“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi
- 09 Ottobre 2017

“Abraham Lincoln. Un dramma americano” di Tiziano Bonazzi

Scritto da Alberto Prina Cerai

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La tragica e trionfale eredità di Abraham Lincoln

L’autore con grande perspicacia vede nella guerra civile l’esperienza in cui Lincoln manifestò tutta la sua maturazione etico-politica, un processo tortuoso, magistralmente ricostruito, che mette in luce il tentativo di Lincoln di sottomettere al lume della ragione un dilemma lacerante, che lo ha accompagnato per tutta la sua vita: sondare il rapporto tra l’uomo, la Storia e la provvidenza divina, nella misura in cui lui stesso potesse plasmare la realtà o quanto fosse impotente di fronte al tracciato ineluttabile dell’Onnipotente. Il sangue versato dai soldati americani nelle cruente battaglie campali lo convince che la guerra sia un passaggio obbligato per preparare la Nazione alla definitiva consacrazione. In questa visione profonda di una realtà sconvolta dagli orrori della guerra, Lincoln non demonizzò i suoi avversari, non credeva che i confederati fossero il male assoluto – erano sì carnefici ma anche vittime di uno sviluppo dettato da contingenze economiche e geografiche – ma era convinto che la «cospirazione schiavista» per opera dei sudisti avrebbe potuto mettere a repentaglio l’Unione e le istituzioni americane. Non per questo il suo rapporto con la schiavitù era limpido e netto come la corrente abolizionista radicale; come molti suoi concittadini provava repulsione verso un’istituzione che da un lato deprimeva il valore del lavoro – un punto determinante nella sua concezione che fa dell’operosità uno strumento di improvement ma anche di auto-controllo per governare, come nel suo caso, il turbinio di passioni, emotività e crisi depressive che rischiano di condannarlo all’impotenza e al fatalismo – e dall’altro impediva agli afroamericani di sviluppare la propria umanità. Tuttavia, nel riconoscere il loro diritto alla libertà, Lincoln non hai mai elevato la loro «razza» al pari dei bianchi, non fu il loro «redentore» né si lasciò trascinare da un progressismo radicale. Ed è questo l’ultimo passaggio di una riflessione realista, dominata dalla «theory of necessity» che lo allontana da qualsiasi velleità utopistica, che assegna alla guerra un significato più profondo, una lotta per garantire la libertà a generazioni a venire e così facendo salvare i propositi universalistici, umanitari della Rivoluzione del 1776. Compattata buona parte dell’Unione e guadagnatosi l’appoggio internazionale, il Sud dovette capitolare dopo quattro anni di conflitto, scontando nel lungo periodo il divario economico con gli yankee e l’isolamento diplomatico.

Nella parte conclusiva, continuando a sottrarre il lettore dalla trappola del mito americano, Bonazzi indaga alcune peculiarità del mito politico che sorregge il personaggio, discutendo della «inconoscibilità della storia» con cui Lincoln, oscillando tra «impotenza disperata» e «impotenza pacificata» (p. 289), continuamente si confronta. La biografia finale del Presidente, arcinota per il trionfo e l’assassinio per mano di John Wilkes Booth, ha raggiunto lo zenit della popolarità incoronando Lincoln quale icona indiscussa degli Stati Uniti. Ma è un finale agrodolce, in quanto come descrive l’autore il paese si ritroverà molto diverso rispetto alla nazione orfana del suo salvatore quella notte del 14 Aprile 1865. Nel giro di qualche decennio, convinti di essere il deus ex machina della modernità pur non essendolo, restii ad accettarne le radici pur possedendone la genetica, gli Stati Uniti ristabiliranno una certa sintonia con la Grande Europa, recuperando mitologie nazionalistiche e istanza centralizzatrici. Ma il vero e mancato retaggio lincolniano resterà ancora a lungo quella «linea del colore» che terrà separati i bianchi e gli afroamericani. Formalmente liberi, ma sostanzialmente non eguali. Una delle tante aporie originarie della democrazia americana, foriera di una crisi morale e costituzionale, che nemmeno una figura epica e una tragica guerra avrebbero cancellato. Grazie all’abile ed esperta penna di Tiziano Bonazzi queste verità della storia americana, la diade libertà/schiavitù e la vicenda personale di Abraham Lincoln rivivono perfettamente in armonia e in tutta la loro potenza.

«Se considero gli Stati Uniti del nostro tempo vedo bene che in una parte del paese la barriera legale che separa le due razze tende ad abbassarsi, ma non quella dei costumi: vedo dunque indietreggiare la schiavitù, ma non il pregiudizio che l’ha fatta nascere»[2].

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[1] Raffaele Laudani, Mare e Terra. Sui fondamenti spaziali della sovranità moderna, in «Filosofia politica», 3, 2005, pp. 524-528, cit. p. 527

[2] Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, a cura di Nicola Matteucci, «Collana Classici del pensiero», Torino, Utet, 2007, cit. p. 338


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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