Accelerazione sociale e pandemia: sulla teoria di Hartmut Rosa
- 14 Luglio 2020

Accelerazione sociale e pandemia: sulla teoria di Hartmut Rosa

Scritto da Chiara Visentin

11 minuti di lettura

La necessità di contrastare e contenere la pandemia di Covid-19 e le misure prese a tal fine hanno sospeso la normalità non solo di macrosistemi economici e politici, ma anche della vita di tutti i giorni di moltissimi di noi. Il tessuto stesso della quotidianità è stato riconfigurato in nome di esigenze di sanità pubblica fin nei suoi momenti più scontati, radicati e intimi, quei momenti che meno si sarebbero a priori immaginati soggetti a imperativi così formali e istituzionali. Sebbene lo sconvolgimento della quotidianità sia dovuto soprattutto a limitazioni nella mobilità e nell’uso degli spazi, la traduzione di queste limitazioni in esperienze di profondo turbamento dei modi di essere e di sentire non può prescindere dai mutamenti nell’uso del e nel rapporto col tempo che ne seguono. La sospensione di svariate attività lavorative, educative e ricreative ha significato per molti trovarsi a disporre di quantità impreviste e inaudite di tempo “vuoto”, e questo ha suscitato reazioni disparate come lamentele, esaltazione, ostentazione delle proprie strategie per farlo fruttare. Per altri, invece, la pressione e la frenesia non sono affatto diminuite o sono aumentate significativamente, come nel caso dei lavoratori impegnati in prima linea o dei genitori di figli in età scolare. Nuovi e vecchi media, d’altro canto, hanno continuato a imporre i loro ritmi a utenti spesso più assidui. Come ha scritto sul Guardian Oliver Burkeman, «never before has the distribution of time divided my social circle so sharply, providing another reminder that this thing we’re all doing these days is, in fact, a completely different thing, depending on who you are»[1].

Mentre le strutture e le percezioni del tempo durante l’emergenza sono multiformi, dinamiche e di segno opposto, tutte, partecipando di un’esperienza collettiva di messa in questione di usi e norme prima dati per scontati che acquisiscono perciò una nuova salienza, invitano a riflettere su e a problematizzare il nostro rapporto con il tempo; rapporto che, sottoposto a pressioni, inceppamenti e bruschi mutamenti dalla crisi perde in parte l’aria di naturalezza e naturalità che di solito lo mimetizza rendendo difficile farlo oggetto di analisi e critiche.

Tra gli autori contemporanei che si sono dedicati a un simile lavoro di analisi e critica del nostro rapporto con il tempo, spicca il sociologo tedesco Hartmut Rosa[2]. Secondo Rosa, indagare questo rapporto è cruciale per la critica sociale, perché le strutture e le regole temporali a cui ci sottoponiamo spesso senza rendercene conto o ritenendole ineluttabili rappresentano uno dei più potenti meccanismi di imposizione normativa nelle società tardo-moderne. Nonostante la complessità del mondo sociale in cui ci muoviamo richieda una coordinazione minuziosa, in genere non ci vengono dettate regole etiche o morali esplicite e vincolanti, e ci professiamo liberi: le azioni e gli attori vengono però plasmati attraverso una trama di imperativi temporali per lo più taciti.

In particolare, Rosa individua e denuncia nei loro effetti patologici le dinamiche di accelerazione tecnica, sociale e dei ritmi di vita alla base della modernità e, quando superano una certa soglia, della transizione alla cosiddetta post-modernità. La teoria dell’accelerazione che sviluppa a tal fine è molto articolata e penetrante, e offre una cornice sistematica per comprendere fenomeni e tendenze disparati come le innovazioni tecniche sempre più frequenti e potenti, la sensazione che la società con le sue norme e istituzioni muti sempre più in fretta, e i ritmi di vita sempre più frenetici. Dal punto di vista della riflessione sul nostro rapporto con il tempo indotta dal turbamento di questo rapporto nella crisi attuale, l’analisi di quest’ultima tendenza, anche nel suo stretto collegamento con la seconda, rappresenta una fonte particolarmente ricca di spunti.

