Una storia di morte. “Alabama Monroe”: un film di Felix Van Groeningen

morte

Recensione a: Alabama Monroe – Una storia d’amore (Felix Van Groeningen, 2012)


Nonostante il banale titolo italiano, The broken Circle Breakdown del regista belga Felix Van Groeningen non è una semplice storia d’amore; piuttosto è una storia di morte e sulla morte. Impossibile recensirlo senza fare spoiler: il film affronta di petto – senza sentimentalismi forzati – la crisi affrontata da una coppia belga, Elise e Didier, nell’affrontare il lutto per la morte della figlia Maybelle, morta di tumore poco dopo aver compiuto sei anni. Fa di più: compie il ritratto incredibilmente realistico e originale – ed impietoso – di due diverse filosofie di vita, entrambe capaci di generare empatia nello spettatore, poiché corrispondono alle due tendenze prevalenti anche nella realtà; due sistemi di pensiero di cui il film stigmatizza l’impotenza di fronte al problema del dolore e della morte.

Da un lato troviamo la posizione atea e relativistica di Didier, musicista che esorcizza la morte accettandola come l’unico esito possibile; dall’altro il sincretismo religioso un po’ mondano e superficiale di Elise, personaggio meno statico di Didier e capace di giustapporre inclinazioni diverse, così come fa coi tatuaggi, di cui è appassionata. L’aspetto tragico della storia sta nel fatto che entrambe le posizioni risultano legittime e contestualmente condivisibili; due modalità antitetiche di vivere il lutto, la cui collisione determinerà ulteriore dolore e ulteriore morte. La trama si struttura infatti su tre momenti di precaria stabilità, ogni volta portata alla rottura. Inizialmente il film esamina il rapporto di coppia fra Elise e Didier, incrinato dalla nascita di Maybelle (Didier in questa fase non si sente pronto per la paternità). Il momento successivo è la riconquistata felicità della coppia, che si frantuma con l’insorgere del tumore di Maybelle. Il terzo e ultimo momento corrisponde alla lenta elaborazione del lutto dei due, che innesca una tragica reazione a catena: Didier, durante un concerto, interrompe la scaletta per pronunciare un lungo e blasfemo monologo contro la religione e la fede, poiché le ritiene il movente principale del rifiuto, da parte del governo americano, di finanziare la ricerca sulle staminali (per cure che avrebbero forse potuto salvare Maybelle). L’atto di Didier provoca la freddezza e l’allontanamento di Elise che, incapace abbandonare Didier così come di tirare avanti per inerzia, deciderà di uccidersi.

Il film sentenzia l’inutilità totale, oltre che il carattere distruttivo, della profondità intellettuale di Didier di fronte al dolore e alla morte. Qualcosa di simile succedeva anche ne La stanza del figlio di Nanni Moretti; in quel film lo psicologo protagonista, colpito dalla morte improvvisa del figlio, si trovava a constatare di non poter più esercitare la professione con il dovuto distacco professionale, a causa dello squilibrio e della troppa empatia nel rapporto con i pazienti. Il pessimismo del film di Moretti suonava però meno perentorio, se non altro perché nel finale il nucleo della famiglia, anche se irreparabilmente ferito dal lutto, riusciva in qualche modo a ricompattarsi; Didier, invece, rimane completamente solo ed Elise si uccide.

The broken Circle Breakdown, sul piano stilistico, riesce a mantenersi asettico quanto basta ad evitare sentimentalismi forzati; nello stesso tempo la sceneggiatura, carica di momenti strazianti, non può fare a meno di suscitare commozione, e tocca culmini di tensione quasi insopportabile, generando la falsa speranza che, se non la bambina, almeno il rapporto tra i due si salvi. Il film è anche, ma non soprattutto, una celebrazione del mito rappresentato dalla musica Bluegrass, simbolo dell’America e del sogno americano: è Didier che di quel sogno si fa seguace e, suo malgrado, interprete.

È un’America finta, confezionata, quella di cui Didier adorna il proprio stile di vita (il film è ambientato in Belgio); eppure, quasi nel segno di un destino beffardo, pare impossibile “impiantare” il sogno americano senza portarsi dietro anche la sua definitiva e inevitabile morte, quasi essa fosse un prezzo da pagare. Ma la morte di un sogno, proprio in quanto astratta e simbolica, non esclude una rinascita. La morte del simbolo quasi porta lo spettatore a sperare, paradossalmente, che la morte vera con cui i protagonisti si confrontano possa in fondo avere un senso – se non religioso almeno cinematografico – possa cioè iscriversi nel lungo percorso di parabole discendenti sull’America, tanto care a tanto cinema. Viene allora da sperare che Didier, quando compare con un’ascia in mano, o quando sbotta con isteria e violenza contro Elise in un momento di rabbia, possa ricordarci il Jack Torrance di Shining (Stanley Kubrick, 1980); ma non è così, l’ascia è innocuamente usata per costruire una veranda (o meglio una “terranda”, via di mezzo fra veranda e terrazza – il film non è privo di invenzioni visive e scenografiche), e Didier non sprofonda affatto nella follia omicida, solo nella depressione. Oppure viene da sperare che l’autobus hippie posseduto da Didier sia lì per richiamarci quello del viaggiatore solitario protagonista di Into  the  wild  (Sean Penn,  2007), altro film cadenzato da intermezzi country e provvisto di finale funereo, ma l’unico viaggio che Didier intraprende in terre per lui selvagge è quello della paternità, viaggio che andrebbe a buon fine, se non fosse per la morte della piccola Maybelle.

