Macron: En Marche! Verso l’Eliseo?

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron, 39 anni, cattolico, di famiglia borghese, è la rivelazione della campagna elettorale in vista delle presidenziali francesi 2017. Originario di Amiens (una piccola cittadina della Francia settentrionale), si trasferisce a Parigi per studiare prima a Sciences Po e poi presso l’ENA, compiendo così il percorso “classico” di chi vuole entrare nell’élite politica francese. Ma la “normalità” nel percorso politico di Macron finisce qui. Iscritto al Partito Socialista francese dal 2005 al 2016, non ha mai fatto attività politica ad alti livelli all’interno del partito, non ha mai avuto una carica elettiva, ed è stato prima consigliere di Hollande nel 2012 e poi Ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale nel Governo Valls II, ruolo che ha svolto dal 2014 fino a quando non si è dimesso, a metà del 2016, mentre la barca della presidenza Hollande stava definitivamente affondando; inoltre, è candidato alle presidenziali francesi del 2017 senza aver mai fatto o partecipato ad una campagna elettorale e senza avere un partito alle spalle. E la sua candidatura, ufficializzata a novembre, è un enorme successo.

Inizialmente snobbato dai due “big” di queste presidenziali (Le Pen del Front National e Fillon dei Républicains), e definito maliziosamente “una bolla di champagne”, ha vertiginosamente aumentato le sue quotazioni di sondaggio in sondaggio, fino a guadagnarsi gli attacchi dei due candidati della destra e a diventare ufficialmente il “terzo uomo” di queste elezioni. Bernard Accoyer (segretario generale del partito Les Républicains) lo ha definito un “Beppe Grillo vestito da Giorgio Armani”, accusandolo di incarnare una certa forma di populismo che denuncia un sistema di cui lui stesso fa parte. Le Pen, in un tweet, lo ha definito “il candidato di Bruxelles, dell’ultraliberismo, della globalizzazione, dell’austerity e dei media”, in riferimento alla sua “eurofilia” e alle sue posizioni di apertura sui temi post-globalizzazione, agli antipodi rispetto a quelle della candidata del Front National.

Attacchi prevedibili quelli provenienti dal campo di destra, a differenza di quelli che sono arrivati dal campo di una sinistra che non solo si è trovata a dover gestire l’uscita di scena del presidente meno amato dai francesi di sempre (l’unico a non aver chiesto un secondo mandato da De Gaulle in poi), ma che probabilmente non arriverà al secondo turno proprio a causa della candidatura di Macron che si è rifiutato di partecipare alle primarie socialiste, vinte poi da Hamon (sinistra del partito). Tale rifiuto deve essere inserito nella logica di non voler mischiare la propria candidatura con il nome di un partito tradizionale, a maggior ragione se in crisi profonda, ragionamento che risulta particolarmente sensato considerando che parte dell’elettorato della sinistra “tradizionale” si sta interrogando sull’eventualità di votare in maniera “utile”, spostandosi su Macron, pur di evitare una vittoria della destra, mentre buona parte dei suoi sostenitori apprezzano il suo essere fuori dagli schemi tradizionali.

Macron, infatti, pur avendo dichiarato di essere sempre stato di sinistra, ha lanciato un progetto politico che non è “né di destra né di sinistra” e che si rivolge ad ecologisti, liberali, centristi, repubblicani, social-democratici, a chi non ha una precisa identità politica e alla società civile. Una “terza via” modernizzata con tratti anti-establishement e post-globalizzazione. Nel sito del suo movimento (guai a chiamarlo partito) “En Marche!” viene dichiarato che “fare politica non può più e non deve più essere un mestiere, ma un impegno limitato nel tempo”; inoltre, i due terzi dei referenti locali del movimento non hanno mai fatto politica e i candidati per l’Assemblea Nazionale (la metà dei quali dovrà essere estranea al mondo della politica) verranno scelti da un comitato interno tramite selezione di candidature presentate on-line. Una visione e un modo di fare politica (che rifiuta chi vuole vivere della politica ed esalta chi vuole vivere di politica), in linea con quelle pratiche populiste che in Italia conosciamo fin troppo bene e che sembra di godere del vento in poppa.

