La società degli individui non esiste

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo

4) Brevi cenni sul neoliberismo


L’immaginario politico lo formano i mezzi di comunicazione mediatica e sociale, che costruiscono le loro narrazioni, veicolando una rappresentazione della realtà e una visione del mondo, nella quale le idee dominanti nella politica, nell’economia, nella società e nella cultura sono in sintonia fra loro ed originano un’etica civile che alimenta l’egemonia dei gruppi sociali al comando. Centrale in questo processo è la creazione di un linguaggio che si pieghi a questa esigenza. Nel linguaggio è depositato un pensiero: quando parliamo e lo utilizziamo, mettiamo in campo una filosofia e una visione del mondo. Si crea un “sistema concettuale ed emozionale”, in cui le narrazioni della vita e della realtà predominano perché tutte le parti e i soggetti le accettano o le subiscono passivamente.

L’immaginario neoconservatore si fonda sulla neutralizzazione del nesso tra presente e passato, affinché il futuro non possa essere pensato come progetto. Vengono compressi lo spazio ed il tempo. La realtà viene presentata come a-storica e a-dimensionale. La globalizzazione dell’immaginario scandisce il nostro tempo come “ciclico”: è un tempo senza epoca, cioè senza un risultante che intenda il futuro come proiezione del presente sui fondamentali del passato. Il nostro è presentato come un “eterno presente”. L’orizzonte del domani cancellato con un colpo di spugna mentre del passato non viene conservata memoria.

Bisogna allora maneggiare il linguaggio delle narrazioni dominanti, provare a straniarlo, piegarlo e progressivamente sostituirlo. La parola infatti veicola concetti, crea un immaginario collettivo, dà nome alle cose. La parola è un’arma, porta con se una critica della realtà. Può riattivare una multiversità del tempo. Dire che questo non è l’unico dei mondi possibili, né tanto meno il migliore. Senza che per questo si debba esser tacciati di descrivere “reami che non esistono”.

Un nuovo soggetto deve cimentarsi su questo terreno prima di approdare all’elaborazione di una proposta politico-programmatica. E’ una precondizione e al contempo parte integrante del porre il tema dell’egemonia. Una classe dominante, prima di poter conquistare il potere, deve essere classe dirigente, cioè capace di esprimere un’egemonia culturale ed un’etica conforme: trasformare la propria filosofia in senso comune di massa e folklore. Far penetrare i valori di cui si fa interprete nel profondo del tessuto sociale e delle coscienze individuali, come verità assolute. Una differenziazione del linguaggio porta come corollario una diversificazione del pensiero: la parola fende così il senso comune di massa, l’indifferenziazione dell’opinione diffusa e diventa arma critica. Il linguaggio è un articolazione del pensiero. Ma il pensiero, il cogito, in se non può bastare. Assunto in senso assoluto, slegato da ogni determinazione storica e sociale, il pensiero è pura indeterminatezza. La determinatezza del cogito si ricava in relazione alla concreta vita dell’uomo, cioè in base al rapporto dell’individuo con gli altri soggetti.

Nella società feudale, l’esistenza del singolo veniva data dall’appartenenza sociale, dalla realtà storica determinata. Con l’avvento della modernità e del pensiero razionalista cartesiano e kantiano, si ha una crisi dell’individuo-soggetto come elemento che trascende lo spazio sociale: il principio di razionalità è posto fuori dal quadro storico sociale e risiede all’interno dell’individuo stesso, che conosce e costruisce il mondo a partire dalla sua soggettività individuale. Vengono meno i fondamenti storico e sociali dell’esistenza, c’è solo un piano di pensiero. L’individuo è ente astratto.