Rosa prende le mosse dalla diffusa consapevolezza di alcune caratteristiche della vita quotidiana nelle società tardo-moderne la rendono sempre più stressante e accompagnata dalla sensazione di una costante penuria di tempo. Sembra che si sia instaurata una vera e propria «tirannia dell’attimo»[3] risultante dalle continue disponibilità e vulnerabilità alle interruzioni che sono il correlato dei nuovi strumenti e mezzi di comunicazione, dal profluvio di informazioni e beni materiali, e dalla flessibilizzazione e de-istituzionalizzazione di una quantità crescente più pratiche sociali, che erode le strutture stabili su cui fare affidamento e costringe a forme di improvvisazione che richiedono maggiori sforzi cognitivi e organizzativi da parte degli individui. Zygmunt Bauman ha parlato al riguardo di «vita in frammenti»[4], per sottolineare la tendenza verso episodi di azione ed esperienza sempre più brevi, discontinui e densi.

Quel che più dovrebbe sorprenderci di queste diagnosi e delle loro conferme nei sondaggi d’opinione degli ultimi decenni, argomenta Rosa, è che in parallelo non si è assistito a una riduzione del tempo classificato come tempo libero, bensì, semmai, a un suo aumento. Pare che nelle società tardo-moderne la diffusione di sentimenti di stress e di penuria di tempo sia cresciuta insieme alla disponibilità di tempo libero. Come si spiega questo apparente paradosso? Come sembra emergere da sondaggi e interviste, in queste società il tempo libero non è spesso vissuto come una riserva di risorse temporali di cui il soggetto dispone liberamente per trarne soddisfazione e felicità, bensì come un tempo vincolato a “proto-doveri” legati al consumo e alla preparazione in vista della competizione sociale ed economica. Tendiamo a parlare del nostro tempo libero attraverso un vocabolario di obblighi e costrizioni, come ha mostrato ad esempio Horst W. Opaschowski descrivendo liste di «quasi obblighi» in cui è facile riconoscersi, come “devo informarmi” o “devo mantenermi in forma”, generatrici del fenomeno che egli ha chiamato «free time stress»[5].

In parte, secondo Rosa, questa compulsione a “spremere” e ottimizzare tempo libero risulta dal desiderio tipico della modernità secolarizzata di sperimentare il maggior numero di opzioni offerte dal mondo; una sorta di come strategia per esorcizzare la paura della morte in quanto annullamento definitivo di tutte le opzioni, in assenza di credenze in un’eternità ultraterrena[6].

La sua causa principale è tuttavia un’altra secondo il sociologo, e risiede nella necessità di adattarsi costantemente a un ambiente sociale in continuo, accelerato mutamento. La situazione dell’individuo nella società tardo-moderna è come quella di chi si trovi in equilibrio su una «china scivolosa»[7]: deve muoversi senza sosta per non arretrare, restare indietro, precipitare nel superato e finire così fuori gioco. Anche solo mantenere la posizione richiede sforzo e movimento in un contesto in cui le pratiche lavorative, tecnologiche, le mode, i saperi e molto altro si trasformano a velocità sempre maggiore, rendendo presto obsolete le conoscenze acquisite e le esperienze maturate, estraniando le generazioni l’una dall’altra e costringendo ad apprendere a vivere in mondi sociali radicalmente diversi nel corso di una singola vita. L’imprevedibilità e la multi-dimensionalità di questi cambiamenti costringono gli individui in una situazione di incertezza di fronte a cui l’unica strategia ragionevole sembra un lavorio incessantemente volto al breve termine per mantenere aperte più opzioni possibili, mentre impegnarsi e progettare per il lungo termine, in nome di convinzioni o valori profondi, diventa difficile o finanche impossibile.

In un contesto di sotto-sistemi specializzati sempre più autonomi e accelerati, come osservava Niklas Luhmann, i tempi di questi sotto-sistemi e delle loro esigenze e deadline erodono il tempo del soggetto, assumendo priorità in virtù della loro urgenza, fino a non lasciare più al soggetto il tempo e l’energia di perseguire quelle attività e quei progetti che per esso hanno un autentico valore[8]. In un simile quadro, l’ordine dei valori e l’ordine delle priorità temporali e quindi le effettive attività svolte sono sempre più separati e distanti, e questo non può non dar luogo a sentimenti diffusi di insoddisfazione e alienazione. Rosa cita un aforisma di Ödön von Horváth: «I’m actually a quite different person, I just never get around to being him»[9].

