Establishment: efficacia e limiti di un concetto politico

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È uscito di recente il quarto numero della rivista cartacea, dedicato al tema delle élite. Pubblichiamo qui, tratto dall’anteprima scaricabile, l’articolo di Giacomo Bottos sul concetto di establishment. Per ricevere e leggere l’intera rivista è possibile abbonarsi utilizzando l’apposito modulo.


C’è un’opposizione, una dicotomia che aleggia nei dibattiti pubblici, che entra nel vocabolario della politica e che sempre più spesso viene evocata per spiegare eventi diversi, dalla Brexit, all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti fino all’esito del referendum costituzionale italiano.
È un’immagine secondo cui la società viene rappresentata come divisa in due grandi blocchi che si fronteggiano: da un lato l’establishment, dall’altro il popolo. L’élite e i cittadini. La Casta e gli esclusi. Gli insider e gli outsider. L’1% contro il 99%. Una serie di definizioni, dal contenuto diverso, che finiscono però per richiamarsi l’un l’altra in una lunga catena e, alla fine, per essere usate come monete convertibili ed equivalenti. Le cose non vanno diversamente per il concetto, estremamente ambiguo, di populismo, che di solito viene giocato contro questa retorica, finendo però per assumerne gli stessi tratti. Populisti e responsabili, popolo bue e cittadini informati, ignoranti e competenti: un gioco di specchi che finisce per riprodurre sempre il medesimo schema. Per evitare di cadere in questo meccanismo – in fondo sterile – di accuse reciproche, occorrerà da un lato comprendere il fondo di realtà che permette a queste definizioni di funzionare e di essere efficaci e dall’altro il contenuto politico di formule come establishment e popolo. Sarebbe facile infatti replicare che la società è ben più complessa e articolata, che divisioni e stratificazioni di ogni genere la attraversano in ogni direzione e che dunque raffigurarla con una rappresentazione dicotomica è evidentemente inadeguato. Dicendo così non si coglierebbe il punto perché, come diceva Carl Schmitt, “tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una conflittualità concreta, sono legati ad una situazione concreta, la cui conseguenza estrema è il raggruppamento in amico-nemico”1. Occorre dunque capire innanzitutto a quale situazione storica tali concetti fanno riferimento, quali sono gli obiettivi polemici ad essi intrinseci e infine se essi sono coerenti con la specifica progettualità che si vuole adottare. In altre parole, concetti come questi vanno valutati in primo luogo in base alla loro efficacia, alla loro produttività politica, chiedendosi però al tempo stesso cosa questa efficacia produce. Naturalmente l’efficacia presuppone almeno una certa rispondenza alla situazione reale: non si tratta di discutere di disancorate narrazioni che si imporrebbero in un vuoto post-moderno, ma di processi e di elementi di realtà diversamente interpretabili, che possono essere letti e illuminati all’interno di cornici di senso differenti.

Vediamo allora quali processi reali rendono comprensibile, parzialmente giustificato ed efficace l’uso di queste categorie.

Per iniziare non si può non ricordare il forte incremento delle disuguaglianze, quantomeno all’interno delle società occidentali, che hanno determinato una polarizzazione elevatissima in termini di ricchezza, possibilità e aspettative tra strati diversi della società2. Le radici di lungo periodo di questo fenomeno vanno ricercate nei mutamenti nel funzionamento del sistema economico che avvengono a partire dagli anni Settanta e Ottanta3.

A mutare, parallelamente al processo sopracitato, è anche il rapporto tra capitalismo e democrazia, con una riduzione delle possibilità effettive di partecipazione e un mutamento del rapporto tra economia e politica. Pur nell’ambito di sistemi che rimangono democratici, tendono a indebolirsi le forme che permettevano ai cittadini di prendere parte al processo decisionale, andando verso quella che Colin Crouch ha chiamato “post-democrazia”4. Nel crinale tra trasformazione economica e politica si situa il cambiamento a cui vanno incontro le classi medie, che vedono minacciata la propria posizione e il proprio ruolo di mediazione sociale.

