“Fordismi. Storia politica della produzione di massa” di Bruno Settis

fordismi

Recensione a: Bruno Settis, Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Il Mulino, Bologna 2016, 320 pp., 29 euro (Scheda libro).


In un libro che “rielabora e prosegue” una tesi specialistica già vincitrice del Premio Foa, Bruno Settis invita il lettore volenteroso di seguirlo a una lunga camminata alla ricerca delle origini e delle evoluzioni del fordismo. L’escursione non richiede particolare allenamento, ma sicuramente determinazione e curiosità: dalle acciaierie di Betlehem, dove Taylor inizio le sue osservazioni ‘scientifiche’, e dalla Detroit da cui prese le mosse l’epopea di Ford, il volume si chiude nella Torino della Fiat. Lungo il percorso, attraversa gran parte del mondo industrializzato o in via di industrializzazione a cavallo tra le due guerre mondiali. Il fordismo – tradizionalmente considerato il paradigma alla base della società di massa (se non della stessa modernità) – non fu però, ci spiega Settis, «un avvenimento accaduto una volta sola nel mondo, né un fenomeno unitario». Come ha colto Ferdinando Fasce1, obiettivo di Settis è decostruire l’idea di un fordismo “come sistema produttivo e sociale quintessenza della modernità, organico, definito una volta per tutte nella testa dell’eroe eponimo Henry Ford”. Piuttosto che una sola combinazione ideale di produzione di massa, rivoluzione dei consumi (sostenuta dalla celeberrima politica degli alti salari), e istituzioni pensate per redistribuire i frutti del lavoro e riconciliarne i conflitti, si è assistito a molti fordismi, diversi soprattutto nei rapporti con lo Stato e con le rappresentanze del lavoro.

Una prima distinzione utile, prima ancora di iniziare il giro per il mondo dei fordismi, è quella tra le esperienze americane di taylorismo e fordismo, che occupano la prima delle tre parti in cui è diviso il volume. Se nel resto del mondo (con l’eccezione notevole dell’Unione Sovietica) Taylor e Ford arriveranno insieme, Settis riconosce la peculiarità delle ricerche di Taylor nella «definitiva eliminazione (…) degli spazi di autonomia e creatività di cui parlava un economista classico come Adam Smith». Punto apicale di un lungo «processo storico di identificazione tra capitalismo, razionalità e scienza», il taylorismo costituisce il tentativo di definire le singole mansioni di ogni lavoro, portarle ad estrema semplificazione, per farne l’unità di tempo su cui misurare l’efficienza dei lavoratori. Quello che sarà definito scientific management segnò una cesura netta rispetto alla storia delle relazioni industriali statunitensi. Negli stessi anni in cui, dall’altra parte dell’oceano, il crescente conflitto sociale portava all’elaborazione di teorie elitiste, negli Stati Uniti l’individuazione di un criterio scientifico di efficienza offriva una soluzione alle pretese operaie di controllo sui tempi e le modalità di lavoro. Più che esperimento scientifico “in serra”, ci ricorda Settis, il taylorismo crebbe nella “giunga dei conflitti sociali”. In quella giungla subirà anzi sonore battute d’arresto, come nel 1911, all’Arsenale Federale di Watertown, Massachusetts, dove un’inchiesta governativa giunse a sconfessare la pretesa scientificità dei tecnici tayloristi. Non solo nella nostra epoca, insomma, si è provato a limitare l’arco delle opzioni politiche possibili per mezzo di formule in odor di razionalità.

In ogni caso, a Taylor seguì Ford: come ricostruisce Settis, questo portò l’organizzazione del lavoro ad un secondo stadio, quello del ‘governo delle cose’. La razionalizzazione veniva estesa all’intero ciclo produttivo, con la fabbrica che veniva progettata attorno al flusso della catena di montaggio. È l’era delle grandi fabbriche integrate, su tutte la mastodontica River Rouge. Come evidenziato nella recensione di Marta Fana2, al controllo delle cose si abbinava quello sugli uomini. L’organizzazione di fabbrica, così come l’esperimento degli alti salari – durato, peraltro, solamente pochi anni, a cavallo della Grande Guerra – erano condizionati al monopolio delle relazioni industriali, dalle quali erano esclusi tanto i sindacati quanto il potere politico. Anche in un esempio assai diverso, come quello degli Agnelli, la disponibilità al confronto sarà sempre subordinata alla chiarezza dei rapporti di potere – fino alla provocazione massima, nel Biennio Rosso, di annunciare la trasformazione cooperativa della Fiat, piuttosto che accettare divisioni di sovranità.

