Uno sguardo da Sud: crisi, disuguaglianze, cultura politica

Sud e crisi

Il testo che segue è tratto da una delle relazioni tenute all’inizio del seminario “Una nuova cultura politica? La sinistra in tempi interessanti. Generazioni a confronto” che si è tenuto venerdì 16 dicembre a Roma presso la Sala di Santa Maria in Aquiro del Senato. La relazione richiama e rielabora alcuni temi affrontati nell’articolo dell’autore, “Brevi note su élite e popolo: prospettive da Sud”, che compare sul numero 4 della rivista,  (qui le informazioni per leggerlo).


1. Questi “tempi interessanti” sono stati una maledizione, ma anche una benedizione. Non a tutte le generazioni tocca in sorte di vivere, in piena coscienza, stagioni così, di “grande trasformazione”. Sono accaduti fatti, con una straordinaria frequenza, anche solo nell’ultimo lustro, che hanno cambiato le coordinate delle cose, che hanno messo in discussione convincimenti profondi, maturati nello studio e nelle esperienze di vita. Ognuno ha un suo calendario, le sue tappe. Per me sono state Lampedusa, Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, il Mediterraneo delle rivoluzioni e poi del terrore, Atene. Di fronte a tutto ciò la propria formazione politica, la propria cultura politica, può essere d’aiuto, ma anche d’intralcio. In ogni caso, va ripensata. E questa è la benedizione. Io ho spesso ripensato la mia. E forse, in un confronto tra generazioni, può essere utile ripercorrerla.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, pensiero e vita attiva furono segnati dall’orizzonte, mitico, dell’Europa – della democrazia, del modello sociale, dello sviluppo intelligente – che stava nella globalizzazione, come spazio e orizzonte di protagonismo. Sapevamo bene che la globalizzazione non aveva solo luci: eravamo anche suoi “oppositori” per citare un libro che leggevamo con cura. Eravamo stati a Genova, alcuni giovanissimi, e soprattutto a Firenze l’anno dopo. Non tutto ci convinceva di quel movimento, è ovvio: e noi stavamo là dentro credendo di sapere anche “come farla funzionare” quella globalizzazione (per citare il libro successivo). Era questo il compito di una nuova élite democratica – per come l’élitismo democratico avevamo appreso da Bobbio, ed era un forte movente ideale, negli anni in cui tra le sponde dell’Atlantico, nel post 11 settembre, gli sciagurati si disponevano a esportarla con le armi, la democrazia. Una élite cosmopolita e federalista, così ci dicevamo a Pisa, perché quello era il nostro spazio, in cui far vivere un’idea giustizia e di libertà, sviluppare migliori capacità e funzionamenti (eravamo lettori di A. Sen). Parlavamo sì di deficit democratico europeo (se ne parlò talmente tanto che all’improvviso poi, non so perché, si smise) e per questo volevamo una Costituzione. Ma l’Europa certo non era quell’Eden politico, sociale ed economico, se sarebbe bastato lo spauracchio dell’idraulico polacco a impantanarla ai “referendum”, a proposito di referendum.

2. Anche allora, insomma, vedevamo ciò che non andava. Ma il segno di fondo non cambiava. I diritti li supponevamo in espansione, addirittura su scala globale. La “società del rischio”? Si gestiva. La storia non era finita: e stava andando per noi, pur con le contraddizioni inevitabili di una “modernità liquida”, come doveva andare. Oggi, cosa resta di quell’orizzonte di pensiero e di impegno politico, di quindici anni fa?

La crisi che ci ha restituito un’Europa divisa, rivelando nel volgere di pochi anni, dalla vicenda greca (che non è mai stata solo greca, in cui è stato il primo riuscito tentativo di suicidio della socialdemocrazia) a quella dei migranti, le falle di una costruzione troppo generosamente detta “incompiuta”, mentre era segnata da un’impronta sbagliata, di “strutturale” indifferenza alle disuguaglianze, agli squilibri di competitività e di benessere, alle asimmetrie di un assetto della moneta che favorisce i forti e penalizza i deboli.

