Lavoro: ridurre l’orario, utopia o necessità?

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La crisi che ha coinvolto i maggiori paesi sviluppati e il loro mercato del lavoro a partire dal 2008, come è stato osservato da più parti, è una crisi strutturale e di sistema: il sistema economico capitalistico, che per oltre 60 anni ha garantito un progressivo miglioramento delle condizioni di vita per la maggior parte dei cittadini, sembra essersi bloccato.

Come molti osservatori hanno commentato, quella attuale è innanzi tutto una crisi di domanda: non c’è domanda sufficiente di merci o servizi, quindi le imprese non investono e non assumono; se gli individui non lavorano, non possono acquistare, ed il sistema è entrato in una fase di stallo.

Di fatto, nessuno è stato in grado di identificare soluzioni concrete: una forte politica keynesiana di aumento della spesa pubblica, che nelle crisi del passato ha funzionato efficacemente nel far ripartire il “volano” dell’economia, è infatti resa impossibile dall’elevato debito di molti stati nazionali.

Non si uscirà dunque da questa crisi se non cambiando il modello. Il cambio di paradigma è reso necessario da un inedito e recente fenomeno strutturale: la domanda di lavoro nei paesi occidentali sta progressivamente ed inesorabilmente diminuendo, a causa dell’effetto combinato di delocalizzazione da un lato e di automazione ed informatizzazione dall’altro.

Il primo fattore è in atto da anni, ed è la delocalizzazione delle attività manifatturiere in paesi a più basso costo. Infatti, mentre non è facile spostare i lavoratori, è assai più semplice spostare le merci: le attività produttive vengono quindi spostate in paesi dove il costo della manodopera è più bassa; parallelamente, si riducono i redditi e le tutele dei lavoratori in Occidente, poiché viene ad essere ridotta la quantità del lavoro disponibile, e, per la legge della domanda e dell’offerta, anche la qualità delle condizioni alle quali questo lavoro viene offerto.

Al primo fattore se ne sta più recentemente sommando un secondo, ancora più potente e pervasivo. Se l’automazione del lavoro manuale e la robotizzazione nelle fabbriche continua a ridurre progressivamente i posti di lavoro nell’industria manifatturiera, l’informatizzazione sta sempre più coinvolgendo i servizi.

Come scrive  Jeremy Rifkin In “The End of Work”, la terza rivoluzione industriale, quella basata sui computer, è iniziata, ed è una rivoluzione che riduce drasticamente la necessità di lavoro, ed inoltre la polarizza. L’automazione infatti crea alcuni posti di lavoro nel settore dei servizi alla base della scala salariale (ad esempio, magazzinieri, call center), mentre ne distrugge altri (cassieri  di supermercato, casellanti). Aumenta i redditi dei posti di lavoro al vertice, ma svuota il numero dei posti in posizioni intermedie (ad esempio, impiegati di banca ed agenti di viaggio, ma tra breve anche traduttori, analisti finanziari, e moltissimi altri). Il risultato di questo processo è il progressivo impoverimento della classe media.

Poiché il progresso tecnologico consiste nel produrre più merci ed erogare più servizi, lavorando meno, e nel delegare alle macchine la fatica e riservare all’uomo l’attività creativa, o si pensa di continuare ad aumentare in maniera esponenziale la quantità di merci che vengono prodotte e di servizi che vengono erogati, oppure è necessario prendere atto che ci sarà bisogno di sempre meno lavoro, anche perché, diversamente da quanto accaduto nel passato, la riduzione della quantità di lavoro è operata sia nel settore produttivo che in quello dei servizi.

Contrariamente a quanto accaduto nel corso del secolo scorso, quando la forza lavoro resa disponibile dall’agricoltura veniva assorbita da una crescente domanda nei settori della produzione di merci e di servizi, oggi i posti di lavoro resi inutili dall’informatizzazione non risultano parallelamente compensati da nuovi posti.

La differenza tra quanto avvenuto in passato e la situazione odierna è che la meccanizzazione dell’agricoltura fu un fenomeno che trasformò e rivoluzionò le nostre società, con tutto quanto di buono ed anche con i problemi di adattamento che ne conseguirono, ma che si è sviluppato in un orizzonte di oltre cento anni, dando modo alle persone, ai sistemi scolatici, alla cultura, in fine ultimo alla società umana nel suo complesso di adattarvisi, anche perché al calo dei posti di lavoro nell’agricoltura corrispose aumento della domanda di lavoro nell’industria – perché cresceva in parallelo la domanda di merci e  servizi, come illustrato nel grafico.

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Nella situazione odierna, mentre la delocalizzazione ha spostato e sta ancora, anche se più lentamente, spostando attività manufatturiere in paesi a più basso costo di manodopera, automazione ed informatizzazione riducono la domanda di lavoro nel contempo sia nell’industria che nei servizi, che nel passato sono stati i settori capaci di assorbire occupazione.

Per ammortizzare l’impatto sociale causato da percentuali crescenti di individui in età lavorativa di fatto impossibilitati a trovare un’occupazione permanente, da più parti si comincia a proporre l’idea di un “reddito di cittadinanza”, o come sarebbe più corretto definirlo, un “reddito minimo garantito”, quindi uno strumento assistenziale.

