“Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio” di Luciano Canfora

Tucidide

Recensione a: Luciano Canfora, Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio, Laterza, Roma – Bari 2016, 362 pp., 20 euro (Scheda libro)


Se ben contestualizzata, col suffragio di uno sguardo sinottico sull’intera produzione di Luciano Canfora, quest’ultima opera (Tucidide, la menzogna, la colpa, l’esilio) altro non risulterà al lettore che un vero e proprio sforzo di sintesi d’un incessante lavorio oramai cinquantennale attorno alla storia antica (in particolare: dell’Atene democratica d’età classica), alla guerra del Peloponneso e alla storiografia tucididea.

Elencare gli sforzi profusi dall’autore sull’argomento, tra articoli e volumi, sarebbe pressoché inutile. Fatti salvi nella nostra recensione gli articoli comparsi su rivista, il primo volume che Canfora dedicò a questa tematica reca titolo Tucidide continuato; data 1970. Proseguendo attraverso alcune ricerche (sempre negli anni ’70) sui meccanismi di selezione del patrimonio documentario e ricezione dei dati storiografici (Teorie e tecniche della storiografia classica, 1972) e numerose opere di curatele, gli interessi dello studioso, noto per la compenetrazione di acute competenze filologiche e precisa dottrina storica, si sono quindi concentrati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 sulla “figura storica” di Tucidide (Tucidide, l’oligarca imperfetto, 1988) e su un’opera di commento nei confronti del più vessato e studiato dei passi tucididei: il dialogo tra Melî e Ateniesi (culminato in due curatele, per i tipi di Marsilio e Laterza).

L’opera in esame si configura come libro “risolutivo” sulla questione tucididea per due ragioni, tra loro interconnesse. Nel volume, in primo luogo, riaffiorano – nell’impostazione, nello svolgimento e nelle conclusioni – tante delle tematiche di ricerca di Canfora. Su tutte, oltre a quelle già citate, un elemento di metodo: la tradizione, intesa come convergenza dei dati tràditi – dunque selezionati, altro non è che quello che si è voluto vedere nel corso della storia. Suscettibile a modifiche, cambiamenti di prospettiva, meccanismi di selezione. Ma sopra ogni cosa, pronta ad essere smentita. Il secondo pilastro su cui poggia il lavoro di Canfora consiste, certamente, nel riportare alla luce una indagine sul Tucidide uomo; in particolare, sul Tucidide uomo politico e stratega. Se la storia è “solo contemporanea”, come lo studioso afferma in premessa, ecco che anche lo storico sarà uomo contemporaneo del suo tempo; e se il suo tempo è l’Atene del V secolo e l’uomo che scrive è membro della classe dirigente ateniese, ecco che quell’uomo sarà intimamente, per vocazione o necessità, politico.

La prima e fondamentale questione si risolve tracciando un completo ritratto di Tucidide. Figlio di Oloro II, nell’ultimo quarto del V secolo a.C. egli altro non è che un ricco e potente signore di una altrettanto ricca e potente famiglia ateniese, quella dei Philaìdai. Tra gli avi più recenti, Cimone II. Necessariamente nemici di Pericle, ma prima di tutto necessariamente politici. In tal senso si connota l’impegno storiografico tucidideo. Lo storico, paradossalmente ma non troppo, è un “politico intento a capire le dinamiche, i meccanismi concreti della politica”1 che scrive per “coloro che vorranno vedere chiaro nell’imminenza dell’azione”2. Sotto questa luce assume un senso nuovo la “lucidità” – se così la si può definire – dell’analisi tucididea di alcune questioni interne alla democrazia ateniese. Solo considerando Tucidide uno storico “militante” si potrà finalmente considerare uno dei suoi più grandi capitoli (II, 65) per quello che è: una spietata analisi dei meccanismi della democrazia in Atene (od oligarchia della massa, per riprendere un concetto caro a Canfora): quasi a parlarci fossero gli occhi di Gustav Le Bon, azzarda lo studioso (p. 20).

