“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi
- 09 Ottobre 2017

“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Gli Stati Uniti e la modernità euro-atlantica

Il richiamo di Tiziano Bonazzi alla storia transatlantica, alla stretta interdipendenza tra la modernità europea e alla sua riconfigurazione nella wilderness americana, è sicuramente un prisma interpretativo illuminante nell’economia del testo. I riferimenti presenti in quasi in tutti i capitoli ci fanno soffermare su una riflessione che sembra abbattere la tradizionale mitografia; la prima parte del libro infatti, oltre a raccontare nel dettaglio gli inizi del giovane lavoratore dell’Illinois e gli sviluppi socio-economici dell’Unione, analizza criticamente le condizioni materiali e le ragioni costituzionali che vorrebbero fare dell’esperimento democratico americano un’eccezione rispetto alla «Grande Europa» e, seguendo la stella polare dei Padri Fondatori, il custode dell’eredità inestimabile lasciata al «popolo eletto della Bibbia» – la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione di Philadelphia – fino al suo compimento ultimo. Il distacco e il ribrezzo verso il dispotico e sanguinario processo di state-building europeo, segnato dalla irrisolvibile tensione e conflittualità insite nella sovranità statuale dello jus publicum europeum – il limes quale principio d’ordine della politica, gli stati come soggetti superiorem non recognoscentes – si evince dalla volontà dei costituenti di adottare il federalismo come soluzione per sfuggire al tragico destino del Vecchio Continente e salvaguardare le condizioni essenziali per la neonata democrazia: libertà ed uguaglianza. Ma come osserva giustamente l’autore, gli Stati Uniti «erano troppo differenziati al loro interno e al tempo stesso troppo immersi nel vortice della politica atlantica perché i pur brillanti, colti e moderni padri costituenti potessero giungere a un risultato privo di ambiguità» (p. 28). Infatti, nella fase storica che parte dalla Rivoluzione del 1776 e giunge alla guerra civile, passando per l’età jacksoniana, gli Stati Uniti sono tutt’altro che un sistema nazionale consolidato, attraversati in realtà da una pluralità composita, già presente nell’insieme delle tredici colonie.

Da un punto di vista della filosofia politica, il progetto che emerse quando i coloni ribelli si unirono al motto give me liberty or death era tutt’altro che un esperimento innovativo e depurato dalle incrostazioni della sovranità europea, poiché con la Dichiarazione d’Indipendenza i delegati delle ex colonie avevano automaticamente e quasi inconsciamente riconosciuto di rappresentare degli «Stati», finzione politica elaborata dalla teoria hobbesiana per scacciare lo spettro dello stato di natura e dare vita alla società civile. Un’eterogeneità che rischiava di essere soffocata dall’imperialismo mercantile europeo, che avrebbe potuto attentare alla vita dell’ancor fragile democrazia americana. La Costituzione repubblicana approvata alla Convention di Filadelfia nel 1787 dunque fu prima di tutto una strategia per rispondere all’emergenza e, nonostante sarebbe stata riconosciuta come uno dei fondamenti della modernità, fu partorita da una élite la cui expertise era figlia del liberalismo europeo, nonostante tracce innegabilmente autoctone – il federalismo quale negazione del principio dell’indivisibilità del potere sovrano. Le ambiguità della cultura politica americana dunque riflettevano la realtà di un esperimento che era inestricabilmente connesso alle radici della modernità europea, costruitasi sulla logica spaziale duale di Stato e Colonia come strumento per rispondere allo shock causato dalla scoperta dell’Atlantico, prima crisi dell’eurocentrismo. Ciò è particolarmente vero nell’analisi del pensiero di Thomas Paine, dove si evince che il repubblicanesimo americano si sia nutrito di tali aspetti per costruire il «polo post-coloniale della sovranità moderna». Il popolo americano, sollevatosi per liberarsi dal giogo imperiale britannico, desideroso di autogovernarsi e di darsi una propria forma politica, avrebbe dovuto accettare che il «male» del governo fosse necessario per governare una società civile in piena espansione. Il mancato ricorso alla logica statuale operata dal Leviatano era però figlio della condizione originaria della società americana, libera, autonoma, intraprendente, fondata sul primato della proprietà. L’adozione di una forma di «sovranità duale», che non soffocasse le istanze civili per plasmare un tutto omogeneo, neutralizzato e che desse respiro agli Stati all’interno dell’Unione, può definirsi «popolare, non solo perché è repubblicana (cioè opposta a quella monarchica europea), ma anche, e primariamente, perché nella sua essenza resta plurale»[1]. Negando così la contrattualistica europea come forma di organizzazione del potere nello spazio, gli interessi plurimi presenti nel territorio statunitense –pubblici e privati – erano garantiti da una duplice forma di cittadinanza che rifletteva una divisione cooperativa del lavoro, per l’interesse del governo e dei corpi commerciali, ma comunque destinata ad essere molto competitiva al suo interno. Nonostante il sistema partitico assicurasse una democrazia nazionale vivace e partecipativa, «anche se gli Stati Uniti erano guardati come un esempio di libertà e progresso e sebbene la loro economia fosse fra le più vivaci al mondo, il paese non aveva una forma nazionale» (p. 84).

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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