La democrazia si rattrappisce persino dove aveva le radici più antiche. La mappa del potere post-democratico ha visto aumentare concentrazioni che hanno fatto saltare ogni compromesso con il capitalismo. Nella rivoluzione digitale sembrano vincere le smart factories, workers less e union’s free. L’apertura dei mercati ha contribuito all’uscita dalla miseria e dalla povertà di milioni di persone, ma tra i “paradossi” della globalizzazione vi è che la velocità di conquista dei diritti sociali e civili nei capitalismi che emergono è generalmente minore di quella in cui nei capitalismi “avanzati” li perdono i lavoratori, già ceto medio, spesso nuovi poveri. Ora il rallentamento del commercio internazionale rende palese il rischio paventato da alcuni economisti di avviarci verso una “stagnazione secolare”. Al di là della controversia discussione su questa teoria, in fondo sarebbe la conferma del fenomeno più profondo: il declino dell’idea di progresso.

Il mondo si è guastato, fino alla minaccia, malgrado quello che pensa Trump, di una crisi ecologica che, nei prossimi decenni (non secoli), potrebbe compromettere qualità e condizioni di vita per l’umanità futura. Di fronte all’evidente necessità di un nuovo equilibrio nelle relazioni fra economia, società, ambiente e istituzioni, la sinistra appare “senza il vento della storia”? Forse no, il vento soffia in tante direzioni e bisognerebbe andarselo a cercare. Ma la sinistra ha lasciato il campo. Il campo è il mondo intero, e l’esagerazione sarebbe una scusante se la sinistra non avesse abbandonato anche molti campi più piccoli, che le appartenevano. Uno di questi è il Sud.

3. L’inizio della Grande recessione ha coinciso con il mio impegno nel Mezzogiorno. Ne parlo perché il Sud non è argomento stantio, ma anzi aiuta – a me ha aiutato – a mettere a fuoco e ad allargare lo sguardo, per la comprensione dei problemi e delle sfide dell’Italia e dell’Europa. E credo aiuti soprattutto la sinistra, sia sul piano della cultura politica che su quello, altrettanto cruciale, delle politiche. Già prima che la crisi che vi scaricasse con l’austerità i peggiori effetti sociali, il Sud era un punto di vista interessante: il luogo in cui si sommano e si combinano, accentuandosi fino all’insostenibile, tutte le faglie di disuguaglianze che attraversano le nostre società, da quelle sociali a quelle urbane, da quelle di genere a quelle generazionali. Un’ultima istantanea ci è stata restituita dal risultato referendario.

Guardando a Sud non sarebbe stato necessario aspettare i libri alla moda per capire che il mercato da solo non produce benessere e innovazione (Mazzuccato), o per cogliere quei nessi tra equità e sviluppo (Piketty, Atkinson, Stiglitz) che avrebbero dato armi alla sinistra quando, dopo la crisi, si poneva il tema di una riforma profonda del capitalismo e del processo di integrazione europea. Il Sud, i Sud d’Europa, sarebbero stati e sono tuttora un’opzione di politica economica, radicalmente diversa dall’inseguire il neo-mercantilismo tedesco, un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni insostenibile se adottato da tutti, sia sul piano sociale che economico: oggi, di fronte alla drammatica crisi di domanda che vive l’Europa e al rallentamento degli scambi internazionali, anche alla luce di scenari politici sempre più incerti, rivela infatti tutti i suoi fallimenti. Il Sud significava invece rilanciare i paesi dall’interno, ripristinare il ruolo degli investimenti pubblici, anche come indispensabile leva di attivazione di quelli privati, poiché questi da soli non arrivano.

A guardarla da Sud si vedeva bene questa Europa in croce, dilaniata da fratture vecchie e nuove. Solo oggi ci accorgiamo dei contraccolpi prodotti dall’allargamento ad Est. Concepito come un grande mercato di sbocco dell’Europa tedesca, ha contribuito ad allargare la frattura Nord-Sud, tra Mitteleuropea e Mediterraneo, specialmente nell’Eurozona. Dai giorni più caldi della vicenda greca, abbiamo riascoltato tutti gli argomenti e i luoghi comuni falsi a cui vent’anni di contrapposizione Nord-Sud in Italia ci avevano tristemente abituato.