Alla diffusione globale dei fordismi è dedicato il secondo capitolo del volume. Fu proprio la Grande Guerra, e l’esperienza di programmazione che essa impose, a rendere le teorie e le pratiche manageriali statunitensi di scottante attualità nei Paesi ex belligeranti. Nella first industrial nation, a dire il vero, persino “il Ford britannico”, Lord Nuffield, ne farà un’applicazione assai parziale. Ma tra i late comer, questi troveranno vasta applicazione – come in Germania, dove il fordismo si espanderà persino all’edilizia. Tra i vari casi, l’importazione dello scientific management nella Russia della rivoluzione rappresenta probabilmente quello più interessante. Se prima della rivoluzione prevale un’impostazione critica, è la guerra a convincere Lenin dell’assoluta necessità di conquistare i segreti dell’organizzazione e dell’efficienza produttiva. Nelle sue parole, il Sistema Taylor «prepara il tempo in cui il proletariato prenderà nelle sue mani l’intera produzione sociale». Compito della rivoluzione è del resto far “imparare a lavorare” i russi, resi riottosi al lavoro dal secolare sfruttamento. Questa posizione di assoluto pragmatismo (la cui coerenza è stata discussa ampiamente da Vladimiro Giacchè in una presentazione del volume al Circolo Arci Sparwasser di Roma) sarà aspramente criticata, all’interno e all’esterno – secondo Weber, la presa del potere aveva costretto i bolscevichi a «far proprio tutto ciò che avevano combattuto come istituzioni di classe borghesi». Ma l’applicazione, precoce e successiva, di taylorismo e fordismo, sarà decisiva nella trasformazione dell’Unione Sovietica. Ford stesso commercerà anzi intensamente con l’URSS, e i suoi trattori Fordson avranno un gran ruolo nel portare la rivoluzione nelle campagne.

Il libro si conclude con un’analisi del caso italiano. Il titolo – La razionalizzazione in un mondo non razionale – è preso in prestito da Vittorio Valletta. E del resto, tenuto conto dei rilevanti contributi sul fordismo e l’americanismo di autori come Gobetti e Gramsci e dell’esperienza singolare degli Olivetti, il piatto forte non può che essere l’esperienza della Fiat. Tale attenzione, del resto, sarebbe giustificata anche in un saggio in altra lingua. Se già nel 1915 Agnelli veniva definito “il Napoleone dell’industria automobilistica europea”, l’esperienza Fiat è paradigmatica, tanto per le analogie (come l’evoluzione degli impianti, o la pretesa missione di modernizzare il Paese), quanto per le rilevantissime differenze, imposte dal differente contesto economico e politico. Il nostro Paese, ancora largamente agricolo e preda di sotto-occupazione strutturale, vide infatti per primo saltare la mediazione liberale, e la Fiat saprà modellare a proprio uso il mutamento delle relazioni industriali imposto dalla reazione fascista.

L’ampiezza dei temi trattati, unita all’approfondimento minuzioso di fonti e letteratura vastissime, è probabilmente la caratteristica principale del volume di Settis. Se Sabino Cassese ha posto l’accento sulla completezza spazio-temporale3, Emanuele Felice ha sottolineato la capacità di tenere assieme “diversi piani analitici: il mondo dell’impresa e quello del lavoro e poi, ancora, l’ambito istituzionale e la dimensione sociale e culturale”. Ciò che forse non si è sottolineato è la quantità e qualità di riferimenti alla letteratura e l’immaginario prodotti dal Fordismo. Dai quadri di Frida Kahlo, al Viaggio al termine della notte di Céline, il novecento è stato riempito dalle narrazioni di chi visitò, o immaginò soltanto, le fabbriche fordiste. Nel volume di Settis, questa vastità di echi, più che sfoggio o alleggerimento, è funzionale a rendere conto di un elemento chiave della vicenda di Ford, che prima e più di altri capitani d’impresa fece della coltivazione del culto della propria genialità elemento chiave della sua strategia di business.

Quasi un’enciclopedia, il volume si presta, più che ad un’unica ‘carrellata’, a successive riletture. Del resto, è l’attualità a fornire diversi stimoli per indagare con lenti diverse una storia così affascinante e complessa. Nel contesto attuale, non si può che condividere la motivazione, espressa da Settis con forza nell’introduzione, di riportare al centro della discussione e della ricerca la produzione, con i conflitti e le contraddizioni ad essa legati. Se Victoria De Grazia, ne L’impero irresistibile, aveva delineato un quadro “pacifico e ottimistico” dell’espansione della società di massa e dei consumi, Settis dimostra che, superando l’ottica conciliante della distribuzione e del consumo, è possibile far emergere la complessità e l’ambiguità della concreta applicazione dei nuovi paradigmi organizzativi, anche nell’impresa responsabile del Five Dollar Day.