Il libro non tarda ad entrare nello specifico dei particolari dirimenti nella biografia di Tucidide. Due sono le questioni che maggiormente hanno afflitto biografi e studiosi tucididei. Canfora propone una risoluzione definitiva con una intuizione a prima vista banale, ma certamente essenziale ad una lineare comprensione del problema. La prima problematica – discussa oramai da secoli – riguarda il presunto possesso di alcune miniere di Tucidide a Skaptè Hyle, in Tracia. Ed è proprio questo “possesso” – si deve, filologicamente, fare grande attenzione proprio sulle parole, di Tucidide, dei suoi contemporanei e dei suoi studiosi – a divenire tema fondamentale, come vedremo, se legato alla questione dell’esilio. Chiarito con un excursus di natura cronologica lo sviluppo della vicenda dell’adesione dell’isola di Taso alla Lega delio-attica (detentrice del possesso e dell’usufrutto delle miniere sino al 463/2) e del seguente conflitto, Canfora risolve come problema di genos la destinazione allo storico ateniese delle miniere (p. 34 e seguenti), comprendere se Tucidide “possedesse” quelle miniere (o il loro usufrutto) – e soprattutto da quando, per quanto – è tema cruciale per capire se il soggiorno tucidideo in quei luoghi sia stato, o meno, un esilio.

Avviene a questo punto del testo, tra i capitoli III e IV, un interessante sfondamento in alcune dinamiche dell’economia antica, la quale – come ogni studioso d’antichità ben sa – basa buona parte del suo funzionamento sul commercio di schiavi e sull’andamento delle guerre3. Riprendendo alcuni argomenti reperibili in un testo tardo ottocentesco di August Böckh4, il quale tentò di giustificare il ventennale esilio di Tucidide a Skaptè Hyle tramite la proprietà tucididea della suddetta miniera (ragionamento logico: l’esiliato, fuori da Atene, si sarebbe evidentemente recato in un luogo “franco”, di sua proprietà), Canfora ribalta la situazione. A suffragare la sua tesi un dato economico, conservato nel Corpus Inscriptionum Graecarum, la presenza di un costante flusso di “entrate annuali” di φθοίδες (lingotti d’oro, ovvero i contributi in forma di tasse che ogni città subordinata doveva ad Atene) tra il 411 e il 409: dalle miniere di presunta proprietà di Tucidide dirette ad Atene, negli anni in cui Tucidide doveva essere lì esiliato. Prova evidente che non ci fu esilio, ma che, al contrario, Tucidide era legittimo detentore della cosiddetta ἐργασία delle miniere (possesso della lavorazione, tecnicamente: dunque usufrutto), giuridicamente del tutto parte del dominio ateniese. Cade sotto i colpi dell’evidenza l’ipotesi, suffragata da molti nel corso di decenni di studio, di un ateniese in esilio in territorio ateniese.

Altra prova vòlta a scalfire la leggenda dell’esilio viene addotta tramite la riabilitazione di una impresa tucididea, più volte ridotta nella sua capitale importanza da storici e filologi. Come ben sappiamo da Tucidide in primo luogo, l’anno 424 fu un anno particolarmente intenso (e militarmente negativo) per la città d’Atene. Nella fattispecie, la vicenda che interessa particolarmente Canfora (e che ci aiuta nella sistemazione della questione “esilio”) si riferisce ad una scorribanda di Brasida, colui che ha trasformato la guerra di Sparta contro Atene in una guerra moderna, “lasciandosi alle spalle il rituale […] delle incursioni stagionali”5 , in Tracia, tra Anfipoli ed Eione (luoghi fondamentali, forieri di risorse e legno6). A quel tempo, Tucidide condivideva assieme ad Eukles (φύλαξ già da tempo in Anfipoli) il ruolo di stratego ateniese, di stanza ad Eione. Un fraintendimento storiografico vorrebbe un Tucidide “inetto” – pertanto “processato” (come? quando?) ed esiliato – di fronte alla conquista spartana di Anfipoli. Tutt’altro: con ragionamento da fine generale, ben conscio dei fisiologici automatismi bellici (in primis le defezioni “a catena” dovute alle ingannevoli promesse spartane, p. 89), Tucidide decide di lasciare al suo destino Anfipoli e difendere la vicina ed essenziale piazzaforte di Eione: fondamentale, rifacendoci a Gomme7, per il mantenimento di una posizione di vantaggio in quella zona strategica.

Tucidide, insomma, secondo la leggenda sarebbe stato processato ed esiliato “a causa” di un successo fondamentale in una situazione di totale disfatta ateniese. In questo senso si inserisce una interessante polemica tra Canfora e la diffusa tendenza americana della new history. Prendendo in esame nella fattispecie un passo della monumentale opera di Donald Kagan (padre di Robert Kagan, anch’egli storico e intellettuale di punta del movimento “neocons” americano) Canfora smentisce la surreale ipotesi di un Tucidide salvatore di Eione e punito “per alto tradimento” per non aver salvato quello che non poteva salvare (Anfipoli) e, di concerto, la tesi di un rimaneggiamento tucidideo dell’evidenza storica. Frattanto, piccate le repliche alla tendenza “giornalistica” dei “wasp”: “non temono il ridicolo”8.