Per quanto possa essere considerato populista nei modi, però, non lo è certamente nei contenuti, dato che ha messo al centro del suo progetto, tra le altre cose, l’Europa e quell’Unione Europea così tanto bistrattata ultimamente. Ha dichiarato che «l’Europa siamo noi. Bruxelles siamo noi. Abbiamo bisogno dell’Europa» e che l’Europa «è la nostra migliore protezione, di fronte alla concorrenza sleale di cinesi e indiani» e che è «la nostra identità, il nostro sogno». Il leader di En Marche! ha riconosciuto come ci siano state alcune incoerenze europee e che alcune politiche potevano sicuramente essere fatte meglio (in particolare ha criticato la direttiva sui lavoratori distaccati e in generale la politica della concorrenza), ma ritiene che l’unica vera soluzione sia quella di aumentare la collaborazione tra i paesi europei sotto la guida di un forte asse franco-tedesco che si è subito premunito di sondare, recandosi in visita a Berlino ed elogiando la politica di accoglienza della Cancelliera Merkel. Addirittura, è arrivato a pronunciare la parola “sovranità” (da qualche tempo monopolio dei populisti di destra) sostenendo che la vera sovranità è europea e non nazionale, andando all’attacco della destra (francese ed europea) che la vorrebbero sempre più stretta entro i confini nazionali. Una narrazione, dunque, che fa leva sulla rottura con il sistema partitico-istituzionale odierno (e storico), ma che nei temi si allontana nettamente dalla maggior parte dei partiti/movimenti che ne fa uso in Europa.

In termini più generali, si definisce progressista in campo sociale e liberale in economia (in accordo con una “terza via” che da Bill Clinton in poi ha fatto capolino nella politica occidentale), parla di laicità e di libertà di culto, di giustizia sociale e di trasformazione energetica, mentre si scaglia contro la mentalità e le pratiche (a sua detta) corporativiste presenti in Francia, mettendo al centro del suo progetto la mentalità imprenditoriale, rivendicando la volontà di dare a ciascun lavoratore la possibilità di prendere dei rischi lungo la propria carriera, al fine di incentivare la mobilità sociale e di favorire la modernizzazione. Durante i suoi discorsi, parla spesso di ambizione come motore che permette a ciascuno di tirare fuori il meglio di sé e di costruire la propria vita, e sostiene che tutti quanti dovrebbero avere le stesse possibilità in partenza. La sua ambizione, dice, è quella di dare sicurezze individuali e nuove forme di protezione in un mondo che cambia velocemente e profondamente, cercando di rispondere con la speranza invece che con “l’esclusione, l’odio o la chiusura in noi stessi”. Una visione, insomma, estremamente individualista e che vede nel successo materiale e lavorativo la realizzazione dell’individuo.

Inoltre, affronta i problemi della classe media in maniera aperta e cruda, come ha fatto quando ha affermato che «Le classi medie si sono costruite socialmente, politicamente, ideologicamente sul concetto di progresso e sulla convinzione che i loro figli avrebbero vissuto meglio dei loro genitori. Questo non è più vero», dimostrando di aver compreso che questo processo ha cause esterne rispetto alla ristretta realtà nazionale, quando ha sostenuto che la globalizzazione ha favorito le classi medie dei paesi in via di sviluppo e i ricchi di quelli già sviluppati, mentre ha impoverito la classe media dei paesi sviluppati. Impoverimento giunto, però, dopo anni di politiche neoliberiste, incentrate su assunti sui quali lo stesso Macron si è basato per formulare il suo programma economico, anche se in maniera “addolcita”.

Come già detto in precedenza, la sua linea politica può essere considerata una “terza via” resa più moderna dall’inserimento di alcuni temi post-globalizzazione e richiami anti-establishment; confrontando tali richiami con la sua storia personale, però, appaiono lampanti alcune incongruenze. Prima di diventare consigliere di Hollande, infatti, ha lavorato nella banca di investimenti Rothschild (della quale Pompidou era stato direttore generale), siglando un accordo tra Nestlé e Pfizer che lo ha reso milionario. In gioventù ha studiato a Parigi presso Science Po e presso l’ENA, l’Ecole Nationale d’Aministration, che ha formato, tra gli altri: Royal, Giscard d’Estaign, Trichet, Chirac, Jospin, Sapin, Moscovici, Hollande (e la lista potrebbe continuare). Inoltre, durante il suo operato in qualità di ministro, ha firmato la contestata “loi Macron” (legge sulle liberalizzazioni) e ha partecipato alla stesura della contestatissima “loi Khomri” (omologa del jobs act nostrano). In queste due leggi, in particolare, si è affermata la supremazia di alcuni accordi aziendali rispetto agli accordi nazionali, è avvenuta una riformulazione di alcune norme riguardanti i licenziamenti collettivi e si è dato avvio ad una serie di privatizzazioni di enti e aziende pubbliche. Due misure, insomma, in accordo con quei concetti di “flessibilità” e “apertura” che negli ultimi anni hanno ossessionato le politiche del lavoro europee e che se da una parte hanno significato più profitti, per molti lavoratori oggi elettori di partiti anti-establishment hanno significato meno garanzie.

