo ruolo americano di suprema leadership nell’emisfero occidentale. E fu il pericolo comunista a ricompattare gli europei e a spingerli, sognando una rinascita democratica, sotto l’alea protettiva – economica (Piano Marshall) e militare (NATO) – statunitense. Così nacque l’impero, banchettando sulla carcassa del colonialismo e dello splendore europeo; un paradosso quello del sogno americano, essendo un popolo plasmatosi con la lotta contro l’imperialismo britannico. La logica della guerra fredda ne giustificò l’espansione: l’interventismo in vaste aree del globo (guerra di Corea del 1950, golpe iraniano nel 1953) fu seguito dalla costituzione di trattati militari per cautelarsi dalla presenza comunista (Patto di Baghdad, SEATO) o addirittura dal rifiuto di intervenire in aiuto agli alleati francesi assediati a Dien Bien Phu, o condannando la spedizione britannica nel canale di Suez dopo la nazionalizzazione imposta da Nasser. Motivazioni anticolonialiste giustificarono questa passività, ma come potremmo giudicare allora gli interventi americani nelle Filippine nel 1898, lo sbarco in Libano nel 1958, o la “dottrina Eisenhower” artificialmente costruita per consentire l’intervento in Medio Oriente qualora si fosse palesata la minaccia sovietica? Questi episodi e i prodromi della guerra del Vietnam furono paradigmatici in questo senso: “Come a Suez, gli americani negarono il loro aiuto al colonialismo europeo per prenderne il posto” (pag. 17).

Se la logica “democratica” della guerra fredda in questi termini poteva sembrare contraddittoria, non lo era di certo una logica imperiale per interpretare le mosse statunitensi. Entrambe le superpotenze costantemente ingannavano se stesse con bugie volte a giustificare le proprie politiche imperiali; la crisi dei missili di Cuba fu risolta quando Kennedy si accorse che il pericolo atomico era ugualmente percepibile dall’Urss per le installazioni americane in Italia e Turchia. Ma la supremazia navale statunitense permetteva di riuscire ad accerchiare l’Heartland sovietica attraverso una fittissima rete planetaria di basi ed appoggi aereonavali, mantenuti grazie ad una serie di alleanze strategiche: nel golfo Persico Iran e Arabia Saudita, nell’Asia sudorientale Taiwan e Corea del Sud, Filippine e più a Nord il Giappone. L’America Latina, regione instabile e culla di sentimenti antiamericani, quindi potenzialmente sensibile al richiamo sovietico, divenne vittima dell’ingerenza americana, attribuitasi il diritto – quasi a rievocare la dottrina Monroe – di appoggiare regimi autoritari e reazionari, derogando così ai propri principi liberal-democratici in una tensione continua tra influenza e deterrenza: “Quanto più cresce la potenza di uno Stato imperiale, tanto più cresce il sentimento della sua vulnerabilità e della legittimità delle sue reazioni” (p. 22).  Con l’avvento della presidenza Reagan lo scenario fu nuovamente stravolto. L’aggressività verbale nei confronti dell’URSS durante la campagna presidenziale si tradusse concretamente durante il suo mandato nel rilancio della spesa militare del paese; l’asso nella manica del presidente repubblicano fu quello di presentare un progetto che avrebbe sconvolto i precedenti paradigmi che avevano guidato la strategia delle due superpotenze nella contrapposizione tra i due blocchi: se prima la sottile linea rossa tra la pace e la guerra era stata tracciata dal katechon termonucleare, dalla reciproca vulnerabilità, ora con la “Iniziativa strategica di difesa” gli Stati Uniti si sarebbero potuti avvalere di un sistema d’intercettazione missilistica che li svincolava “dall’obbligo della prudenza” e sanciva un legame sempre più profondo tra l’apparato militare-industriale e la politica estera statunitense. L’ascesa di Michail Gorbačev fu la sliding door per il consolidamento della vittoria globale degli Stati Uniti. La politica inaugurata dal leader sovietico, incentrata sulle parole chiave perestrojka e glasnost, non fece altro che accelerare e palesare la crisi del sistema economico comunista. Nonostante fosse animato da una sincera volontà di riformare il paese e di condurlo verso una modernizzazione delle sue istituzioni, Gorbačev non comprese che tali dinamiche avrebbero minato alle basi un regime che faceva del monolitismo ideologico il fattore di convergenza del consenso alla nomenklatura sovietica: fu l’inizio della fine. Dai disordini nella Repubblica Federale Tedesca e al crollo del muro in poco tempo si arrivò al colpo di stato di Boris Eltsin, nuovo presidente della Repubblica russa e suo acerrimo rivale, per poi giungere alla creazione della Comunità degli Stati Indipendenti. Il protagonismo di un solo uomo aveva recitato il requiem dell’impero sovietico.

