“Il mondo di Obama” a cura di Paolo Magri

Obama

Recensione a: Paolo Magri (a cura di), Il mondo di Obama. L’America nello scenario globale, Mondadori,  Milano 2016, 182 pp., 13 euro (Scheda libro).


A pochi giorni dall’insediamento alla Casa Bianca del repubblicano Donald Trump, è tempo di tirare le somme per gli otto anni di Barack Obama. Un giudizio complessivo sull’operato del primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti è molto difficile; una sfida che Paolo Magri e gli autori di questo volume hanno voluto accogliere, mettendo sul tavolo l’expertise necessaria per aiutare il lettore a districarsi tra gli scenari estremamente complessi che lo hanno coinvolto sullo scacchiere internazionale.

Il fulcro del volume verte principalmente sulle speranze suscitate dall’elezione di Obama, insediatosi alla Casa Bianca armato di un capitale simbolico e politico elevatissimo. Speranze che si sono trasformate, specialmente con il secondo mandato, in illusioni che hanno alimentato il dibattito successivo: l’amministrazione Obama è stata o meno una presidenza transformational – alla Roosevelt per intenderci? Presentatosi come un jeffersoniano, convinto nell’utilizzo del soft power come strumento prediletto per dirigere la politica estera americana, Obama ha dovuto confrontarsi fin da subito con alcune verità inconfutabili: il declino degli Stati Uniti come lonely superpower e “nazione indispensabile” e divenuti, in un mondo sempre più multipolare, potenza primus inter pares. Una condizione che Obama ha accolto, costruendo – secondo gli autori – il paradigma della sua foreign policy tra coerenza e inconsistenza del suo operato: un “realismo etico” che ha dovuto misurarsi ai contesti geopolitici, subendo distorsioni e ripensamenti.

Europa e Stati Uniti: la fine di un incanto?

Il primo intervento, di Erik Jones, analizza la configurazione delle relazioni transatlantiche rispetto alle nuove sfide globali poste da attori statali emergenti (in primis Cina e Russia) e dal terrorismo islamico. Gli anni fallimentari di George W. Bush, della war of choice in Iraq e della war of necessity in Afghanistan, hanno seriamente minato la collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico, ponendo gli USA di fronte al rischio di una iper-estensione della propria leadership, divenuta ormai insostenibile secondo Obama. Proprio la NATO nell’ultimo ventennio ha subito una trasformazione, prima con la “dottrina dell’allargamento” verso i paesi dell’Europa dell’Est, poi in operazioni “fuori area” che hanno contribuito a mutare la ragion d’essere dell’alleanza Atlantica e ad estraniarne i principali partner europei. Rapporti che hanno risentito tanto delle “primavere arabe”, quanto della prepotente ascesa cinese, a cui Obama ha deciso di opporre i suoi sforzi con il pivot to Asia, declassando il teatro europeo. Un tale cambio di priorità ha sicuramente influito sulla gestione confusa della crisi siriana e della crisi ucraina, senza dimenticare il buco nell’acqua con il regime change in Libia. Obama nel discorso di Berlino ha ribadito la necessità di un’Europa “forte, prospera, unita e democratica” di fronte alla minaccia del populismo anti-europeista e razzista, per recuperare la cooperazione con gli Stati Uniti e garantire la sicurezza reciproca. Ma è chiaro che se l’Unione Europea non sarà in grado di proporre una visione univoca in politica estera e di legittimare il processo d’integrazione allora non sarà “un partner efficace per gli Stati Uniti” (p. 42). Obama lascia a Trump un’Europa forse troppo trascurata e più instabile.

Barack Obama primo “presidente del Pacifico”?

La seconda analisi, di Alex Berkofsky, prende in esame quella che sarebbe dovuta essere la punta di diamante dell’amministrazione Obama: il pivot to Asia. Annunciato nel 2011, sembrò certificare la fine della “Grande Divergenza” e la consapevolezza del Presidente delle sfide che giungevano da Oriente. La strategia del re-balance nell’ottica di un contenimento cinese, oltre che a proporre un nuovo assetto commerciale con le potenze regionali (TPP), ha finito per prevalere come risposta all’isteria di Pechino di fronte alla presunta ingerenza americana nel teatro Asia-Pacifico. Inizialmente Obama era contrario a concettualizzare le relazioni sino-americane come un gioco a somma zero per l’egemonia: piuttosto era convinto di una complementarità tra le due potenze rispetto a fattori di dipendenza reciproca, sulla quale poter costruire un dialogo per includere maggiormente la Cina nella governance globale. L’aggressività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale non ha fatto altro che legittimare l’engagement statunitense, ricalibrando il pivot su un piano di sicurezza e difesa che coinvolgesse a livello multilaterale attori quali Filippine, India, Australia, Vietnam e Giappone: dunque “[…] la rivalità e la competizione geostrategica sino-americana esisterebbero comunque, con o senza la svolta asiatica degli Stati Uniti (p. 52). La preponderanza degli aspetti del pivot in tema di sicurezza militare e marittima ha finito per monopolizzare la risonanza mediatica del progetto, portando la Cina ad accusare Washington di pianificare “guerre per interposta persona, un po’ come avveniva durante la guerra fredda” (p. 62). Se da una parte Pechino accusa gli Stati Uniti di condurre una politica di contenimento per contrastarne l’egemonia nel suo core interest (il Mar Cinese Meridionale), dall’altra l’eccessiva espansione delle basi militari americane nelle isole del Pacifico – grazie alla cooperazione di potenze che guardano con sospetto all’espansionismo cinese – non ha contribuito a stemperare le tensioni. La svolta asiatica di Obama, da progetto ambizioso, inclusivo ed economico si è trasformato, lungi dall’essere militarmente aggressivo e dal possedere una precisa direttiva, nell’oggetto di propaganda dell’establishment cinese in funzione anti-americana, rischiando così di provocare in futuro escalation molto pericolose.

