“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi
- 09 Ottobre 2017

“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Lincoln e il nation-building americano: guerra, razza, religione e legge

I primi decenni dell’Ottocento mostrano infatti una mappatura geografica, economica e sociale estremamente variegata, la quale rifletteva una visione del futuro e dei propositi ideologici rivoluzionari tutt’altro che condivisa dai singoli stati. Il tutto in un costante «movimento», verso Ovest ma anche verticalmente. Una società fortemente localizzata, legata alle risorse del territorio di appartenenza e che, contrariamente alla visione simbolica della «frontiera» coma massima espressione dell’eccezionalità americana nel suo cammino verso il Pacifico, vede nell’esperienza di Lincoln paradossalmente la sua parziale negazione. L’Illinois, dove il futuro presidente matura attraverso sudore e umili occupazioni, è un segmento di quest’ultima che si è trasformato in quegli anni in una realtà agricolo-commerciale, nella quale Lincoln costruirà il proprio spazio e poi, fuggendo dalla condizione rurale della famiglia, il punto di partenza della sua ascesa sociale: prima avvocato autodidatta e poi politico confinato alla cittadina di Springfield. Dunque anche nella stessa biografia del futuro presidente il mito del West oscilla, perché la frontiera cede il passo ad una civilisation urbana e industriale di indubbia matrice europea. E proprio in questa fase, a cavallo degli anni 40’, un ambizioso «notabile di provincia» e politicante affronta il distacco da un passato religioso che, a parte la nuova veste d’alto borgo, non lo aveva del tutto allontanato dalle radici famigliari mentre il paese stava affrontando il manifestarsi di una delle sue prime contraddizioni: con l’acquisizione della Louisiana (1803) e la progressiva proiezione continentale, gli Stati Uniti si destreggiavano con una politica d’espansione desueta, appropriandosi di una retorica provvidenzialista – la teoria del Manifest Destiny – che li avrebbe legittimati quali dominatori dell’intero sub-continente. Un dominio che non rifletteva la frammentazione interna che assumeva sempre di più caratteri bipolari, tra un Nord in fase di industrializzazione e un Sud ancorato al sistema di piantagione, in una situazione di crescente tensione e che culminò con il Compromesso del 1850, quando emerse un intreccio pericoloso tra due ideologie incompatibili e le questioni costituzionali lasciate irrisolte a Filadelfia. Un dualismo, quello tra il free labor system e la schiavitù – un’incompatibilità che già Alexis de Tocqueville aveva acutamente profetizzato nel progressivo dispiegamento della democrazia americana – che avrebbe messo il paese di fronte alla nefasta prospettiva dello smembramento dell’Unione e, di conseguenza, del naufragio del sogno americano.

Proprio in quegli anni Lincoln aveva incominciato a riflettere sulla a-moralità dello schiavismo, considerato anti-americano proprio perché potenzialmente divisivo, una possibilità che alimentò la sua lunga e tormentata riflessione. Distaccatosi dall’afflato religioso paterno e sempre più devoto al razionalismo giuridico, Lincoln maturò la convinzione che l’unico modo per rispondere alla crisi del paese fosse abbracciare la «religione politica», basata sull’idea che legge e morale fossero le armi che la Costituzione avrebbe offerto per difendere l’integrità dell’Unione: questo non è che «[…] il seme di tutto il pensiero di Lincoln, il suo modo per fare della Costituzione e del diritto un oggetto di devozione sacra. Nelle sue parole il tempo e gli impeti distruttori sono elementi da governare strettamente con la ragione del diritto» (p. 78). Ai suoi occhi gli Stati Uniti erano tali poiché usciti insieme dalla Rivoluzione e il testo costituzionale rappresentava proprio il portato storico di quell’esperienza e dell’irrinunciabilità del patto federativo. La difesa incondizionata dell’integrità degli Stati Uniti e della loro legacy costituzionale divenne così la contingenza per farne una Nazione, nel senso ottocentesco ed europeo del termine. In questa cornice la presa di posizione sulla schiavitù diventò l’oggetto centrale dell’ascesa elettorale e del passaggio dall’ormai decadente partito whig – dalla cui ideologia ereditò la fiducia nel progresso e del self-improvement – al neonato partito repubblicano. I suoi discorsi e le orazioni pubbliche lo proiettarono verso la politica nazionale, in una situazione ormai infuocatasi dopo che la sentenza della Corte Suprema Dred Scot (1857) aveva accelerato la discesa del paese verso l’oblio. Favorito in un contesto di «balcanizzazione» del partito democratico e di frammentazione del Grand Old Party, la sua figura mediatrice poté infine imporsi con l’elezione presidenziale. Sprofondata in una sanguinosissima guerra civile, la nazione americana, prosegue Bonazzi, parve nuovamente riconnessa al destino della Grande Europa; la frattura territoriale, l’emergere di due nazionalismi contrapposti – entrambi convinti di rappresentare il destino della democrazia americana e l’incarnazione del mito – e la cruda realtà della guerra industriale sembrarono compromettere per sempre l’eccezionalità americana. Da quel momento in poi Lincoln, in qualità di Commander in Chief, si vedrà costretto a condurre una duplice battaglia: la hard war, nell’intento di sconfiggere l’esercito confederato di Robert E. Lee e, inevitabilmente connessa, quella politica, morale nei feroci dibattiti a Capital Hill, per ottenere l’approvazione del XIII Emendamento: «[…] Lincoln dava un’interpretazione della guerra come grande evento storico non perché destinata a salvare l’unità degli Stati Uniti, ma perché si poneva il compito di portata universale di abbattere la schiavitù riportando il paese a essere la stella polare dell’umanità» (p. 235).

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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