Dopo decenni in cui, al mantra delle “riforme strutturali”, la sinistra europea ha saputo opporre solo proposte più o meno radicalmente redistributive, la crescita delle disuguaglianze rende quanto mai opportuno considerare come queste origino dai processi di produzione, e dei rapporti di forza che vi sono in vigore, come testimoniato dalle prime delle quindici proposte del manifesto contro la disuguaglianza di Tony Atkinson4.

Allo stesso tempo, mentre assistiamo al riproporsi della “contraddizione crescente tra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica”, già catturata da Gramsci nei Quaderni, è di estremo interesse analizzare lo stretto intrecciarsi, nella vicenda dei fordismi, delle trasformazioni aziendali con la più generale evoluzione politica della società. Non solo in Italia, il taylorismo e il fordismo contribuirono a dare forma alla tensione corporatista, descritta da Maier ne La rifondazione dell’Europa borghese. Alla base di un possibile compromesso tra capitale e lavoro veniva individuata l’edificazione di una ‘civiltà dei produttori’, basata sull’uso razionale del tempo e della macchina. Come già intuiva nel 1925 Carlo Rosselli, era però nell’assenza di democrazia sui luoghi di lavoro che andava individuata la portata conservatrice della proposta di Henry Ford – che parlava della burocrazia delle Trade unions «come un fascista parlerebbe delle leghe socialiste». Nel nostro paese, il fordismo saprà imporsi proprio grazie a quello che Settis chiama «il legame tra disciplina del cronometro e militarizzazione del lavoro» – incarnato dall’assunzione, nel 1941, di uno degli organizzatori dell’omicidio dei fratelli Rosselli come Direttore del Servizio di Sorveglianza Fiat.

L’unica pecca che si può rimproverare a Settis è l’aver totalmente rinunciato, anche nei casi trattati con maggior dettaglio, a quantificare i tempi e l’estensione dell’espansione dei fordismi. Nel descrivere, oramai quarantacinque anni fa, il concetto di Crescita Economica Moderna per cui gli era stato attribuito il Nobel per l’Economia, Simon Kuznets sottolineò l’importanza di coglierne il carattere di cambiamento strutturale: settori dell’economia un tempo marginali, in virtù di profonde trasformazioni produttive, crescevano a ritmi così sostenuti da aumentare enormemente il proprio peso nell’economia, e condizionarne sempre più l’andamento generale. La ricerca storico-economia sulla rivoluzione industriale inglese, da allora, ha via via chiarito quanto, nel complesso, questi mutamenti siano stati estremamente graduali, e meno traumatici, di quanto potesse essere intuibile dalla trasformazione delle campagne inglesi. Secondo le recenti stime di Nick Crafts, nel momento di massima accelerazione (1800-1830), l’economia inglese sarebbe cresciuta in media appena dello 0.5% annuo. Fu, quella dei fordismi, una storia limitata all’automobile? O rappresentò piuttosto un cambiamento repentino del governo di tutta l’economia, italiana ed europea? Se sono ovvie le ragioni per considerare la Fiat, nella definizione di Giuseppe Berta, un “barometro” delle relazioni industriali del nostro Paese, proprio il caso italiano ci ricorda come accanto a Mirafiori abbia prosperato la piccola e micro impresa, nella quale difficilmente il fordismo prese piede. Se qualsiasi tentativo di quantificazione pone enormi difficoltà definitorie, di certo renderebbe ancor più efficace l’analisi di Settis, facendone un’interessante chiave di paragone di trasformazioni successive.

In ogni caso, Fordismi fornisce una messe di dati e riflessioni tale da rendere poco aggiornate le conclusioni, secondo cui «il concetto di fordismo era ed è noto ma non conosciuto». Il libro si conclude con un appello di Settis a «resistere alla tentazione di unificare sotto un’unica etichetta fenomeni diversi, di sovrapporre e confondere piani diversi come l’organizzazione del lavoro, la direzione corporatista dell’economia, il modello di viluppo economico», e «mettere in relazione con i processi e i tempi lunghi della società capitalistica, dell’organizzazione del lavoro, dei conflitti politici che li hanno innervati, per comprendere le storie e le strutture delle origini politiche ed economiche del nostro tempo». Fordismi ne è un ottimo esempio, ed è una lezione non da poco.


Dopo triennale e specialistica in Economia a Tor Vergata, studia Economic and Social History all'Università di Oxford. Si occupa di benessere e disuguaglianze in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista. È redattore di 404: file not found, per cui cura il focus TraDueMondi sulla storia economica italiana.

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