Ancora oggi paghiamo l’indifferenza per la “frontiera meridionale” a cui l’Unione da troppo tempo aveva voltato le spalle, avvertendola come “ostile” e foriera di immigrazione clandestina e fondamentalismo religioso, o le ha offerto il volto feroce e infame nell’universo concentrazionario di Lampedusa (dove già trasformavamo in un inferno le loro primavere, come poi quasi alla lettera sarebbe accaduto in Libia). Eppure, fu nel cuore dell’Europa, della socialdemocrazia europea che sapeva guardare al mondo, che maturò per l’ultima volta un pensiero su Nord e Sud del mondo, sulla pace e la guerra, sulla sopravvivenza nel pianeta, sulle geografie dello sviluppo. Dopo di allora, di quel Rapporto Brandt del 1980, più nulla vi è stato di così ambizioso. E se pure le cose del mondo andarono poi molto diversamente, le questioni che si poneva allora sono valide ancora oggi. Per quanto abbiamo da inventare e da innovare, tanto abbiamo da riprendere, da riscoprire.

4. La sinistra era destinata a perdere di vista il Sud, con il declino dell’idea di uguaglianza dal suo orizzonte ideale e il venir meno nella pratica di un ancoraggio sociale, per il dissolversi del mondo del lavoro in tanti segmenti parcellizzati e non comunicanti, e quindi dei soggetti da mobilitare. Al radicamento sociale aveva sostituito il mito surrogato del radicamento territoriale, un ripiegamento localistico che più che rappresentare legittime ambizioni e aspettative delle comunità locali, finiva per dar voce soprattutto a paure, egoismi e miserie, per nascondere i divari interni, l’impoverimento, l’erosione della classe media, vere cause di declino e di rancore (per riprendere un concetto che Giovanni Orsina ha per altri versi sviluppato sulla scia del Canetti di “Massa e Potere”), al Sud come al Nord. Si parlavano invece lingue diverse, alle diverse Italie, e non solo a destra, anche nella sinistra prigioniera delle ansie della cd. questione settentrionale.

Certo era inservibile, al Sud, la favola fondativa del Pd, il tanto rimpianto suo “spirito originario”, che ha dichiarato la coincidenza di interessi tra capitale e lavoro, uniti dall’innovazione, e come unico riferimento sociale il cd. “cittadino elettore attivo”, che ha un’opinione su tutto, che non ha bisogno di formarsela nel confronto e nello scontro politico, che basta pertanto coinvolgere nelle primarie allegre per risolvere il tema della partecipazione. Ora, se pure questa fantomatica figura da qualche parte è esistita – magari nell’Italia di mezzo, terra di “ceti medi riflessivi” (ecco cosa ricorda), di tradizioni civiche, di opinioni pubbliche informate – già allora tendeva a scomparire, e comunque al Sud s’è visto poco, e più spesso si incontravano individui passivamente alla ricerca del soddisfacimento di bisogni primari.

La separazione tra élite e popolo, oggi all’ordine del giorno, nasce anche da questa falsa coscienza. Dalla mancata consapevolezza dell’approfondirsi di fratture che rendono immobile la società e fanno saltare ogni mediazione. Guardare al Sud avrebbe giovato a cogliere, ad esempio, una questione generazionale che la crisi ha diffuso in tutto il Paese. E che la via per affrontarla non era la contrapposizione tra garantiti e non garantiti, o nemmeno negarla assorbendola in un’indistinta questione sociale, laddove era stata proprio la precarizzazione del lavoro dei figli – ben prima dei voucher – a rendere deboli anche quelle che venivano ritenute tutele “forti” dei padri, come il famigerato art. 18. Esisteva un filo rosso che legava i giovani disoccupati e precari “eccellenti” agli operai cinquantenni disperati della Fiat di Termini Imerese o Pomigliano d’Arco: il modello di sviluppo di un Paese che non investe in innovazione e conoscenza, perdendo una vocazione produttiva nel mondo. La sinistra avrebbe avvertito l’inadeguatezza delle sue parole d’ordine. Persino delle migliori parole della stagione blairiana – education education education – o l’Agenda di Lisbona dell’Europa socialdemocratica. Era l’idea che attraverso l’istruzione avremmo garantito pari opportunità e dunque un aumento dell’equità, mentre oggi sappiamo che forti disuguaglianze si registrano anche a parità di livelli di istruzione, che la conoscenza di per sé non basta, perché le eredità familiari e geografiche, i vincoli di contesto e retroterra socioeconomico sono determinanti nella distribuzione di benessere e opportunità. Fu la colpevole illusione venduta a un’intera generazione, di cui oggi misuriamo il disincanto civile e democratico.