In secondo luogo, sorgono dei dubbi sulla validità attuale della cosiddetta “terza via”. In una lotta politica sempre più polarizzata, dove i candidati con posizioni più estreme hanno tendenzialmente la meglio su quelli moderati (Fillon e Juppè, Hamon e Valls), Macron cerca di restare il più possibile al centro, attraverso una proposta che mette assieme i valori storici della sinistra europea con le ricette economiche della destra, come già fatto da Clinton, Schröder e Blair a cavallo del millennio e, più recentemente, da Renzi e Valls. Nell’evoluzione di questa ricetta, però, i valori sociali della sinistra sono accusati di essersi adattati alle politiche economiche di destra in maniera acritica, fino a diventare irriconoscibili. E così, la promozione dell’uguaglianza è diventata la limitazione della diseguaglianza; la solidarietà dello Stato verso i cittadini è diminuita ogni qual volta, nel nome della efficienza e del libero mercato, è stata decisa una privatizzazione; la protezione dei più vulnerabili è diventata sempre più difficoltosa e dispendiosa, man mano che le disuguaglianze aumentavano. La terza via, nel mondo di oggi, ha certamente perduto quella carica innovativa di cui aveva goduto nel momento della sua nascita, e forse addirittura la sua ragione di essere.

Poco dopo la fine della guerra fredda, infatti, era necessario che la sinistra trovasse una soluzione alternativa all’inevitabile annichilimento dovuto alla morte dell’utopia comunista. Erano i tempi della fine della storia e dell’affermazione (apparente) dell’egemonia USA su scala globale, e la sinistra (nell’immaginario di molti legata indissolubilmente al comunismo sovietico) ha dovuto adattarsi per non scomparire, abbandonare il proprio carattere utopico e rendersi concreta, pragmatica. Oggi, in un mondo che torna a chiedere cambiamenti radicali, che è sempre più conflittuale, che sta scoprendo che la storia non è affatto finita e che il modello neoliberista non è l’ultimo gradino del progresso economico, ora che tutti i limiti di tale modello si stanno palesando, questa “terza via” ha perso molta della sua credibilità e sopratutto il suo più grande vantaggio: riuscire a tenere assieme una sinistra europea, storicamente divisa e litigiosa, in nome della possibilità di governare.

Il programma economico di Macron è stato accusato di essere simile a quello di Fillon, accuse che Macron ha respinto definendo il proprio programma “liberale” in opposizione a quello del suo avversario “conservatore” e ha subito rilanciato, proponendo di aumentare alcuni servizi del  sistema sanitario nazionale, che la destra dei Républicains vorrebbero invece diminuire, considerandoli troppo generosi. Oltre a quelle dei lavoratori del sistema sanitario, inoltre, ha cercato di attirarsi le simpatie anche dei lavoratori del sistema scolastico, proponendo una diminuzione degli studenti per classe, un aumento delle ore di insegnamento e una maggior autonomia per gli insegnanti.