Così, le élite economiche e politiche finiscono per essere sempre più isolate rispetto alla società. Non solo: al tempo stesso intensificano i rapporti reciproci ed elaborano un modus operandi e dei linguaggi sempre più affini. Se già negli anni Cinquanta Charles Wright Mills parlava dei legami tra élite politiche, economiche e militari negli Stati Uniti5, significativamente nel 2008 esce Superclass, un libro di David Rothkopf6 che descrive il sorgere di un’élite globale, trasversale rispetto ai diversi ambiti (economico, politico, culturale, religioso ecc.) che condivide interessi, riferimenti ideali, stili di vita e storie personali7): l’uomo di Davos, secondo la definizione coniata da Samuel Huntington per descrivere il tipico frequentatore del World Economic Forum e di altri consimili summit internazionali.

Il discorso critico nei confronti di questo tipo di establishment conosce una massiccia diffusione dopo la crisi del 2007-2008, in seguito alla quale movimenti come Occupy Wall Street negli Stati Uniti iniziano a nascere intorno a slogan come “Noi siamo il 99%”. La critica all’establishment conosce da quel momento una grande fortuna, declinata in versioni di sinistra (Bernie Sanders, Podemos) o di destra (Marine Le Pen, Donald Trump) o infine, almeno a parole, “né di destra né di sinistra” (Movimento 5 Stelle).

La pluralità di declinazioni di questa “formula politica” non è casuale. Infatti nel concetto di establishment e consimili convergono significati diversi, che finiscono per fondersi, ma che non necessariamente convergono.

In primo luogo nell’uso del concetto di establishment possiamo scorgere la critica ad un tipo, definito e storicamente determinato, di élite, caratterizzato da una forte interdipendenza e intercambiabilità tra mondo economico e politico, da una scarsa inclusività democratica, da una cultura di fondo improntata ad un consensus che finisce per prendere in considerazione unicamente un certo set di politiche.

Questa critica tuttavia confina e può sfumare, quasi insensibilmente, in una diversa, di stampo prevalentemente antropologico. Qui il tema della separatezza delle élite rispetto alla società, pur presente anche nella prima accezione, viene in primo piano e diventa critica verso la loro alterità, verso il loro globalismo contrapposto alle identità locali, verso il loro sapere e competenza visto unicamente come strumento di dominio, opposto al senso comune, verso il loro multiculturalismo percepito come minaccia per le società nazionali. Queste due accezioni sono, come già detto, contigue e suscettibili di molteplici combinazioni e di un facile scivolamento dall’una all’altra ma logicamente non coincidono.

C’è poi un terzo significato che può emergere dall’estremizzazione di alcuni aspetti presenti in queste prime due accezioni, ovvero il passaggio dalla critica di un certo tipo di élite alla critica dell’élite in quanto élite. In questo caso, in nome di una concezione radicale o diretta della democrazia si finisce per contestare l’esistenza stessa delle classi dirigenti, mettendone in dubbio in linea di principio autorità, diritto, competenze e moralità8. Salvo poi, vista la necessità fattuale ineludibile delle élite per perseguire un qualunque progetto politico, addivenire alla costruzione di una cripto-élite tramite meccanismi oscuri e poco trasparenti.

Quando, nel giornalismo o in politica si parla di sentimento anti- establishment, spesso tutti questi significati finiscono per unirsi in un unico significante, che può permettere slittamenti inavvertiti da una di queste accezioni, magari consapevolmente accettata, alle altre. Ma è di fronte a questa eventualità occorre chiedersi: cui prodest? Ovvero bisogna domandarsi se la concettualità politica che si sta impiegando è coerente con i fini che se desiderano perseguire. Se infatti si vuole promuovere una visione che abbia come obiettivo un mutamento sistemico dell’attuale struttura socio-economica, che possa portare ad una significativa riduzione delle diseguaglianze, ad una democrazia più ampia, inclusiva e capace di incidere sui processi, a un dibattito pubblico più vivo e informato, il tema delle classi dirigenti e del mutamento della composizione delle élite non può che venire in primo piano. Una critica, anche dura e radicale, del modus operandi, della cultura, delle modalità di selezione e dei rapporti interni alle élite sarebbe, in questo contesto, necessaria. Dopodiché, però, la domanda che occorrerebbe farsi sarebbe: quali élite sono necessarie per operare un mutamento del genere? Come potrebbero operare per avere al tempo stesso una sufficiente conoscenza della complessità per poter incidere sui processi globali e includere democraticamente parti sempre più grandi della popolazione in tale conoscenza? A quali livelli dovrebbero operare e come questi livelli potrebbero coordinarsi tra loro? Come si potrebbero costruire sistemi di selezione adeguati a questo processo? Quale cultura e identità queste classi dirigenti dovrebbero condividere?