Se dici “istruzione”, ma non poni il tema dei meccanismi profondi di funzionamento della produzione e della creazione di valore, allora il tuo investimento formativo rischia di essere vanificato. Se hai un apparato produttivo a basso contenuto di conoscenza, allora è più facile che il capitale umano fugga o si depauperi, come accedeva al Sud, per la strutturale assenza di occasioni di lavoro qualificato.  Eppure, se dicevi “politiche industriali” – nuove, del XXI secolo, come spiegava Rodrik – eri un bestemmiatore. Anche la sinistra intonava i cori degli altri. Non accorgendosi nemmeno che il consenso di Washington – e qui si vedeva la sua straordinaria carica ideologica – in realtà valeva soprattutto per gli altri. Il ruolo dello Stato nell’economia non era mai venuto meno (in USA, Germania, per non parlare degli emergenti e già emersi) nel momento in cui erano in gioco gli interessi: e non solo per la formula, che lavoratori e ceto medio sperimentavano nelle loro tasche, della “socializzazione dei rischi e privatizzazione dei guadagni”.

5. Potrei continuare con esempi in altri campi. Ma quello che rileva è un punto politico di fondo. La crisi avrebbe già potuto cambiare tutto, e molti economisti e filosofi ci hanno spiegato non solo perché, ma anche come, al punto che oggi sarebbe difficile stabilire quale sia il mainstream. È mancata un’alternativa politica, è mancata alla sinistra. Non solo nella costruzione dei rapporti di forza, un’alternativa di potere. È mancata prim’ancora un’alternativa di pensiero, che l’ha privata di potere anche quando il potere ce l’ha avuto. Così, è stato consentito ai “giganti”, come li chiama Colin Crouch, di scaricare il peso della crisi che in parte avevano causato sugli Stati e i loro bilanci, tra cui il nostro, già indeboliti da ragioni storiche e politiche e da un lungo processo di denigrazione che non sembra finito. Al danno, come sempre, si aggiunge la beffa. C’è voluto un paper del vice capo economista del FMI, del giugno del 2016, su una delle riviste ufficiali del Fondo, a decretare la fine del Washington consensus. O un’erede della Thatcher, Theresa May, ad affossarne uno dei pilastri, proprio rilanciando il tema delle politiche industriali del governo britannico. Chissà cosa avrebbe detto il compianto Tony Judt, che nei suoi testamenti politici  rimproverava al socialismo europeo di aver perso la sfida delle parole, perché aveva smarrito le proprie, di fronte al fatto che, al momento opportuno, ha lasciato che a recuperarle fossero i conservatori.

Se manca un’alternativa di potere – il potere di incidere sulla vita delle persone per migliorarla, con la creazione di lavoro buono, con l’affermazione e la tutela dei diritti di cittadinanza e delle condizioni essenziali di benessere – allora la politica a che serve? “E se la politica non serve, è solo un costo, e va tagliata”, sono le parole povere del risentimento degli impoveriti, che si è combinato con l’immiserimento della discussione pubblica.

È precisamente qui che si colloca la perdita di prestigio, di autorità e autorevolezza, di una classe dirigente, il dilagare di un trasformismo che la getta ulteriormente nel discredito. Tutte cose  che nella “grande disgregazione sociale” del Sud si vedevano da tempo. E non è tutta colpa delle classi dirigenti locali, che pure ne hanno molte. È stata l’apatia meridionalistica, quanto non l’antipatia, delle classi dirigenti nazionali, anche sinistra, frutto di una certa “frigidità” alle questioni sociali, a lasciare proliferare oligarchie locali – nel frattempo, destinatarie di un trasferimento di potere considerevole e protagoniste – con cui le dirigenze centrali hanno stabilito nel migliore dei casi rapporti di reciproca e nefasta non interferenza.