Fuga dal pantano in Medio Oriente

Nel terzo saggio Roberto Toscano traccia una panoramica sulla politica mediorientale del presidente. In una regione sconvolta dall’unilateralismo militare di G. W. Bush, che ha creato una sorta di metastasi del terrorismo, Obama ha cercato di muoversi con cautela (“don’t do stupid shit”) e con un approccio più conciliante; il discorso del Cairo in questo senso racchiude la sua visione di apertura al mondo islamico, a cui avrebbe voluto affiancare un repentino disimpiego degli Stati Uniti dall’Iraq e dell’Afghanistan. La sua visione giace nella consapevolezza dei limiti della potenza statunitense, venuti a galla proprio in quella che è definita la “tomba dell’onnipotenza americana” (p. 73) e nella constatazione dell’impossibilità e dell’illogicità di intervenire in una regione ormai divenuta disfunzionale per gli interessi americani. La questione libica ha messo in dubbio la fermezza del Presidente nel rispettare questa visione; anche se gli Stati Uniti si sono limitati ad un leading from behind, il fallimento del regime change appare come un déjà-vu. Nella crisi siriana Obama ha mostrato più autocontrollo e autonomia decisionale rispetto alle influenze – e in seguito alle critiche – del foreign policy establishment, mantenendo la sua refrattarietà all’uso della forza militare, anche se ciò ha favorito le ambizioni di Vladimir Putin. Nei confronti del terrorismo e dello Stato Islamico Obama ha preferito condurre una campagna più selettiva, affidandosi ai reparti speciali, all’intelligence e all’utilizzo degli UAV (Unmanned Aerial Vehicle, i droni), destando tuttavia proteste per gli effetti collaterali sui civili – e conseguente discredito al suo internazionalismo liberal – e critiche per aver sottostimato il terrorismo come minaccia endemica globale dai “falchi” neoconservatori. L’unico successo indiscusso, l’accordo sul nucleare con l’Iran – ratificato grazie alla disponibilità del regime di Rouhani, ma scontando poi parecchio del suo credito politico, tanto all’interno (Congresso repubblicano) quanto all’esterno (Israele) – rischia di avere vita breve.

Stati Uniti e Russia: la Storia non è finita

Nella quarta sezione Walter Russel Mead, nell’affrontare uno dei nodi più problematici dell’amministrazione Obama, il rapporto con la Russia di Putin, utilizza un metro espositivo più riflessivo e meno rivolto all’operato del Presidente uscente. Attraverso la lezione di George Kennan, padre teorico del containment durante la guerra fredda, l’autore vuole indurre il lettore – e non ultimi i leader occidentali – a comprendere la storia delle relazioni tra Mosca e Washington per riuscire nell’intento di normalizzarne i rapporti. L’approccio di Obama si inserirebbe nella generale tendenza ad interpretare “[…] la politica estera principalmente come l’arte di rimuovere gli ostacoli artificiali per completare l’inevitabile processo liberale e di democratizzazione in gran parte del mondo” (p. 107). Un pensiero post-storico che ha finito per condizionare anche l’amministrazione Obama come le precedenti, che hanno commesso sostanzialmente lo stesso errore: considerare la Russia un paese scevro da ambizioni di potenza, che volente o nolente sarebbe stato incluso nell’ordine liberal-democratico. Queste mal riposte convinzioni sono rivedibili tanto per la natura intrinsecamente ostile della mentalità russa verso l’Occidente, quanto per la loro infondatezza rispetto alla crisi attuale del liberalismo, politica ed economica. Ed è proprio in queste crepe che si è insinuato Putin, sfruttando le debolezze dell’asse atlantico e non lesinando politiche sfrontate e aggressive. Il reset diplomatico propinato da Obama ha fallito proprio perché non ha saputo essere una politica di deterrenza e la crisi ucraina né è la controprova: l’escalation militare nel Donbass ha avuto luogo per la generale indifferenza di Obama verso il teatro europeo – di cui il pivot to Asia è sicuramente una delle ragioni – e per la difficoltà nel riconoscere l’importanza geopolitica che l’Ucraina riveste per Mosca. Il giudizio su Obama è quindi un monito che ha una valenza più generale: per l’autore Kennan deve fare scuola poiché “non ci può essere ordine europeo se non si prende in debita considerazione la Russia” (p. 122).