C’è infine un altro fattore che, secondo Rosa, contribuisce al diffondersi e acuirsi di sensazioni di penuria di tempo, e si tratta di una peculiarità di un certo tipo di esperienza mediatizzata, de-sensibilizzata ma soprattutto de-contestualizzata, che è stata osservata per la prima volta riguardo alla televisione ma per il sociologo sta conquistando sempre più spazio nelle vite contemporanee. È un fatto noto sin dalle origini della psicologia e descritto ampiamente anche nella letteratura che il tempo vuoto di eventi è esperito come se non passasse mai mentre nel ricordo appare contratto, e che, al contrario, il tempo ricco di esperienze sembra volare mentre lo si vive ma nel ricordo si espande e sembra più lungo. Questo è dovuto alle tracce più profonde lasciate nella memoria dagli eventi coinvolgenti. Il tempo trascorso guardando la televisione, tuttavia, in genere sembra non seguire questa regolarità: esso passa velocemente, e ciononostante nel ricordo appare breve; si ha come l’impressione di non averlo davvero vissuto.

Rosa ipotizza che questo schema percettivo sia dovuto principalmente al fatto che la televisione ci pone di fronte a una grande quantità e varietà di eventi, che perciò ci tengono eccitati e assorbiti, ma al tempo stesso è un’attività passiva, non impegna la totalità dei sensi e soprattutto gli eventi a cui assistiamo non hanno il più delle volte alcun collegamento diretto con il panorama di ciò che è veramente rilevante e pertinente per noi, nella nostra vita. Di conseguenza vi siamo spettatori ma non li incorporiamo davvero nella nostra esperienza, intesa nel senso del tedesco Erfahrung come un vissuto assimilato e reso intelligibile e coerente in un sistema organico di significati e narrazioni. Nella misura in cui l’accelerato e de-istituzionalizzato mondo tardo-moderno ci immerge in sempre più occasioni in flussi di stimoli intensi e sconnessi come quelli televisivi – basti pensare alla celebre descrizione di Georg Simmel della vita metropolitana[10] – Rosa ritiene che sia attualissima la diagnosi formulata da Walter Benjamin di una crescente «perdita dell’esperienza» (Erfahrungsverlust)[11]. La minore ritenzione mnemonica di vissuti che non siamo capaci di interiorizzare come Erfahrung spiegherebbe lo schema percettivo peculiare.

In questo contesto di dinamizzazione, imprevedibilità, frammentarietà e presentismo gli individui si configurano sempre di più come giocatori: padroni come mai prima delle proprie mosse nelle varie situazioni, hanno una grande sovranità sugli usi puntuali del tempo in una quotidianità sempre più de-istituzionalizzata, “smart”, flessibile. Al tempo stesso, però, cresce la sensazione di una perdita di autonomia e di controllo sulla propria vita: alla metafora del giocatore si affianca, come l’altro lato della medaglia, quella di chi va alla deriva, si lascia (con abilità) trasportare dalla corrente senza una meta. Dirigere la propria biografia lungo le linee di progetti a lungo termine ispirati a valori profondi sembra infatti sempre più impraticabile e inappropriato; abbracciare l’incertezza e la contingenza senza più tentare di dominarle e plasmarle sfocia nella rassegnazione e in un nuovo fatalismo, che corrisponde all’abbandono degli ideali moderni dell’autonomia e dell’autodeterminazione.

Questo accade non solo agli individui, ma anche alle collettività politiche: il discorso sulla fine della storia è secondo Rosa un sintomo del declino del senso tipicamente moderno della storia come narrazione unificata e direzionata di progresso. L’aspirazione della politica a dare attivamente forma ai processi sociali e dirigerne gli sviluppi in base a giudizi di valore suona sempre più spesso come vuota retorica, rivelandosi l’eredità anacronistica di una modernità politica ormai terminata. I tempi della politica democratica che concretizzava la promessa moderna dell’autonomia collettiva, infatti, sono troppo lenti per poter stare al passo con quelli, accelerati, del cambiamento sociale, delle transazioni economiche, dell’innovazione tecnologica. Alla politica non resta che reagire, gestire, seguire con immancabile con ritardo questi processi vorticosi e incontrollati, cercando per lo più invano di porre loro un freno e di limitarne gli effetti nocivi.