Ci addentriamo nella parte centrale del volume – in cui Canfora si dedica ad una serie di problematiche di natura segnatamente filologica, ancorché legate inscindibilmente a questioni di ordine storico (già oggetto di diversi suoi studi, come si è notato in incipit). Il settimo capitolo è dedicato alla doppia “questione tucididea”. Dopo un accenno al problema dei diversi strati compositivi dell’opera tucididea (si tornerà puntualmente in seguito sul tema), l’autore si dedica alla questione della cosiddetta Schuldfrage, intrinsecamente legata al presunto esilio dello storico. Con una puntuale recensione delle opposte risposte date al tema. Se effettivamente Tucidide fu oggetto di un processo, egli fu esiliato “ingiustamente” (dunque incolpevole: si aprirebbe il varco alle pacate e pensanti teorie di Jacoby e Schmid di un ipotetico auto-esilio, o allontanamento volontario, citate poco sopra) o, se colpevole, di quale colpa e tramite quale processo. Tramite un incalzante rosario di prove, di ordine vario, Canfora viene a negare la possibilità di una condanna a morte conseguente ad un processo. Tra le tante motivazioni addotte a questa teoria, emerge (pp. 138 – 139) una rilettura, apparentemente banale ma essenziale, di un verso delle Vespe di aristofanee (del febbraio 422), nel quale il cenno ad un processo di Tucidide è evidentemente riferito a Tucidide di Melesia, e non certamente al nostro, di Oloro.

La seconda metà del libro è la sigla conclusiva sul più contraddittorio ed eclatante dei temi di ricerca di Luciano Canfora: l’avvicendamento tra Tucidide e un “secondo redattore” della Guerra del Peloponneso. Redattore che, a detta di Canfora, ha un nome ben chiaro: Senofonte. Il continuatore della vicenda tucididea, che si interrompe laddove iniziano le Elleniche (a firma Senofonte) viene smascherato definitivamente proprio da un passo del cosiddetto “secondo proemio” – che Canfora non teme a definire “collage” di stilemi tucididei da parte di Senofonte, editore e continuatore dell’opera. Accogliendo una lectio difficilior tràdita da un ramo minore della tradizione testuale, che vedrebbe ἀμφὶπολιν come aggettivo e non come nome di città, l’interpretazione del passo è ribaltata: alla luce di due versi delle Coefore di Eschilo, ove ἀμφὶπολις è “ciò che avvolge in senso ostile la città”, l’allusione qui è chiaramente alla guerra civile ateniese, e non alla spedizione tucididea contro Anfipoli. Guerra civile a seguito della quale Senofonte fu esiliato9. Non altri.

Tutta l’ultima parte del libro è dedicata alla ricezione del testo tucidideo. Tramite una attenta analisi delle tradizioni esegetiche – già in linea con quel critico scandaglio che accompagna tutto il libro e già tutta l’esperienza dello studioso – si viene a ricostruire la lunga storia della storia. Con l’attenzione al dettaglio a cui già Luciano Canfora ci aveva abituato, e al contempo con la matura consapevolezza che sono proprio i dettagli, in filologia, a ricostruire la storia, la lettura termina su un’impegnativa serie di appendici d’approfondimento ad alcune delle questioni più interessanti trattate nel libro. Un libro che ha il sapore di definitivo, ma che indubbiamente indica con chiarezza rotte sempre nuove agli studiosi di storia e storiografia classica.


1 Canfora 2016, p. 17

2 Tucidide, I, 22, 4 (dai famosi “capitoli sul metodo”)

3 Per la storia dell’economia greca si veda: Migeotte, L’economia delle città greche: dall’età arcaica all’Alto Impero romano, Roma, Carocci, 2003

4 A. Böckh, Die Staatshaushaltung der Athener, vol. I Reimer, Berlin, prima ed. 1817, p. 381

5 Canfora 2016, p. 87

6 IV, 108

7 “Se Tucidide non avesse salvato Eione, Cleone non avrebbe potuto nemmeno intraprendere la campagna per recuperare Anfipoli”, in Gomme – Andrews – Dover, A Historical Commentary on Thucydides, vol. III, Clarendon press, Oxford, p. 579.

8 P. 97

Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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