Una Tangentopoli spagnola?

In un interessante editoriale apparso la settimana scorsa su VilaWeb, uno dei più antichi e famosi portali di informazione online in lingua catalana, il direttore Vincent Partal ricordava come, da giovane inviato in Italia, aveva vissuto i giorni caldi di Mani Pulite. Nel suo editoriale Partal ricorda la celebre affermazione che l’allora magistrato Antonio Di Pietro rivolse all’avvocato del socialista Mario Chiesa: “Dica al suo cliente che l’acqua minerale è finita.”
Secondo Partal infatti l’acqua minerale è finita anche in Spagna. O almeno potrebbe davvero essere agli sgoccioli. L’arresto di Rodrigo Rato, personaggio estremamente influente della vita politica spagnola, oltre che di quella economica, ha inevitabilmente posto un serio interrogativo sulla solidità del sistema politico del Regno di Spagna. E come dal terremoto Tangentopoli emerse la figura di Silvio Berlusconi – con le conseguenze che tutti conosciamo aggiunge Partal – dalle future scosse sismiche iberiche potrebbe emergere Albert Rivera, attuale presidente del Partido de la Ciudadanía – Ciudadanos, ovvero il Partito della Cittadinanza e dei Cittadini. Sebbene risulti subito evidente la difficoltà del paragone vale la pena soffermarsi un momento sulle dinamiche dei processi di cambiamento in atto. Inoltre, prima di formulare un giudizio sulla previsione di Partal sarà senz’altro utile ripercorrere brevemente gli ultimi avvenimenti.

Il sistema politico spagnolo da anni è dominato dai due maggiori partiti, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), al quale apparteneva José Luis Zapatero, Primo Ministro in carica fino a Dicembre 2011, e il Partido Popular (PP), attualmente al governo con Mariano Rajoy nella veste di Primo Ministro. Alle ultime elezioni generali (così si chiamano in Spagna le elezioni politiche) nel Novembre 2011 il PP ha ottenuto uno strabiliante 44,6%, assicurandosi la maggioranza assoluta al Congreso de los Diputados con ben 185 seggi su 350. Da parte sua il PSOE ha ottenuto un “modesto” 28,7% equivalente a 110 seggi parlamentari, pagando a caro prezzo la crisi economica e finanziaria mondiale, che nella penisola iberica ha avuto effetti devastanti, non avendo saputo o potuto trovare soluzioni legislative efficaci per fronteggiare un aumento vertiginoso della disoccupazione e le sue gravi conseguenze. In questo quadro vanno inseriti due ulteriori movimenti: il Partido de la Ciudadanía, appunto, e Podemos. Quest’ultimo è l’espressione politica organizzata del più vasto, variopinto e variegato movimento nato spontaneamente nelle piazze di Barcelona, Madrid e altre città spagnole nella primavera del 2011 e comunemente conosciuto con il nome di Indignados. Podemos nasce dall’unione di intellettuali, professori universitari, sindacalisti e studenti che si concretizza nel manifesto Mover Ficha: convertir la indignación en cambio político (Muovere le Fila: trasformare l’indignazione in cambiamento politico) presentato all’inizio del 2014 e firmato, tra gli altri, dall’attuale leader del partito: il giovane professore e analista politico televisivo Pablo Iglesias. Fin dalla sua nascita Podemos ha visto più che raddoppiare la sua percentuale di gradimento tra gli elettori spagnoli, prova ne sono le ultime elezioni europee del Maggio 2014 dove ha ottenuto più di 1 milione e 250mila voti, attestandosi all’8% ed eleggendo così 5 deputati al Parlamento Europeo, tra i quali lo stesso Pablo Iglesias. Un ottimo risultato per un partito nato appena cinque mesi prima.