Diversi elementi dell’apparato concettuale che Rosa ha integrato nella sua riflessione sono stati sfruttati dai commentatori dell’emergenza attuale (sebbene per lo più senza riferimento esplicito a questo autore). In molti, ad esempio, richiamano la divergenza alienante tra ordine dei valori genuini e ordine delle priorità temporali, e suggeriscono che la quarantena e la sospensione di molte attività (la temporanea stasi di molti sotto-sistemi per dirla con Luhmann e Rosa) potrebbero o dovrebbero offrire una preziosa e benvenuta occasione per ridurre o colmare tale divergenza dedicando finalmente del tempo a ciò a cui si tiene davvero di più o che si considera di maggior valore[12]. Sul Guardian Jonathan Freedland, confrontandosi con Erwin James – giornalista che ha scontato 20 anni in carcere per omicidio –, descrive l’esperienza del tempo in quarantena secondo lo schema percettivo del tempo vuoto che caratterizza anche la prigione, interminabile mentre lo si vive e breve nel ricordo[13]. C’è poi chi sottolinea la contingenza e la pluralità dei tempi della gestione dell’emergenza e la loro irriducibilità a narrazioni lineari[14], e una «accelerazione della frammentazione delle temporalità»[15].

Rosa stesso ha pubblicato alcuni articoli, brevi saggi e interviste sulla crisi che stiamo attraversando[16]. La tesi principale che vi abbozza è che il modo in cui gli Stati hanno reagito alla pandemia segnali il risveglio una capacità di agire politico che si pensava perduta: gli apparati politici degli Stati democratici hanno voluto e saputo azionare i freni e rallentare una «ruota dell’accelerazione» che pareva fuori controllo, dimostrando così che è ancora possibile prendere collettivamente in mano il nostro destino. Egli riconosce che il “lockdown” non produce un univoco e universale rallentamento dei processi e delle esperienze, che non ci si offre automaticamente un modello di sviluppo alternativo, e che è probabile che sfoci in un ritorno alla normalità pre-crisi e con i suoi processi di accelerazione e le loro patologie. Tuttavia, si dichiara speranzoso in un «cambio di paradigma», nella possibilità di «reinventare della modernità».

Traendo spunto dalla sua teoria dell’accelerazione si può però anche formulare interpretazioni meno ottimiste. Questa frenata intenzionale imposta dalla politica può essere letta semplicemente come una delle molte forme di «decelerazione (acceleratoria) funzionale»[17] che hanno costellato la storia della modernità e in ultima analisi reso possibile il processo di accelerazione stesso come lo conosciamo. La crisi, d’altro canto, funge da catalizzatore dell’incertezza e del mutamento sociale, rendendo la «china scivolosa» ancora più instabile e ardua. Il presente, come finestra di attualità (validità orientativa) delle conoscenze ed esperienze acquisite, si contrae ancora di più[18]: si pensi alla necessità di aggiornamenti continui di notizie e cifre, ma anche all’ulteriore intensificarsi dell’incertezza sul piano occupazionale, ai repentini cambiamenti di abitudini e mentalità richiesti per fronteggiare le circostanze eccezionali, all’estrema incertezza sul futuro e il proliferare dei pronostici più diversi ed estremi, e al conseguente appiattimento della pianificazione sul breve, anzi brevissimo termine. In un simile contesto è probabile che il fatalismo, le sensazioni di andare alla deriva e di perdita del controllo e della progettualità ben descritti da Rosa come risultato esistenziale di un’accelerazione eccessiva del mutamento sociale si approfondiscano, parallelamente alla valorizzazione ulteriore della flessibilità e della capacità di “navigare a vista”. Le pressioni temporali sui soggetti, perciò, non diminuirebbero senza ambiguità, ma uscirebbero dalla porta per rientrare, potenziate, dalla finestra. Infine, è probabile che lo schema percettivo tipico della televisione e più in generale delle esperienze de-sensibilizzate e de-contestualizzate si espanda ancora di più in seguito a un’ondata di mediatizzazione dei più svariati aspetti della vita culturale, lavorativa e sociale senza precedenti: esito forzato dalle misure di distanziamento, questo fenomeno darebbe un forte impulso al processo di perdita dell’esperienza.


[1] “No spare time in lockdown? That’s not such a bad thing” (17/04/2020).

[2] I suoi lavori principali su questa famiglia di temi sono Accelerazione e alienazione (Einaudi, 2015) e Beschleunigung. Die Veränderung der Zeitstrukturen in der Moderne (2005, Suhrkamp; tradotto in inglese come Social Acceleration. A New Theory of Modernity, Columbia University Press, 2013).