L’America del Sud non è più il “cortile di casa”

Il penultimo contributo, redatto da Loris Zanatta, tesse le lodi della politica del Presidente nei confronti dell’America Latina, storicamente ostile verso le amministrazioni americane. Il grande merito di Obama consisterebbe nel aver sapientemente gestito la transizione dall’amministrazione Bush, la cui politica aveva rivitalizzato l’anti-americanismo latente sull’onda del successo di regimi populisti come quello di Chavez in Venezuela. Le grandi speranze suscitate dall’elezione di Obama – la cui popolarità superò addirittura quella dei leader regionali – diedero i propri frutti soltanto nel secondo mandato, quando paradossalmente il panamericanismo di matrice statunitense, minacciato dai reflussi antiamericani e dall’ingerenza commerciale della Cina, rinforzò i successi degli anni precedenti. Una congiuntura favorevole al soft power di Obama il quale, combinando una politica di basso profilo a gesti simbolici – l’apertura e il disgelo con Cuba e la visita in Argentina – ha sfruttato il declino e l’anacronismo di regimi che si proclamavano antiamericani e antiliberali in un momento storico di forte democratizzazione e integrazione a livello regionale. Il suo approccio cooperativo e multilaterale ha favorito il consolidamento delle istituzioni democratiche, rendendo paritarie le relazioni tra gli Stati Uniti e le nazioni latinoamericane; Obama ha intrapreso così “una via che implica un bagno di umiltà e la rinuncia al tipico atteggiamento da grande potenza che così a lungo Washington ha coltivato nella regione” (p. 147).

Obama e la coscienza del declino

Gianluca Pastori conclude il volume con un’attenta disamina su ciò che Obama ha voluto essere in qualità di supremo rappresentante dei valori americani nel mondo e di come un giudizio complessivo sul suo operato sia da ponderare rispetto ai forti vincoli in politica interna. Balza agli occhi la volontà del Presidente di ridimensionare gli sforzi in politica estera per sostenere materialmente il cambiamento all’interno del paese, accettando così il riflesso negativo sulla collocazione internazionale degli Stati Uniti. Spesso il rapporto non proprio idilliaco con il partito, l’ostruzionismo repubblicano e l’avvicendamento confusionario in alcuni posti chiave dell’amministrazione hanno influito sulle sue scelte e nel rendere il suo operato in politica estera orfano di una strategia. Se da una parte non possiamo delineare con precisione una “dottrina”, sicuramente è presente un leitmotiv: la decisione su un ripiegamento degli Usa che ha favorito il dialogo e aperture eclatanti – a Cuba e al regime iraniano – ma a sua volta ha accentuato il peso dell’assenza statunitense in aree critiche (Siria e Ucraina). La sconfessione dell’unilateralismo precedente ha sì ridato lustro all’immagine americana nel mondo, ma il soft power ha di fatto confermato un ridimensionamento che non appare reversibile per gli Stati Uniti: è questa la “lezione di Obama” (p. 170).

Sfogliando le pagine di questo libro colpisce l’uniformità delle analisi su quello che è il quesito fondamentale per valutare l’amministrazione Obama: fino a che punto il Presidente è rimasto fedele ai suoi principi e, soprattutto, a quello che è stato definito il suo “realismo pragmatico”? Quello che traspare dai commenti degli autori è che abbia dovuto, spesso e volentieri, declinarlo a seconda dei contesti e scendere a patti con quello che riteneva l’unico approccio in un mondo complesso, scontrandosi con realtà spesso così conflittuali e intricate da disincentivare qualsiasi tentativo di confronto multilaterale e cooperativo, approccio da lui prediletto. Esemplari in questo senso sono state la crisi siriana, la Libia e l’Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo se non secondario quanto meno zoppicante; mentre il rapporto con la Cina ha mostrato due sole strade percorribili: il confronto o il disimpegno e Obama in questo caso forse ha scelto di non scegliere. Il grande merito del libro sta nello svelare le ambiguità di Obama, nell’inconciliabilità del suo cosmopolitismo con un realismo a tratti annebbiato: al raggiungimento di grandi traguardi come gli accordi sul clima di Parigi, il disgelo con Cuba e l’accordo con l’Iran sono seguiti errori attribuibili tanto al suo, per così dire, anti-eccezionalismo quanto ad una realtà così complessa che, forse, mal si conciliava con il suo approccio soft. Comunque solo la storia potrà elevarsi a giudice supremo.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

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