Gig economy e lavoro. Intervista a Valerio De Stefano

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La recente protesta dei fattorini di Foodora, ha proiettato la gig economy al centro del dibattito nazionale, facendo luce su un tema che diventerà sempre più importante in futuro, vista la crescita costante dell’economia on-demand. La comprensione del fenomeno sarà dunque fondamentale per chiarire le principali questioni che la politica dovrà affrontare nei prossimi anni. Abbiamo iniziato ad affrontare il tema in un recente articolo su Pandora. Per approfondire pubblichiamo questa intervista di Giacomo Cucignatto a Valerio De Stefano, Docente di Diritto del lavoro all’Università Bocconi e Technical Officer on Non-Standard Forms of Employment presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) di Ginevra.


Le ricerche più recenti non nascondono una certa difficoltà nel reperire dati sul fenomeno della gig economy. Cosa ne pensa?

De Stefano: Le statistiche ufficiali sulla gig economy sono effettivamente scarse, poiché il processo di raccolta ed elaborazione dei dati si adegua lentamente ai rapidi mutamenti economici e sociali. Le indagini affidabili disponibili sul fenomeno oggi si basano esclusivamente sui sondaggi.

Come valuta l’approccio e le conclusioni dell’ultima ricerca del McKinsey Global Institute?

De Stefano: Mischiano le pere con le mele. Il lavoro del McKinsey prende contemporaneamente in considerazione realtà imprenditoriali ascrivibili alla sharing economy – come Airbnb – insieme ad altre che rientrano nella categoria della gig economy, come Uber. Ma non solo. La ricerca si concentra sul lavoro indipendente e fa rientrare in questa categoria situazioni contrattuali molto eterogenee: part time, tempo determinato a 12 mesi, lavoro per agenzie. Con tale approccio si gonfiano i dati sul lavoro indipendente – 162 milioni di persone coinvolte tra USA e UE 15 secondo McKinsey – e si arriva a concludere che è vantaggioso essere freelancer e non avere un posto fisso, dal momento che una quota elevata di tali lavoratori sceglie liberamente di dedicarsi a queste attività e ne è soddisfatto (circa il 70% secondo McKinsey). Il problema è che non è vero: solo i lavoratori col posto fisso e un reddito garantito possono “scegliere” questo tipo di occupazione. Mettere sullo stesso piano il lavoro autonomo tradizionale, il freelancer e i gig worker è sbagliato. In ogni caso, negli Stati Uniti si è aperto un forte dibattito sul tema e il rapporto in questione è solo uno dei punti di vista in campo.

Si potrebbe dire che emerge un legame tra la “nuova” categoria del lavoro indipendente e la gig economy, nel tentativo di mascherare la prestazione lavorativa e la necessità di tutelare i lavoratori in questo settore?

De Stefano: Negli Stati Uniti l’ultima survey statistica sui contingent workers – i lavoratori che non hanno un contratto a tempo indeterminato 09-17 – risale al 2005, un’era geologica differente. McKinskey punta a influenzare questa prospettiva per caratterizzare tutti i contingent come lavoratori autonomi, che hanno tradizionalmente  bisogno di meno protezioni sociali da parte del welfare statale. Tuttavia, la discussione sul lavoro indipendente è soprattutto statunitense, dove la proposta di una categoria intermedia – tra lavoro dipendente e autonomo – è anche finalizzata a fornire l’accesso alle misure antidiscriminatorie sul lavoro a questi lavoratori e a stimolarne la sindacalizzazione.

In Italia la categoria intermedia esiste da 40 anni ed è la para-subordinazione, che non ha fornito risultati soddisfacenti. Ma lo stesso vale nel resto d’Europa, con le dovute differenze: nel Regno Unito si parla di worker, come via di mezzo tra employee e self-employed, in Spagna tale categoria risponde al nome di lavoratori autonomi dipendenti (Trabajadores autónomos económicamente dependientes), mentre in Germania si parla di falsi lavoratori autonomi (Scheinselbständigkeit). In generale, l’idea di introdurre una categoria intermedia paneuropea è molto lontana da venire rispetto agli USA.

E per quanto riguarda la gig economy?