Ci si spera, ci si prova per dare un senso agli eventi strazianti a cui assistiamo. Ma l’America sognata da Didier non può entrare veramente nel film, non più di quanto gli uccelli possano passare attraverso la terranda anziché sbattere contro il vetro. Il regista Van Groeningen sembra giocare consapevolmente con questo doppio livello, e cinicamente, non ci dà questa soddisfazione, non ripaga questa speranza, anzi gioca con gli stereotipi che potrebbero apparirci familiari per poi abbandonarli, costringendoci a guardare in faccia la cruda realtà. Gioco che prosegue in tutto il film, su vari livelli e con variazioni sul tema. La vera America, oltre il danno la beffa, non è quella sognata da Didier, ma è quella della presidenza Bush che si oppone alla sperimentazione sulle cellule staminali; il film non spinge poi tanto su questa polemica, se non per mostrarci un Didier sempre più incattivito, pugnalato alle spalle dal mito in cui credeva, e ormai capace soltanto di accrescere il dolore di Elise, anziché consolarla. Didier, lucido abbastanza da rendersi conto che Elise si sta chiudendo nel dolore, sceglie di forzarla ad uscire dal lutto per Maybelle; ma in contraccambio non sa offrirle altro che la rabbia di una rivendicazione atea e blasfema, condotta di fronte al pubblico del teatro in cui stanno suonando insieme Bluegrass. Il fascino vintage di questo genere musicale, che permea il film e ne sostanzia la trama (fa da sfondo al rapporto fra i due protagonisti, entrambi musicisti) è evocato in modo non del tutto realistico: l’audio delle numerose sequenze musicali, lungi dal richiamare quello sporco e gracchiante di vecchi vinili, non solo è tecnicamente godibile e levigato, ma è anche ripulito da tutti quei rumori di fondo che normalmente ci aspetteremmo di sentire (le grida del pubblico, il battere di mani e piedi, il rimbalzare diverso del suono nei vari luoghi concertistici che ci vengono mostrati), esplicitandosi in tal modo come pura operazione stilistica. Anche il rabbioso monologo finale di Didier si svolge nel silenzio più assoluto, come se il teatro fosse deserto, a conferma del fatto che perfino la cruda e dolorosa polemica del protagonista è in fondo un luogo comune, un disperato tentativo di esprimere l’inesprimibile. Tra le peculiarità del genere Bluegrass, non a caso, c’è la commistione fra testi cupi e macabri e musica dal piglio vivace e vorticoso. Quando si giunge al finale, lo spettatore attento ha ormai ordinato, con scarso margine di dubbio, l’ordine lineare di eventi e sottotesti, e non c’è speranza o parallelismo che tenga; c’è stato un prima (l’amore, la vita, la gioia) e c’è stato un dopo (il dolore, la crisi, la morte). L’ultimo tatuaggio – praticamente la lapide – di Elise la conferma ancora innamorata di Didier e forse intenzionata a riprendere la relazione (Alabama Monroe è la fusione dei soprannomi dei due protagonisti); c’è alla fine un’apertura – avvilita e un po’ forzata – di Didier all’irrazionale, quando sussurra a Elise morente di salutargli la figlia morta.

Ma sono ben magre consolazioni: The broken Circle Breakdown è un film dal finale straziante e che ci rattrista, senza alcun margine consolatorio prima ancora che fideistico. È una spietata analisi, complessa e stratificata, di come l’uomo colpito dal lutto sia capace di peggiorare la propria situazione, facendosi ancora più male; sia rifugiandosi in un rimosso della morte (Elise) sia esorcizzandola senza censure, smascherando le contraddizioni e gli inganni con cui religioni e altre modalità di pensiero la occultano, il risultato non cambia: si soffre lo stesso, irreparabilmente, e chi resta in vita non può far altro che tirare avanti, sempre che ci riesca. Al netto di una regia lucidissima, fredda ed estremamente attenta a scandagliare sfumature psicologiche complesse; di un montaggio privo di momenti morti (sic!), di dialoghi non banali, di una fotografia che riesce a essere evocativa senza essere vintage, di due interpretazioni attoriali eccellenti (Veerle Baetens in particolare riesce a offrire una vera e propria metamorfosi del personaggio di Elise); al netto di tutto questo, il giudizio sul film pone una questione che è impossibile affrontare in modo univoco, poiché la risposta dipende essenzialmente dal distacco emotivo che lo spettatore riesce o meno ad assumere.

Tale questione, valida anche per film come Amour (Haneke, 2012) o, ancora più radicalmente, Nick’s Movie (Wenders, 1980) è se si possa dire “mi è piaciuto molto” di un film che scava impietosamente nel tema più scabroso e più angosciante che si possa dare, e cioè quello della nostra stessa mortalità ; sono le “nuove avventure” della morte al lavoro, un memento mori esplicito. Sembra che in molti abbiano risposto che sì, si può dire: il film ha ricevuto innumerevoli premi e riconoscimenti, compresa la nomination per l’Oscar al miglior film straniero per il 2014. Il 20 Maggio 2014 a Bologna, una proiezione speciale del film è stata accompagnata da un concerto Bluegrass. C’è il rischio che la forza del cult, a poco a poco, prevalga sulla cognizione del dolore; e credo di poter concludere che sia un bene.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Nato a Pescia (Pt) il 10 marzo 1990. Oltre a scrivere articoli di vario tema (politica, costume, cinema) e recensioni, si è occupato di scrittura e cinema. Ha studiato prima Lettere Moderne, poi Scienze dello Spettacolo. Ha pubblicato un libro, "Storia e rappresentazione: come il cinema italiano ha raccontato il fascismo", edito da Affinità Elettive (Ancona). Ha partecipato ai corsi della Scuola di Alta Formazione per sceneggiatori cinetelevisivi che a Roma nell'anno 2014/2015 e girato da regista due film, Ivardùsh / fascisti di oggi (2013) e Due per due (2016).

Comments are closed.