Apogeo e declino. Nuovo ordine o disordine globale?

Nella parte centrale del libro l’autore si concentra sulla natura del nuovo ordine internazionale, il quale ha manifestato sin da subito anomalie e rigurgiti nazionalistici che hanno riportato – anche sul suolo europeo – crisi e nuove forme di bellicosità. La comparsa di queste “new wars” appare come il primo segnale di un’incapacità cronica del sistema internazionale di avvalersi della leadership statunitense, scaricando su di essa ogni responsabilità ed esponendola al rischio di un overstretch spesso insostenibile. E’ il caso delle guerre jugoslave: nonostante avessero riacceso quella passione internazionalistica tipica del nazionalismo wilsoniano, influenzando così l’opinione pubblica americana per un intervento del paese in nome della democrazia e dei diritti umani, mostrarono nuovamente come l’impero americano, supremo garante dell’ordine internazionale, fosse patologicamente incline a risolvere con l’uso della forza le crisi internazionali. Ancora una volta la democrazia venne esportata sulle ali dei bombardieri, producendo una vittoria insanguinata e foriera di grandi cambiamenti anche all’interno del fronte atlantico: “[…] la Nato divenne da quel momento soltanto l’etichetta da applicare sulle operazioni militari degli Stati Uniti ogniqualvolta avessero desiderato imprimere una maggiore legittimità internazionale ai loro interventi” (p. 42). Da quando il Segretario di Stato americano, Madeleine Albright, dichiarò che gli Stati Uniti fossero la “nazione indispensabile” e che fosse necessario conciliare “lo sguardo lungo della diplomazia americana” e lo strumento militare, la NATO, a partire dal 1999, incominciò ad inglobare nella sua sfera di sicurezza i paesi dell’Europa orientale, venendo meno a quella promessa di George H. Bush fatta a Gorbačev dopo la riunificazione della Germania. Appare chiaro che questa espansione poco poteva piacere al Cremlino: nel giro di cinque anni, sino al 2004, l’Alleanza Atlantica aveva inghiottito la precedente sfera d’influenza del Patto di Varsavia. Il fallimento dell’incontro a Pratica di Mare tra Putin e tutti i capi di Stato occidentali, nel tentativo di creare una partnership NATO-Russia per la lotta al terrorismo, sancì ancora una volta la distanza tra la Russia e l’Occidente, quasi che la guerra fredda avesse lasciato qualche suo strascico.

