Fusione dei comuni: un’occasione mancata per il Sud?

Fusione dei comuni

Discutere di “questione meridionale” significa, anche, parlare di occasioni mancate. Perse per tanti motivi, non ultima quella smania di guardare Roma, al solo governo centrale, cercando sempre altrove le cause e i “colpevoli”; senza che sovvenga almeno il dubbio che i mali del Sud stiano, anche, al Sud. Occorre interrogarsi sul ruolo della classe dirigente meridionale, di quella politica in particolare; in essa prevalgono logiche elettoralistiche e di corto respiro, dimostra una tendenza ad autoassolversi ed a riversare su altri le proprie colpe. In questi anni si profila il pericolo di un’altra occasione mancata; questo articolo è scritto nella speranza che ciò sia scongiurato da un ripensamento, uno scatto di orgoglio.
Il nostro ordinamento giuridico prevede l’istituto della Fusione dei Comuni, esso consiste nell’accorpamento di più Comuni preesistenti per istituire un Comune unico. Il quadro normativo di riferimento prende le mosse dall’articolo 133 della Costituzione che al secondo comma recita “La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni”.

La Fusione dei Comuni è prevista dall’articolo 15 del Decreto Legislativo 267/2000 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (TUEL), ed è ulteriormente regolamentata dalla legge 56 del 2014 (detta Delrio); tali norme prevedono, tra l’altro, per i Comuni nati dalle fusioni, finanziamenti statali decennali aggiuntivi ed altre agevolazioni come, ad esempio, deroghe al Patto di Stabilità.

Alle Regioni, nel rispetto del dettato costituzionale, spetta il compito di regolare per legge le modalità d’attuazione della Fusione dei Comuni; il referendum fra le popolazioni interessate è tassativo. Le Regioni hanno emanato proprie leggi specifiche, qualcuna si è limitata a regolamentare, altre hanno assunto un ruolo di stimolo e hanno inteso incentivare e premiare le fusioni dei comuni con ulteriori proprie agevolazioni e finanziamenti.

Numerosi sono i vantaggi per il Comune unico frutto della fusione. Ecco i principali:

  • economie di scala;
  • riduzione dei costi degli organismi rappresentativi (sindaco, assessori e consiglieri);
  • possibilità di razionalizzare il funzionamento degli uffici e dei servizi comunali;
  • un decennale periodo di maggiori entrate dovute ai finanziamenti aggiuntivi sia statali e sia, dove previsti, regionali;
  • un maggiore grado di supporto allo sviluppo e all’integrazione di politiche di qualificazione del territorio nell’ambito di una diversa capacità progettuale e propositiva dell’ente comunale;
  • un’aumentata possibilità di realizzare servizi per i cittadini creando, al tempo stesso, nuove opportunità di lavoro (esempio: trasporti urbani, assistenza domiciliare, …);
  • maggior “peso” nei rapporti con altre Istituzioni (Regione, Governo, …).

Nella Fusione dei Comuni molti politici ed amministratori hanno visto la possibilità di affrontare positivamente la crisi generale e la crescente difficoltà degli enti locali.

Il vantaggio che ne deriva non riguarda solo i Comuni ma l’intero sistema statale; ad esempio, le Regioni e lo Stato dovranno relazionarsi con un numero minore di enti.

8000 Comuni in Italia sono troppi. Oltre a una riduzione della spesa bisogna pensare anche a una riduzione dei Comuni”. Lo affermava in Commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria, Carlo Cottarelli dal punto di vista di (ora ex) commissario alla spending review (Agenzia di Stampa Italpress, 15 ottobre 2014). È opinione diffusa che comuni piccoli non possano assolvere adeguatamente ai loro compiti; lo sancisce anche il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali che recita: “salvo i casi di fusione tra più comuni, non possono essere istituiti nuovi comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti”. Insomma la soglia minima è 10.000 abitanti.

Viceversa l’Italia è estremamente frammentata come risulta da un’elaborazione dei dati ISTAT (2015) relativi alla popolazione residente. Gli 8.047 comuni italiani hanno, in media, solo 7.555 abitanti. Di essi l’85% ha meno di 10.000 abitanti e ben il 25% ne ha meno di 1000! Nel Mezzogiorno: le percentuali sono rispettivamente 82% e 19%.