La Rivoluzione Francese trasforma invece il corpo sociale in corpo politico: la plebe si fa popolo ed occupa lo spazio politico, sottolineando la preminenza dell’elemento collettivo su quello individuale. La rivoluzione industriale, l’affermazione della borghesia e dei rapporti di produzione capitalistici riportano al centro i rapporti sociali. Torna ad occupare un ruolo fondamentale la storicità del reale. L’individuo si pensa all’interno di reti sociali che lo condizionano e lo inglobano. La realtà sociale stessa si coglie in funzione del senso che gli individui danno alla propria azione in relazione a quelle degli altri. Il soggetto che pensa è comunque un soggetto socializzato: il pensiero infatti non è una coscienza autonoma estraniata dalla realtà sociale, ma è frutto di un condizionamento e di una determinazione storica. Non esiste un “principio di ragione innato”: va collocato nella storicità, perché l’orizzonte sociale condiziona l’esistenza e perché le idee si costituiscono su soggetti collettivi e non certo individuali. Anche l’individuo, il singolo soggetto, altro non è che processo dell’individualizzazione: è il processo sociale che ci caratterizza come individualità, la storicità che ci definisce come singola coscienza individuale.

Il vero problema che abbiamo di fronte e che è anche il problema fondamentale dei Quaderni di Gramsci è come formare una nuova volontà collettiva. Chi è il soggetto e come lo si costruisce, in sintesi. Innanzitutto, il soggetto non si può pensare in senso astratto, né esiste come dato o è una determinazione concreta dell’Idea. Il soggetto è in continua costruzione, in senso processuale e dialettico: non esistono identità statiche, ma sono sempre in movimento. Una soggettività si dà nel conflitto e nello scontro sociale. Si costituisce nei rapporti sociali, economici e di produzione e nei rapporti di forza tra le classi. Il soggetto non esiste come dato, come prodotto del determinismo economico e dei rapporti di produzione. Si crea nell’interazione dialettica tra struttura e sovrastruttura, anche se queste sono categorie che Gramsci supera definitivamente con il passaggio dal materialismo storico alla filosofia della prassi. Il soggetto è, anche etimologicamente, “sub iectus”, gettato sopra, assoggettato. Non si ha più un soggetto che si appropria del mondo tramite la conoscenza, ma si costruisce processualmente in divenire nel rapporto che ha con il mondo.

L’individuo stesso non è qualcosa che preesiste alla società, ma si costituisce nel processo di individuazione, cioè la differenziazione e la specializzazione del lavoro e delle funzioni sociali. E’ un processo sociale a permetterci di accedere all’individualità, intesa come concetto astratto. I neoconservatori hanno prodotto una distruzione creatrice: la destrutturazione dei sindacati, del partito politico, delle idee e delle pratiche collettiviste, del ruolo del pubblico e la disarticolazione dei legami sociali. Hanno in pratica spoliticizzato il lavoro. Di pari passo con l’esaltazione dell’individualità, della libertà creatrice del singolo, della volontà di potenza sovrana, hanno fatto credere all’individuo di potersi pensare come soggetto autonomo, come atomo sociale.

Un individuo non può essere pensato fuori dai rapporti sociali o fuori dal suo contesto storico; come l’individuo è inserito nel sistema dei rapporti sociali, allo stesso modo la società vive all’interno dell’individuo senza mai comprenderlo del tutto. Non tutto ciò che siamo è società ma ci sviluppiamo come coscienza in relazione ad essa. Allo stesso tempo siamo frutto di un condizionamento pesante, ma non totale, né totalmente a noi riducibile. La società non è una somma di individui, né un corpo autonomo preesistente. Si crea nei rapporti e nelle interazioni degli individui, che sono, ad un tempo, al di fuori e dentro di essa. Cioè è un sistema di scambi e rapporti all’interno di cui rientrano le individualità che non ne sono del tutto assorbite. Le relazioni sono dinamiche e cambiano in continuazione ed i rapporti non sono chiusi in senso determinato.

Non bisogna commettere l’errore di reificare rigidamente le forme: la società non è un tutt’uno esterno agli individui, né questi unità astratte. Non esiste società senza individui, né individui senza società. Pensare di cambiare la società, i rapporti di produzione e quelli fra classi, senza porsi il problema di cambiare gli individui, e quindi ripensare un nuovo tipo umano, antropologicamente diverso, e una diversa articolazione delle relazioni tra i soggetti, è per questo velleitario.


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Classe '96, studia Filosofia alla Sapienza di Roma.

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