L’11 settembre 2001 fu un evento significativo soprattutto per la riscossa del progetto neoconservatore. Dopo gli anni di intensa crescita economica, sull’onda della globalizzazione e dell’espansione del mercato mondiale sotto l’amministrazione Clinton, che sembrarono gettare le basi per un ordine imperiale quasi quanto lo fu quello britannico nel XVIII e XIX secolo con la supremazia commerciale del Commonwealth, la comparsa di un nuovo nemico, non-statale e profondamente avverso alla civiltà occidentale offrì l’occasione per un rilancio della supremazia militare americana. La “guerra al terrore” divenne la legittimazione ideologica di un progetto volto all’invasione di due presunti “stati canaglia”, l’Iraq e l’Afghanistan, i quali si presumeva ospitassero gli affiliati dell’organizzazione terroristica al-Qaeda e possedessero arsenali nucleari. Durante il decorso di due interi mandati, George W. Bush si avventurò in una missione civilizzatrice che procurò soltanto un grande fallimento di fronte alla comunità internazionale: il regime dittatoriale di Saddam Hussein fu abbattuto, Osama bin-Laden catturato e ucciso, ma il terrorismo islamico sopravvisse all’operazione di polizia americana e il Medio Oriente, dinanzi allo sconvolgimento politico ed etnico-religioso e al secolare dualismo tra sciiti e sunniti, divenne la tomba dell’onnipotenza americana e una regione profondamente instabile. Nemmeno l’avvento del democratico Barack Obama, convinto sostenitore del soft power americano e della necessità di aprire un dialogo conciliante con la civiltà islamica, scongiurò gli spettri del passato: le primavere arabe e la crisi siriana ebbero comunque una risonanza negativa per gli Stati Uniti, in quel vortice da cui lo stesso Obama aveva giurato di ripiegare. Anche in Libia l’intervento occidentale finì con il provocare il brutale crollo del regime di Gheddafi e il conseguente disordine civile e militare, mentre solo l’intermediazione della diplomazia russa evitò all’amministrazione Obama di farsi trascinare in un ennesimo conflitto alle porte di Damasco. Ancora una volta la retorica americana aveva mostrato tutta la sua incompiutezza e incongruenza: “Il mondo […] assistette allo spettacolo di un presidente degli Stati Uniti che lanciava minacce di malavoglia ed era tutto sommato felice che gli altri gli impedissero di realizzarle (p. 61).

La nuova visione della politica internazionale inaugurata dall’amministrazione Obama non era soltanto un correttivo da applicare alle disfatte in Medio Oriente: era in parte la risposta ad una crisi economica, quella del 2008, che mostrò al mondo l’estrema vulnerabilità del sistema finanziario americano. Sergio Romano ricostruisce brevemente l’onda lunga della crisi che pose le sue radici sin dagli anni ’80, proseguendo con le prime avvisaglie agli inizi del nuovo millennio e deflagrando definitivamente con la bancarotta della Lehman Brothers. L’inaffidabilità degli istituti di credito e il gioco sporco delle agenzie di rating erano ormai parte integrante di un modello applicato universalmente, ma che negli USA poteva contare su strumenti di salvataggio bancari ben rodati e sulla continua erogazione di liquidità della Federal Reserve. Anche se il crollo dei consumi e le ripercussioni a livello globale non poterono essere evitati, la sovranità monetaria, l’egemonia indiscussa del dollaro e la scoperta di una nuova fonte energetica sul territorio nazionale – lo shale gas – garantiscono tuttora e rilanciano l’estrema competitività degli Stati Uniti a livello globale. La stretta interdipendenza con Cina e Giappone, i due maggiori investitori nel debito pubblico americano e tra i principali partner commerciali, portano a considerare che un collasso dell’economia americana sia improbabile ma soprattutto scongiurabile: “Di fronte al grande spettacolo americano siamo una captive audience, una platea prigioniera […]. La crisi dell’America non può cominciare che da se stessa(p. 71). Una riflessione sulla natura del declino americano che non porta Sergio Romano a considerare il fattore economico-finanziario come un’aggravante, ma anzi un potenziale punto di riscossa. E’ all’interno del sistema politico americano che vanno ricercate le metastasi della crisi: l’elezione di Obama, accompagnata da un notevole entusiasmo, si è poi dovuta concretamente confrontare con l’opposizione serrata di un Congresso – dal 2010 a maggioranza repubblicana – sempre più ostile, tanto ai tentativi di riformare il sistema sanitario quanto per la netta condanna dell’unilateralismo di George W. Bush. Se il contesto socio-politico è sempre più polarizzato – la rinascita del Tea Party Movement ne è solo una delle controprove – ciò si impone anche nei processi di decision-making in politica estera. Un paese sempre più diviso, forse come non mai nella storia statunitense; quale peggiore esempio da mostrare al mondo, incredulo, disilluso di fronte al deterioramento del modello democratico americano. La fine della guerra fredda aveva sì elevato gli Stati Uniti come l’unica grande superpotenza, ma forse questo ha generato all’interno del sistema internazionale un meccanismo di ribilanciamento, sotto forma di forti turbolenze, quasi che l’egemonia americana non fosse stata correttamente introiettata. Ma era innegabile che tutti gli attori globali ruotassero intorno all’epicentro statunitense, fattore di sicurezza o instabilità, acconsentendo o confliggendo con le norme e le regole del “Washington consensus”: “Madeleine Albright non aveva torto. Se non strettamente indispensabili […] gli Stati Uniti sono stati […] la potenza di ultima istanza(p. 81).