[3] Espressione tratta dal titolo del libro di Thomas H. Ericksen, Tyranny of the Moment: Fast and Slow Time in the Information Age (Pluto Press, 2001; tradotto in italiano come Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era informatica, Elèuthera, 2003).

[4] Life in Fragments: Essays in Postmodern Morality (Wiley-Blackwell, 1995).

[5] In Freizeitökonomie: Marketing von Erlebniswelten (Opladen, 1995).

[6] Un desiderio destinato tuttavia dalla sua stessa dialettica interna a un’irrealizzabilità sempre più acuta, in quanto gli stessi strumenti che accelerando le pratiche consentono di ampliare la gamma delle opzioni sperimentate dall’individuo fanno anche aumentare, e a un tasso molto più elevato, la totalità delle opzioni disponibili e desiderabili, causando così una continua diminuzione, anziché l’auspicato aumento, della proporzione tra le prime e le seconde.

[7] Accelerazione e alienazione, posizione Kindle 427 (capitolo II). In Social Acceleration (capitolo 4) Rosa parla letteralmente di «chine scivolanti» (slipping slopes), per indicare attraverso il plurale la multidimensionalità e non sincronia dei mutamenti nei vari ambiti, e attraverso il participio presente la natura dinamica delle basi stesse dell’agire e dell’esperire.

[8] Die Knappheit der Zeit und die Vordringlichkeit des Befristeten (Kulturverlag Kadmos, 2013; apparso originariamente nel 1971).

[9] Citato in Social Acceleration, p. 317; tratto dalla commedia Zur schönen Aussicht, composta nel 1926.

[10] In Le metropoli e la vita dello spirito (Armando Editore, 1995; apparso originariamente in tedesco nel 1903).

[11] Accelerazione e alienazione, posizione Kindle 1373 (capitolo XIV).

[12] Ad esempio nel pezzo già citato di Burkeman, o in articoli come “Come cambia la percezione del tempo in quarantena” (Mariangela Cutrone, Il Giornale, 04/04/2020), “La pandemia e la rinascita: quarantena, il tempo della riflessione” (Attilio S. Russotto, Osservatorio Globalizzazione, 11/04/2020).

[13] “Adjust your clocks: lockdown is bending time completely out of shape” (24/04/2020).

[14] Come in “Tempo sospeso o tempo multiplo?” (Elia Zaru, Dinamopress, 03/05/2020).

[15] Myriam Revault d’Allonnes nella puntata “Vivre avec le virus : ralentir ou accélérer ?” del podcast Le temps du débat (France culture, 20/05/2020).

[16] In ordine cronologico, “Auf einmal sind wir nicht mehr die Gejagten” (Philosophie Magazin, 18/03/2020), “We can quit the rat race” (Uni Jena, 03/04/2020), “Hartmut Rosa: «Nous ne vivons pas l’utopie de la décélération»” (Libération, 22/04/2020), “Die Corona-Krise könnte unsere Prioritäten ändern” (Frankfurter Rundschau, 23/04/2020), “Wir können die Welt verändern” (Zeit, 28/04/2020), “Was in unserer Gesellschaft wirklich systemrelevant ist” (Deutschlandfunk, 20/05/2020). Si fa riferimento solo a quanto sostenuto da Rosa in relazione agli aspetti qui esposti della teoria dell’accelerazione sociale, tralasciando le interpretazioni della crisi che egli formula sulla base di altre elaborazioni teoriche successive, in particolare quella che ruota intorno al concetto di risonanza (Resonanz: Eine Soziologie der Weltbeziehung, Suhrkamp, 2016) e quella che ruota intorno al concetto di (in)disponibilità (Unverfügbarkeit, Residenz, 2018).

[17] Accelerazione e alienazione, posizione Kindle 489 (capitolo III).

[18] Questo concetto di contrazione del presente (Gegenwartsschrumpfung) è tratto dal lavoro del filosofo Hermann Lübbe.

Scritto da
Chiara Visentin

Laureata in filosofia e sociologia all’Università di Pisa e diplomata in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, studia per un dottorato di sociologia a Cornell University. Ha lavorato come ingegnere ad Alexa e come assistente di ricerca al médialab di Sciences Po. I suoi principali interessi sono la teoria sociale, le disuguaglianze e le nuove tecnologie.

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