Le classi dirigenti locali sono state lasciate in balìa di un processo di personalizzazione della politica, favorito dalle legislazioni elettorali e dal rachitismo  dei partiti, che ha esposto gli eletti all’insostenibile ricatto dei potentati locali. O, infine, alle rivolte del “popolo”, le rivolte antisistema in cui si intrecciano farsa e tragedia: non era ieri, era il 2012 quando scoppiava il movimento dei Forconi in Sicilia, o la prima affermazione di Grillo. Priva di potere reale, alla politica non restava che l’alternativa tragica tra intermediazione impropria e populismo, anche di sinistra. Al Sud è già stata anticipata, e degradata nella pratica, la teoria del “populismo democratico”, e fenomeni à la De Magistris non sembrano aver prodotto né classe dirigente né popolo, né cultura politica né capacità di governo.

6. Ritessere una trama che tenga insieme tutti questi elementi è la sfida. Non serve solo una visione, un ideale regolativo di società che possa resuscitare le passioni popolari, come ci dice Axel Honneth a proposito del socialismo, e ripoliticizzare pezzi di società che vivono nella rassegnazione, o anche alle frontiere dell’innovazione, noncuranti degli elementi di socialità di cui non avvertono la responsabilità, o che sperimentano, in forma privata, nuove forme della socialità. Serve anche la forza di riscoprire il mestiere di governare i processi, di attivare leve pubbliche, strumenti di intervento nell’economia e nella società. Una sinistra, per dirla con Salvatore Biasco, che identifichi se stessa come la via d’uscita dalla crisi. Insomma, serve prima di tutto la politica, ma servono con altrettanta urgenza le politiche.

Non solo politiche redistributive, di funzionamento delle istituzioni, di rilancio di uno Stato sociale (invertendo la deriva verso uno Stato penale che si limita a reprimere ciò che non riesce ad integrare). Ma l’attivazione di quell’insieme di strumenti pubblici di intervento nell’economia che si pongano il tema dei meccanismi di produzione, dei modelli di specializzazione, per valorizzare e generare lavoro buono. Anche in questo il Sud è interessante: le politiche pubbliche sono state cruciali nelle dinamiche di convergenza e divergenza. La loro qualità contribuisce a plasmare classi dirigenti e cultura politica. Del resto, cosa distingue una classe dirigente se non propriamente le scelte che  compie? E cosa ha determinato la crisi di credibilità, specie a sinistra, se non esattamente aver subito l’ideologia del “non c’è alternativa”?

Il governo della complessità richiede una competenza, una professionalità maturata in un processo di formazione inclusivo a cui deve seguire la selezione e la legittimazione nelle organizzazioni sociali. Richiede partiti, élite autonome, catene di comando, senza le quali la classe politica, per quanto “popolare” sia, è esposta ad una subalternità reale rispetto ai portatori di conoscenze tecniche, alle burocrazie pubbliche e private, neutrali per cultura politica e referenti sociali.

7. Quest’ultimo argomento ci riporta all’Europa, a quel processo di integrazione europea che, per come è stato condotto dal 1992 ad oggi, ha contribuito in misura decisiva, soprattutto in Italia ma non solo, alla crisi della politica e delle classi dirigenti. La prospettiva del Sud è interessante anche stavolta. La governance economica europea ha determinato (insieme, ovviamente, a ragioni tutte interne) l’impossibilità di mettere in campo politiche di sviluppo in grado di innescare una convergenza tra le aree e di invertire il lungo declino dell’intera economia nazionale. E questo non poteva certo essere corretto dalle politiche di coesione che sono uno strumento troppo “debole”. Anzi, la ricerca dell’europeizzazione alla soluzione al problema meridionale si è tradotta in una sostanziale esternalizzazione, che ha ulteriormente indebolito le ragioni della politica, delle istituzioni, dello Stato. Era del resto quasi inevitabile, il frutto avvelenato della teoria del “vincolo esterno” per la modernizzazione del Paese che ha accompagnato il processo, e che si diffuse anche nella “meglio classe dirigente” di sinistra dall’inizio degli anni Novanta. Ma nel migliore dei casi sarebbe stata, per usare una categoria suggestiva, una modernizzazione “passiva”. Se c’è un “vincolo esterno”, certo, non serve un popolo ma nemmeno una classe dirigente. È questo che ha privato la prospettiva europea – pur decisiva – di un apporto di pensiero e battaglia politica, anche critica e conflittuale, che avrebbe potuto correggere gli errori che oggi tutti sono pronti a riconoscere e che non avrebbe determinato, nel bel mezzo della crisi, il “trionfo delle idee fallite”.