Molti Comuni hanno ritenuto che tale situazione non fosse più accettabile; incentivati dai provvedimenti citati, spinti dalla crisi e da una riduzione dei trasferimenti statali a loro destinati, hanno aderito al semplice principio di buon senso “l’unione fa la forza”.

Purtroppo, ad oggi, nel sud d’Italia è stato creato, nel 2013, un solo Comune unico: Montoro (AV); frutto della fusione di Montoro Superiore e Inferiore. Quest’unica fusione dei comuni fa risaltare ancora di più l’inerzia degli altri amministratori meridionali.

Nel triennio 2014-2016 sono stati creati 60 Comuni Unici con la conseguente soppressione di 149 Comuni, pertanto il loro numero totale è diminuito di 89 unità. Una riduzione che procura, anche, un beneficio all’intero “sistema Paese”.

L’esperienza della Fusione dei Comuni ha riguardato le seguenti Regioni: Emilia-Romagna (8), Friuli Venezia Giulia (2), Lombardia (13), Marche (2), Piemonte (3), Toscana (8), Trentino-Alto Adige (21), Veneto (3) (elaborazione su dati: www.Tuttitalia.it).

È molto significativo che questa opportunità sia stata colta solo nel Centro-Nord del Paese. Si tratta, come ho detto all’inizio, di un ulteriore segnale che la questione meridionale è – ahinoi – viva. Se tali iniziative al Sud non sono discusse ed attuate non può essere frutto di una “distrazione”. È soprattutto la qualità della classe politica meridionale che, pur in un panorama nazionale non esaltante, riesce a distinguersi per la sua colpevole inadeguatezza.

Qui viene immediato il riferimento al saggio di Emanuele Felice “Perché il Sud è rimasto indietro”. È la classe dirigente meridionale, quindi non solo quella politica, che gestisce le istituzioni locali in modo “estrattivo” ossia finalizzato ad estrarre rendite e consenso a proprio favore.

Non è necessario elencare i numerosi indicatori, anche statistici, che continuano ad attestare che il Meridione, più di altri, necessiterebbe di un recupero in termini di sviluppo socio-economico. Quest’ultimo ha, a mio avviso, un presupposto fondamentale nel riassetto territoriale; la frammentazione del territorio contribuisce al permanere di uno stato di arretratezza.

È intuitivo che un Comune con poche migliaia di abitanti non possa assicurare ai propri cittadini servizi adeguati e alcuna prospettiva di sviluppo; soprattutto se circondato, come accade frequentemente, da altri di dimensione analoga.

La duratura crisi che, al Sud si sovrappone all’irrisolta questione meridionale, imporrebbe discontinuità: superare la naturale resistenza al cambiamento, abbandonare anacronistici localismi. Ma un’interessata resistenza dei notabili locali, diffidenti verso tutto ciò che minaccia il consenso di cui godono, non basta a giustificare l’immobilismo. È diffuso un malinteso ed arcaico senso dell’identità, un atteggiamento di chiusura teso alla difesa del proprio cortile. Le forze nuove, i giovani che potrebbero contrastare questa mentalità emigrano. La mancanza di opportunità lavorative provoca un’emorragia di risorse umane che aggrava la situazione socio-economica in una spirale perversa.

La Fusione dei Comuni è una possibile e concreta riforma strutturale che parte dai territori. Una sfida soprattutto culturale. Non è un caso che trovi maggiori adesioni nelle Regioni dove le popolazioni hanno maturato una forte cultura solidaristica e cooperativistica.

Non dobbiamo nasconderci le difficoltà ed è facile prevedere l’ostruzionismo di chi vede danneggiati i suoi interessi personali. Già sarebbe positivo che i cittadini, adeguatamente informati, ne discutessero.

Forse occorre anche che il Governo si impegni maggiormente su questo fronte, se ne avvantaggerebbe l’intero “sistema Paese”. Le leggi non bastano; per superare inerzie e resistenze sono necessarie anche iniziative di informazione e sensibilizzazione. Ma sta ai meridionali e alla classe dirigente del Sud scuotersi, ravvivare l’appannato senso civico e, concretamente, afferrare tutte le opportunità che possono migliorare la situazione dei territori. Insomma attivarsi per non dover poi piangere su di un’altra occasione persa; non è semplice ma è obbligatorio tentare.


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Nato a Napoli, vive nel Cilento. Responsabile di Organizzazione e Sistemi Informativi attualmente in pensione. Cultore di Storia e di Scienza politica. Scrive le sue opinioni politiche e di costume su vari giornali online.

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