Lasciando da parte per un attimo le idee, uno dei motivi del successo di Macron è sicuramente la sua straordinaria capacità di suscitare entusiasmo nei sostenitori (la maggior parte, non a caso, sono giovani tra i 20 e i 30 anni). Il movimento da lui lanciato ha raggiunto il numero di 135mila iscritti da quando ne è stata ufficializzata la nascita (6 aprile 2016), grazie anche al fatto che l’iscrizione avviene on-line, che è completamente gratuita e che si presenta in maniera più simile ad un movimento civico che ad un partito vero e proprio. I suoi comizi e i suoi incontri hanno riscosso un enorme seguito (12.000 persone a Parigi, 4.000 a Lille), specialmente per un candidato che non ha una struttura stabile e capillare a sostenerlo. Il suo carisma e le sue doti oratorie, allo stesso modo, gli hanno fatto presto guadagnare grandi spazi all’interno dei media, tanto che, se da un lato è diventato rapidamente il politico più amato dai francesi (40% Macron, 32% Fillon, 26% Le Pen), dall’altro si è guadagnato l’appellativo di “ologramma” che gli è stato affibbiato dal leader di MoDem (centro) Francois Bayrou, il quale ha sofferto più di tutti dell’avvento di Macron.

Per quanto Macron abbia rubato consensi alla sinistra moderata dei socialisti (e rischi di rubarne ancora di più ora che il candidato socialista è ufficialmente Hamon), infatti, è al centro che sta ottenendo il maggior successo. Bayrou, quotato inizialmente attorno al 12%, ora è dato poco sotto il 5% e sta valutando seriamente se presentare o meno la propria candidatura: se ciò non dovesse avvenire, Macron potrebbe ottenere circa un 5% di voti aggiuntivi. Il leader di En Marche!, consapevole di ciò, ha cominciato a rivolgersi direttamente agli elettori di MoDem invitandoli a votare per lui per ridurre il distacco che ha nei confronti dei due candidati di destra e che potrebbe non essere incolmabile, anzi: a circa 3 mesi dal primo turno delle presidenziali, Macron è dato in una forbice tra il 18 e il 24 %, Le Pen stabile in prima posizione con più del 25% dei voti e Fillon (invischiato in questi giorni nel “penelopegate”) con il 19-25%. Molto dipenderà dalla candidatura o meno di Bayrou, da come i francesi reagiranno allo scandalo del candidato dei Républicains e dalla volatilità dell’elettorato di Macron.

Il leader di En March!, però, ha anche altre carte da giocare. Innanzi tutto, come già detto in precedenza, può sperare nel “voto utile” dei socialisti e financo di alcuni elettori di Mélenchon, in qualità di unico candidato non della destra capace, secondo i sondaggi, di arrivare al ballottaggio; in secondo luogo, può puntare a quegli elettori della destra moderata che hanno votato per Juppè alle presidenziali della destra e del centro e che si sono trovati con Fillon, il quale si ispira a Tatcher e insegue Le Pen. In una politica sempre più polarizzata, la sua scelta è quella di cercare di riunire moderati e progressisti, attraverso il linguaggio della politica post-ideologica, ma di fatto puntando al centro, con una scelta strategica e coraggiosa allo stesso tempo (cercando di colmare un vuoto ma rischiando di restare a mani vuote). Storicamente, in Francia, i tentativi di affermazione del “terzo uomo” alle presidenziali sono stati un fallimento (ultimo esempio, quello di Bayrou nel 2007: pienamente in corsa nei sondaggi a febbraio, si è poi sgonfiato ad aprile); questa volta potrebbe essere diverso, però, in quanto per la prima volta, oltre alla tradizionale divisione orizzontale (destra-sinistra) se ne è aggiunta un’altra verticale (establishment-anti establishment), che ci ha ultimamente abituati a risultati a dir poco sorprendenti. Per questo stesso motivo, l’inesperienza di Macron, punto debole sul quale hanno posto l’attenzione sin da subito gli altri candidati, potrebbe diventare un punto di forza, vista la disaffezione dei cittadini francesi verso la propria classe politica tradizionale.

Solo il 23 aprile potremo sapere se il leader di En Marche! ce l’ha fatta. Nel frattempo, si gode lo straordinario successo del suo progetto politico, che dimostra di essere in grado di capire i desideri di una discreta parte dei francesi, nonostante le perplessità sulla sua validità nella realtà storica attuale. Per i suoi avversarsi è il progetto “dell’acqua tiepida”, per i suoi ammiratori “l’incarnazione generazionale di una alternativa al sistema”. Quello che è certo, è che la “bolla di champagne” Macron prima o poi scoppierà: resta da vedere se si tratterà di aria o se si tratterà di una bomba.


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Bolognese, classe '94, laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Si occupa di politica italiana e internazionale, geopolitica e Unione Europea, studi strategici e sicurezza internazionale.

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