Renversement des alliances ed eterogenesi dei fini: verso un mondo multipolare

Nella parte conclusiva Sergio Romano passa in rassegna la storia delle grandi alleanze attraverso le quali gli Stati Uniti hanno ottenuto l’accesso a diverse aree del pianeta. Sorte strumentalmente durante la guerra fredda, nella logica del containment sovietico, queste partnership hanno progressivamente mutato di natura, a causa dell’affrancamento volontario americano o, alcuni casi, per una rinata consapevolezza nella possibilità di svolgere autonomamente un ruolo di potenza a livello regionale. Ciò era attribuibile alla fine del bipolarismo oppure erano tentativi di insinuarsi in quegli spazi geopolitici creatosi con l’arretramento consapevole – o non – della potenza americana? Per rispondere a questa domanda l’autore dimostra come nel corso degli ultimi quindici anni paesi tradizionalmente benevoli nei confronti degli Stati Uniti abbiano sviluppato un certo grado di insofferenza: è il caso del Pakistan. Fu la guerra al terrorismo a determinare la crisi dei rapporti tra Washington e Islamabad: in qualità di base operativa per le incursioni in Afghanistan, la sovranità del territorio pakistano fu ampiamente sfruttata e violata dalle forze speciali americane. Un comportamento che non piacque alle autorità e lasciò dietro di sé l’impopolarità degli Stati Uniti. Il caso della Turchia è invece legato alla rinascita nazionalista, che corrispose con la presa del potere di Recip Tayyp Erdogan, leader del partito Giustizia e Libertà. Le ambizioni geopolitiche del presidente, recentemente confermate dal coinvolgimento nella crisi siriana in cui la Turchia ha giocato un ruolo piuttosto ambiguo, hanno progressivamente allontanato gli interessi americani. L’Arabia Saudita nello scacchiere internazionale ha rappresentato da sempre, come alleato statunitense, l’esempio più fulgido del “paradosso del potere americano”: sin dall’incontro tra il re Ibn Saud e il presidente Roosevelt nel 1944, due paesi così profondamente diversi – l’uno democratico e laico, tirannico e confessionale l’altro – furono per i successivi decenni legati profondamente da interessi economici e politici, in un quadro sempre molto infuocato, soprattutto per i rapporti confliggenti con Israele. Nel corso degli ultimi anni, dopo le primavere arabe, l’inimicizia tra i due paesi si è ulteriormente acuita: tanto per il mancato intervento contro il regime siriano e l’apertura di Obama al nemico storico, l’Iran sciita di Hassan Rouhani, quanto per la crescente autosufficienza energetica americana. Era l’invito informale e inconsapevole all’Arabia Saudita a giocarsi le proprie carte come attore autonomo in una regione turbolenta. Per quanto riguarda l’alleato giapponese, tra tutti quello strutturalmente e ideologicamente più compatibile con gli interessi americani, siamo di fronte più che ad una crisi diplomatica alla manifestazione concreta del cambiamento dei rapporti di forza nel Mar Cinese meridionale. Con l’ascesa dirompente della Cina e la minaccia nucleare incombente della Corea del Nord, nonostante Stati Uniti e Giappone vantino trattati di sicurezza bilaterali, il crescente nazionalismo giapponese appare più che mai giustificato, tanto da non lesinare futuri sguardi più ad ovest, verso un dialogo costruttivo e di contro-assicurazione con la Russia di Vladimir Putin. Che dire dell’America Latina? Da storica roccaforte dell’antiamericanismo e “cortiletto” degli interessi statunitensi durante la guerra fredda, con la crisi dei regimi populisti e la crescita esponenziale del suo mercato abbiamo assistito ad un allineamento con il resto delle potenze emergenti, di cui il Brasile rappresenta l’esempio più eclatante.