De Stefano: L’utilizzo delle piattaforme digitali su cui si basa la gig economy può generare lavoro autonomo o subordinato e condizioni lavorative molte diverse. Il crowdworker che lavora online può svolgere attività monotone e ripetitive, con meccanismi di rating talmente stringenti che talvolta configurano un vero e proprio furto di lavoro e salario: una valutazione negativa del lavoro da parte del richiedente può comportare la negazione del compenso. In altre circostanze, il gig worker può ritenere soddisfacente la propria attività lavorativa e ottenere una retribuzione adeguata: è spesso il caso delle campagne di marketing o della creazione di loghi, che spesso richiedono un livello di competenze non alla portata di tutti. In definitiva, dipende dai casi.

Le aziende invitano i lavoratori a considerarsi tutti “imprenditori di se stessi” nei settori dove si sta sviluppando la gig economy, ma non solo. Come si decostruisce questa impostazione?

De Stefano: Osserviamo le controversie giuridiche in ambito europeo. Nella sentenza della corte inglese su Uber, il giudice nega fermamente la tesi della multinazionale statunitense, che sosteneva di rappresentare la sommatoria di numerosi micro-business. L’unica cosa che può fare il lavoratore per guadagnare di più è lavorare più ore: dove sarebbe l’iniziativa imprenditoriale? Il tribunale ha dunque rigettato lo status di lavoratori autonomi per gli autisti di Uber. Lo stesso ragionamento vale per Foodora. La convinzione che la tecnologia apra le porte a guadagni facili per tutti ci sta sfuggendo di mano: c’è più imprenditorialità con internet e nuove possibilità di business e di credito, ma l’economia digitale non garantisce buoni esiti per tutti. Fare start up non è semplice e spesso ha esiti fallimentari, in questo non c’è niente di diverso dall’imprenditoria classica. Non tutti diventano imprenditori grazie all’accesso a internet: è semplificatorio ed è falso. Siamo poi sicuri che le tutele sul lavoro siano una zavorra? Nella Silicon Valley si hanno le regole sulla regolamentazione del lavoro più rigide degli Stati Uniti. Le tutele sul lavoro non contrastano l’attività imprenditoriale.

A che punto siamo con la sindacalizzazione negli Stati Uniti e in Europa?

De Stefano: Esistono realtà molto diversificate. La Freelancers Union negli Stati Uniti è una società di servizi più che un sindacato e non ha nessuna finalità rivendicativa; viceversa, loro spingono per dire che siamo tutti autonomi. In altri contesti, i sindacati tradizionali e le realtà di base hanno cercato di aggregare i lavoratori in difficoltà per difenderne gli interessi: tale compito non è affatto semplice perché i lavoratori sono difficilmente raggiungibili, non essendoci un luogo geografico di ritrovo. In ogni caso è giusto che si sviluppino procedure di aggregazione sindacale laddove esistono conflitti tra lavoratori ed aziende, anche per fornire alle imprese un interlocutore stabile e consapevole.

Alcuni hanno anche evidenziato la scarsa trasparenza da parte delle imprese nel settore on-demand. Come potrebbe svilupparsi la questione nei prossimi anni?

De Stefano: Sicuramente sono auspicabili una maggiore regolamentazione e diffusione dei dati. Non si può costringere le imprese a diffondere l’algoritmo che rappresenta il core business dell’azienda, ma sapere quanti sono i lavoratori in azienda, quanto lavorano e quanto guadagnano è positivo per tutte le parti coinvolte. C’è infatti il rischio per le imprese di andare in giudizio ed essere costrette a diffondere tali informazioni, qualora i lavoratori chiedano al giudice di ottenerle ai fini del giudizio. La regolamentazione serve a evitare lo sviluppo giudiziario delle vicende e la trasparenza diventa dunque una necessità del mercato.

E per quanto riguarda la necessità di un intervento del legislatore? In Italia la discussione parlamentare si limita alle problematiche relative alla sharing economy.

De Stefano: Non sono un fautore dell’intervento legislativo in risposta ad ogni piccolo mutamento del mercato del lavoro. Aspettiamo di vedere gli esiti giurisprudenziali delle prime controversie prima di introdurre una nuova disciplina ad hoc.


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Giacomo Cucignatto, classe 1988. Laurea triennale in relazioni internazionali all'Università Cesare Alfieri di Firenze e specialistica in sviluppo economico e cooperazione internazionale all'Università di Bologna. Giornalista freelance, collabora con alcune riviste cartacee e online. I suoi principali interessi comprendono le crisi finanziarie internazionali, la storia economica europea e le RI nell'area mediorientale.

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