8. La dimensione del conflitto, rimosso dalla politica e dalla sinistra che si disse a vocazione maggioritaria, è esattamente quella dove si situano le nuove linee di frattura sociale, da ripercorrere per ricostruire i legami di un vasto mondo escluso dal privilegio e dalla rendita, per riaffermarne la dignità sociale, non solo degli ultimi e penultimi, ma anche dei “capaci e  meritevoli” che incontrano ostacoli al “pieno sviluppo delle persona” e alla “partecipazione alla vita pubblica”.

Ed è un compito arduo, perché linee di frattura sono difficili da marcare, prima che da percorrere: perché il 99% non è mai il 99% e “la maggioranza invisibile” è molte cose, forse troppe, spesso in contrasto tra loro. Tessere legami, dare ad essi una forma politica, comporre un nuovo “blocco” di riferimento, un fronte ampio. Dopo una crisi che è stata una guerra, si sarebbe potuto fare, e non si è fatto, al Sud come altrove.

Credo che sia ancora questa la sfida a cui siamo chiamati. Ma bisogna abbandonare il vizio di coltivare quello che Freud definì il “narcisismo delle piccole differenze”. La sinistra, nella chiarezza della discussione, a cui speriamo che la giornata di oggi possa contribuire, ha il dovere storico di trovare una sua unità, nel popolo e con il popolo. E bisogna abbandonare gli idola che stancamente ci trasciniamo da decenni:  la contrapposizione tra vecchio e nuovo, al posto di quella, sempre più attuale, tra giusto e ingiusto. Bisogna calarsi più a fondo nelle fratture, per accorgersi che la divaricazione tra i destini delle persone risale alla vita quotidiana. La ritrovata coscienza dei bisogni sociali non è riuscita ancora a diventare prossimità alle vite degli altri, degli offesi. Parlare con una lingua “viva”: non essere populisti, essere popolari, che è più difficile. Serve “umiltà”, quella di cui parla Franco Cassano in una sua straordinaria rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore. E non per dire che “il popolo ha sempre ragione”, ma per riuscire ad accostarsi alle “zone grigie”, e condurvi una battaglia politica, sociale e culturale, che parta dalla piena responsabilizzazione di ampie fasce della società, per sottrarle al gioco delle consorterie. Una prossimità che la politica mediatica, e quella senza mediazioni, non può avere. È da qui che nasce la capacità di organizzare e rappresentare interessi collettivi.

È un compito che chiama direttamente in causa una nuova generazione di intellettuali politici. Altre volte nella storia è accaduto. Penso al ruolo che nel Mezzogiorno del dopoguerra ebbero quei giovani intellettuali che diedero voce e forma al movimento contadino. Oggi, peraltro, sono questi stessi giovani spesso a vivere la questione sociale. Riscoprire un “apostolato civile”, nelle organizzazioni sociali, nei sindacati, nei luoghi reali e virtuali dove si svolge la vita, crescono disagi e nuove idee. È l’antico esempio, a cui accostarsi con una rinnovata etica nella vita quotidiana e nella vita attiva, per recuperare forza e credibilità alla politica. Una politica in cui, parafrasando Vincenzo Cuoco, tornino a valere i princìpi e non solo i prìncipi. In cui si possa dare valore anche a quello che i soldi non possono comprare.

Sono tempi interessanti, è un mondo interessante, che vale la pena di conoscere a fondo e provare a trasformare. O almeno provarci con un pezzo. Alla nostra generazione tocca di tirare fuori il Paese dalla più grande crisi che abbia mai conosciuto – una crisi che non è mai solo economica, ma è sempre anche civile, sociale, democratica – ed è un’impresa non meno alta di quelle su cui si è fondata la nostra Repubblica, per cui vale la pena di compiere nuove scelte di vita.


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Siciliano, nato nel 1982. Laureato e dottorato a Pisa alla Scuola Superiore Sant'Anna. Democratico, di sinistra. Collabora con quotidiani e riviste. Lavora a Roma, alla SVIMEZ, dove si occupa di problemi e politiche dello sviluppo del Sud, in Italia e in Europa.

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