Sergio Romano avanza l’idea che il declino americano, più politico e militare – si intende non tanto la supremazia tecnologica, indiscussa in termini di rapporto di spesa e investimenti, quanto la capacità effettiva di dispiegamento – che economico, sia confermato dal progressivo deficit di proiezione globale degli Stati Uniti. La perdita di alleati rilevanti, dislocati in vaste aree del pianeta, dovuta ad un’eccessiva sovraesposizione – come in Medio Oriente – e alla crisi dell’universalismo dei valori americani, potrebbe aver rinforzato la volontà di altri potenziali leader regionali di dimostrare e “offrire una ragionevole alternativa all’egemonia americana e al vittimismo antiyankee” (p. 106). Una presa di coscienza dei limiti e delle priorità della potenza americana ribadita anche da Obama, con il disengagement dal Medio Oriente e il focus sul teatro Asia-Pacifico, che segnano una nuova fase transitoria della politica estera statunitense. Un ripensamento dovuto anche all’irruzione di nuovi apparati tecnologici che dettano contemporaneamente il crollo e la comparsa di nuovi paradigmi: il drone e il network d’intercettazione satellitare rappresentano due grandi rivoluzioni nel concepire la guerra, la cyberwar. Possiamo minimizzare il ripiegamento USA da teatri operativi sempre più complessi con l’avanzare della tecnologia? La politica dei droni, nella lotta al terrorismo, è sicuramente l’arma più efficace: un nemico asimmetrico combattuto con dispositivi all’avanguardia. Lo è altrettanto la centralità della cybersecurity. Certo, l’impiego di tali mezzi ha risvolti positivi nel prevenire danni collaterali rispetto alle armi convenzionali, ma a sua volta deve tenerne in conto l’estrema pervasività e immoralità, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica mondiale: “In questo modo l’America si difende abilmente e previene con efficacia gli attacchi del nemico, ma paga un alto prezzo in termini di popolarità e consenso” (p. 110) e quindi di soft power.

Questa coscienza del declino dell’immagine statunitense e della sua autorità, ha spinto verso una duplice direzione: da una parte gli Stati Uniti a convergere su se stessi, a rinchiudersi verso il ridimensionamento di un internazionalismo dai costi troppo elevati, dall’altra verso la concezione di un mondo multipolare. Un’equazione che Sergio Romano propone come lettura del declino dell’impero americano. Più questo declino sarà seguito dalle scelte ragionevoli di Unione Europea, Cina, Russia e Brasile, più il vuoto di potenza creatosi dall’abdicazione degli Stati Uniti sarà affiancato da un subitaneo riassestamento degli equilibri mondiali, verso quei Grossraum, “grandi spazi”, in cui potenze macro-regionali si spartiranno le rispettive aree d’influenza. Potrà essere questa, a partire dall’ambizione di un’indipendenza da Washington, la cifra del nostro tempo e dell’immediato futuro, di un età post-americana?


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

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