Rispetto a queste domande, limitarsi alla critica anti- establishment sarebbe in primis una scorciatoia intellettuale perché, da un punto di vista analitico oscurerebbe la complessità dei problemi che è necessario risolvere. Come retorica politica poi, lo slittamento verso significati diversi a cui si accennava prima rischierebbe di vanificare e rendere ambiguo ogni tentativo di un suo uso “progressivo”.

Ma, al tempo stesso, non comprendere cosa l’emergere diffuso di questo sentimento riveli, sarebbe un errore forse anche più grave. Per affrontare il disagio profondo che pervade le nostre società occorrerebbe elaborare una risposta articolata per ognuno dei tre livelli di discorso prima ricordati. In primis, occorrerebbe immaginare una nuova cultura politica – e un insieme di politiche – in grado di presentarsi come progetto in grado di incidere nuovamente sui fattori strutturali che stanno alla base della situazione attuale: disuguaglianze, disoccupazione diffusa, crisi delle classi medie, democrazia asfittica.

In secondo luogo servirebbe anche una diversa risposta identitaria all’insicurezza collettiva e alla domanda di senso diffusa, che identifichi un progetto collettivo e un blocco sociale ad esso legato in cui riconoscersi.

E infine, al discredito delle élite occorrerebbe contrapporre la costruzione di una classe dirigente, non più “riluttante”9, ma bensì in grado di rivendicare una nuova credibilità e legittimazione in nome di una responsabilità consapevolmente assunta.


1 C. Schmitt, Il concetto del politico, ne Le categorie del «politico». Saggi di teoria politica, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1972, p. 113.

2 Basti fare riferimento all’ormai classico T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014. Cfr. anche il celebre paper dell’IMF sulla relazione tra disuguaglianze e crescita: J. D. Ostry, A. Berg, C. G. Tsangarides, Redistribution, Inequality and Growth, IMF, Washington D.C. 2014. Cfr. infine F. Alvaredo, A. B. Atkinson, Th. Piketty, E. Saez, The Top 1 Percent in International and Historical Perspective, in «Journal of Economic Perspectives», Vol. 27. No. 3, summer 2013, pp. 3-20.

3 Cfr. S. Biasco, Regole, Stato, Uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, Luiss University Press, Roma 2016.

4 C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003.

5 Ch. W. Mills, Le élite del potere, Feltrinelli, Milano 1986.

6 D. Rothkopf, Superclass. La nuova élite globale e il mondo che sta realizzando, Mondadori, Milano 2008.

7 Il cleavage nazionale/globale si interseca in maniera complessa con questo processo. In una prima fase, sopratutto nel corso degli anni Novanta, sembra che il vento spiri uniformemente in direzione della globalizzazione (e sono in pochi a chiedersi quale o quanta globalizzazione: cfr. D. Rodrik, Has Globalization Gone Too Far?, Institute for International Economics, Washington D.C. 1997) e il nesso nazionale/internazionale viene giocato prevalentemente in questo senso (un caso paradigmatico è la teoria del vincolo esterno ampiamente usata nel nostro paese). In seguito il rapporto inizia ad essere più complesso e parzialmente antagonistico, ponendo le radici per una contrapposizione che sembra oggi dispiegarsi compiutamente.

8 Per avere un’esemplificazione basti pensare alla retorica del Movimento 5 Stelle.

9 Cfr. C. Galli, I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità, Laterza, Roma-Bari 2012.


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Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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