Il Partido de la Ciudadanía, al contrario, ha una storia relativamente più antica. Nasce infatti nel 2006 in Catalogna come un movimento locale che si oppone a ciò che esso definisce come una imposizione del nazionalismo catalano operata, secondo i fondatori di Ciutadanos, dai partiti indipendentisti e supportata dal governo locale. Anche se Ciutadanos rifiuta fin dal principio l’identificazione con una particolare comunità locale e sceglie invece di porsi come movimento nazionale, il primo banco di prova del neonato partito sono le elezioni locali catalane del 2006, dove riesce ad ottenere tre seggi al Parlament de Catalunya (ovvero l’organo legislativo locale della comunità autonoma catalana). In realtà la realizzazione del grande passo – da movimento locale a partito nazionale – è stata alquanto travagliata e molto discussa nei successivi congressi, tanto che diventa realtà soltanto in vista delle elezioni europee dello scorso anno dove, presentandosi in tutte le circoscrizioni elettorali ed ottenendo il 3,16% dei voti, Ciutadanos riesce ad eleggere due eurodeputati. L’attuale Presidente del Partito, il trentacinquenne Albert Rivera è stato eletto per la prima volta al Parlament de Catalunya nel 2006 ed ha visto riconfermata la carica di deputato nelle successive elezioni del 2010.

Ma veniamo alla causa scatenante di quel possibile futuro sisma politico che potrebbe interessare il regno di Sua Maestà Felipe VI, ovvero l’arresto di Rodrigo Rato. Oltre che essere stato il predecessore di Dominique Strauss-Khan alla guida del Fondo Monetario Internazionale, Secondo Vicepresidente nel primo governo spagnolo di José Maria Aznar, Ministro dell’Economia nel secondo governo Aznar e influente membro del PP, Rato è stato soprattutto presidente della banca Caja Madrid, poi rinominata Bankia, dal 2010 al 2012. Durante la presidenza di Rato la banca spagnola ha acquisito, mediante operazioni finanziarie che si sarebbero rivelate decisamente azzardate, diverse altre banche e società finanziarie come Caja de Canarias, Caja Rioja e Caixa Laietana. Questo ha portato il bilancio di Bankia in una situazione di profondo rosso ma, essendo a questo punto diventata too-big-to-fail secondo la celebre espressione, non è stata resa praticabile per il governo spagnolo altra soluzione che nazionalizzare la banca e chiedere un ingente prestito al FMI e alla Banca Centrale Europea i quali, come normalmente accade, hanno sì concesso un prestito da 100 000 milioni di euro per evitare il fallimento di Bankia ma allo stesso tempo hanno imposto al governo di Madrid una serie di condizioni in materia di politica economica quali liberalizzazioni, taglio delle spese statali, riforma del sistema previdenziale. Inevitabilmente questo ha inciso in maniera profondamente negativa sull’economia di una nazione già duramente provata dagli effetti della crisi economica globale, facendo salire l’indice della disoccupazione nel 2012 al picco massimo di 25,77% secondo l’Istituto Nazionale di Statistica.
Le accuse mosse a Rodrigo Rato dal Tribunale Nazionale vanno dall’appropriazione indebita alla bancarotta fraudolenta e dalla frode al falso in bilancio ma, paradossalmente, non è per questo che l’ex CEO di Bankia è stato arrestato il 16 aprile scorso. Secondo il giudice di Madrid che ha ordinato il suo arresto Rato avrebbe evaso al fisco spagnolo una quantità di denaro superiore ai 26 milioni di euro tramite società fantasma poste in diversi paradisi fiscali, approfittando dell’amnistia fiscale promulgata dal governo Rajoy nel 2012 per farne rientrare una parte in Spagna.

A questo punto emergono evidenti alcune analogie e alcune differenze tra la stagione politica che ci apprestiamo ad osservare nella penisola iberica e la stagione italiana di Mani Pulite.
In primo luogo il livello della corruzione in Spagna non sembra essere paragonabile a quello presente ad oggi in Italia, né tantomeno a quello dell’epoca di Mario Chiesa e dell’acqua minerale. L’arresto di Rodrigo Rato, seppur clamoroso, difficilmente porterà Mariano Rajoy a riferire in parlamento presentando un discorso di in cui ammette le proprie colpe ed invita gli innocenti a scagliare la prima pietra, e ancora più difficilmente lo stesso Rajoy fuggirà in Tunisia sotto un lancio di monetine. Una cosa però è indubbia: la posizione del PP di fronte allo scandalo Rato richiede quantomeno una riflessione interna al partito e, se non altro, un cambio di rotta politica a breve, soprattutto sui temi economici. Prima di cadere in disgrazia Rato rappresentava in sé stesso alcuni ideali cari al PP, ma da qualche tempo il re si è rivelato nudo.