Le proposte su come renderlo finanziabile appaiono tuttavia di assai dubbia sostenibilità; inoltre il vincolare l’erogazione di questo sostegno alla ricerca attiva di una attività lavorativa, pur essendo evidentemente opportuno, ci riporta ai punti precedenti: è necessario che esista un numero sufficiente di opportunità di impiego perché gli individui possano coglierle.

È chiaro infatti che il lavoro non è solamente per l’uomo uno strumento di soddisfazione dei propri bisogni, ma è anche un mezzo di realizzazione personale, di inserimento sociale, di conferma della propria identità e della propria utilità all’interno della società. Anche qualora si riuscisse a finanziare, l’erogazione a larghe fasce della popolazione in età lavorativa di un reddito slegato dallo svolgimento di un’attività lavorativa, diventerebbe strumento sì di sussistenza, ma anche di emarginazione sociale ed alienazione individuale.

In sintesi, se il fine originario dell’automazione è sgravare l’uomo dalla fatica, non si può che prenderne atto e riprendere quel processo di riduzione dell’orario di lavoro, interrotto decenni fa, ripartendo, a parità di “output” prodotto, la calante domanda di lavoro su un maggior numero di individui.

Invece che finanziare il “reddito di cittadinanza”, è necessario identificare strumenti attraverso i quali gli Stati finanzino la riduzione dell’orario di lavoro. I tentativi effettuati sinora – si guardi per esempio all’esperienza francese – erano infatti destinati al fallimento, in quanto comportavano la crescita del costo orario del lavoro, che in una economia globale produce perdita di competitività; è necessario invece che alla riduzione dell’orario di lavoro corrisponda una riduzione del costo dell’ora lavorata, e questa compensazione deve essere posta a carico della fiscalità.

Le risorse fiscali necessarie debbono essere reperite attraverso una politica maggiormente redistributiva, che miri cioè a tassare gli individui e le società; in particolare, è indispensabile recuperare risorse fiscali da quelle corporation “sovranazionali” che oggi pagano imposte per una frazione trascurabile dei propri profitti globali.

Dell’aumento di redditività derivante dai processi di delocalizzazione ed automazione, soprattutto informatica, in corso, beneficiano infatti soprattutto le grandi aziende ed in particolare le multinazionali globali, le quali – attraverso tecniche di ingegneria societaria e con la complicità di alcuni stati che operano dumping fiscale – sottraggono i profitti ottenuti ad una legittima tassazione a livello degli stati nazionali.

È evidente come uno dei primi provvedimenti auspicabili sarebbe uniformare le normative sulla tassazione dei redditi di impresa a livello sovranazionale, ed in particolare all’interno dell’Unione Europea; contrariamente a quanto molti politici sostengono, è tuttavia possibile cominciare a riappropriare alla collettività parte dei redditi che oggi vengono elusi anche agendo a livello dei singoli stati.

Le linee guida per una possibile tassazione a livello degli stati nazionali di imprese multinazionali sono state infatti efficacemente delineate da Joseph Stiglitz nella sua white paper “Reforming taxation to promote growth and equity”; di questo lavoro vogliamo qui richiamare la proposta che appare più significativa.

In particolare, Stiglitz propone di tassare le imprese multinazionali sulla base del fatturato che essere realizzano all’interno di un determinato stato, ed eventualmente (anche se questo appare tecnicamente più complesso) anche sulla base del profitto da queste realizzato su scala globale.

Tassare le imprese multinazionali è quindi opportuno; sarebbe bene farlo a livello europeo ma, come Stiglitz ci insegna, è possibile agire anche a livello nazionale. Quella che è invece sinora mancata è la volontà politica di farlo; la classe politica europea ha spesso al contrario dimostrato un atteggiamento di sudditanza quando non di collusione con le multinazionali globali ed i loro top manager.

Conclusioni

Poiché nel futuro ci sarà bisogno di sempre meno lavoro a parità di output, è utopistico sperare che i lavoratori espulsi dal sistema possano essere rioccupati esclusivamente grazie agli “animal spirits” del mercato; è necessaria  invece una forte presa di coscienza dei decisori politici per l’attuazione di politiche che tassino i profitti ad oggi monopolizzati dalle grandi aziende e li reinvestano per compensare la riduzione degli orari lavorativi, promuovendo così la ripartizione del fabbisogno di lavoro su più individui a costi costanti o decrescenti per le imprese, il che costituirebbe un fattore di incremento della competitività a favore della manodopera interna.


Bibliografia

“Addio al lavoro? Le trasformazioni e la centralità del lavoro nella globalizzazione”, Ricardo Antunes, Edizioni Ca’ Foscari Digital Publishing 2015.

“Reforming Taxation to Promote Growth and Equity”. Roosvelt institute, White Paper by Joseph E. Stiglitz, May 28, 2014.

“The End of Work: the decline of the global labor force and the dawn of the post-market era”, Jeremy Rifkin, New York, N.Y.: G.P. Putnam’s Sons. 1995.

“The Second Machine Age. Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologie”, Erik Brynjolfsson and Andrew McAfee, Norton&Co, 2014.


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Laureato in Ingegneria Elettronica con specializzazione in Economia d'Impresa presso L'Università La Sapienza, di Roma, Master in Business Administration alla Bologna Business School, è un manager con esperienza internazionale ed autore di libri di divulgazione manageriale.

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