In secondo luogo, quello che avverrà in Spagna nei prossimi 7 mesi, analogamente a quello che è stato nel ‘93/’94 in Italia, sarà inevitabilmente un periodo di cambiamento. Quanto esso sarà radicale o meno sarebbe evidentemente presuntuoso pensare di saperlo. Le Elezioni Generali previste per il prossimo Dicembre rappresentano da una parte un’incognita ad oggi difficilmente decifrabile, mentre dall’altra presentano una certezza quasi granitica. Il sistema partitico spagnolo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi non può e non deve reggere di fronte alla propria manifesta incapacità di rapportarsi con la società spagnola stessa: prova ne siano i tentativi anacronistici da parte di alcuni esponenti del governo e del PP di legiferare in senso restrittivo sulla possibilità di interruzione volontaria della gravidanza, o ancora, l’incapacità di entrambi i maggiori partiti nel procedere ad un dibattito costruttivo con le forze autonomiste, in primo luogo la Catalunya dove, in occasione del referendum informale sull’indipendenza del Novembre scorso, il governo di Madrid non solo si è rivelato incapace di proporre un qualsiasi confronto costruttivo con la componente indipendentista catalana, ma addirittura ha goffamente tentato di negare l’evidenza e l’importanza della questione. Una strategia rivedibile, soprattutto alla luce dell’interesse mediatico europeo verso le spinte indipendentiste, in un momento in cui la Scozia era andata al voto per il suo referendum – questo sì, vincolante – solo alcune settimana prima. Questa è la certezza.

Dall’altro lato l’incognita è rappresentata da ciò che il direttore Partal ben descrive nel suo editoriale: la situazione politica appare favorire alcuni personaggi che in altre condizioni difficilmente riuscirebbero ad emergere. E’ stato il caso di Berlusconi in Italia 1994 e sarà forse anche il caso di Albert Rivera in Spagna 2015. Infatti, sebbene quest’ultimo abbia dinnanzi a sé avversari decisamente ostici, come Pablo Iglesias di Podemos, lui ed il suo partito hanno dalla loro parte il vantaggio di non rappresentare un cambiamento drastico, epocale e irreversibile come potrebbe invece apparire agli occhi di una parte della popolazione spagnola la vittoria di Podemos. Paradossalmente la paura di cambiare troppo potrebbe indurre l’elettorato spagnolo a cambiare molto poco. Podemos, che già come movimento rappresenta un’innovazione politica non trascurabile, presenta infatti un programma decisamente innovativo su molti aspetti, non ultimo quello della democrazia partecipativa, mentre Ciutadanos resta comunque legato ad un’idea di partito che non differisce troppo da quelle già esistenti, sebbene senza dubbio presenti una struttura più informale e funzionale del PSOE o del PP, mentre per quanto riguarda il programma elettorale alcuni aspetti, ad esempio la politica estera, non presentano un livello di chiarezza del tutto esaustivo.

In conclusione sembra quasi una certezza l’idea che nella penisola iberica i prossimi mesi saranno decisamente caldi, e non solo a causa dell’estate. Non resta che aspettare, osservare e augurare al popolo spagnolo che l’acqua minerale non sia della stessa marca di quella che fu italiana.


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Classe 1989. Laureato in Scienze Politiche all'Università di Pisa, attualmente studia Scienze Internazionali presso il dipartimento di Culture, Politiche e Società dell'Università di Torino. Appassionato di viaggi avventurosi, si interessa di ricerca storica, analisi sociale e teoria politica.

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