“L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi” di Salvatore Romeo
- 04 Luglio 2019

“L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi” di Salvatore Romeo

Recensione a: Salvatore Romeo, L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi. Una fabbrica e una città nella lunga parabola della siderurgia italiana, Roma, Donzelli Editore, pp. VI-298, 27 euro (scheda libro)

Scritto da Enrico Cerrini

7 minuti di lettura

I media raccontano Taranto come una città schiacciata dalla propria storia industriale, sopraffatta dal centro siderurgico più grande d’Europa, capace di mutarne le sorti a proprio piacimento. Con il volume L’acciaio in fumo, lo storico Salvatore Romeo si pone l’obiettivo di decostruire questa narrazione facendo chiarezza sull’interazione tra città e stabilimento. Tale ricostruzione non può che avvenire tramite l’utilizzo di fonti scritte che comprendono atti, lettere, accordi, verbali, relazioni, etc., ricercate negli archivi di prefettura, consiglio comunale, ministeri, etc. Le fonti sono supportate dai dati essenziali per comprendere l’andamento dell’economia italiana e tarantina, in particolare quelli riferiti all’occupazione e alla produzione dell’acciaio.

Lo sforzo dell’autore genera un libro di storia atipico, che non si focalizza su un aspetto particolare della memoria tarantina, ma sceglie di affiancare la storia economica a quella ambientale, sociale e politica.

I sette capitoli in cui si divide il libro possono essere raggruppati in due filoni formati da tre capitoli e raccordati dal quarto: entusiasmo e contestazione. Il primo capitolo descrive la volontà di percorrere, nel primo dopoguerra, uno sviluppo diverso da quello della cantieristica navale. Il secondo analizza la necessità di garantire l’approvvigionamento di acciaio per il sistema economico italiano durante il boom economico e il terzo l’impatto iniziale della fabbrica sul territorio. Il quarto narra la decisione di raddoppiare lo stabilimento, mentre il quinto descrive il crollo del consumo dell’acciaio e la fallita ristrutturazione del settore da parte dell’azionista pubblico, principale causa della privatizzazione analizzata nel sesto capitolo. Il settimo conclude il volume con la crisi ambientale che ha determinato la fine della gestione della famiglia Riva.

 

L’Ilva e l’entusiasmo

Taranto nasce tra due mari, il mar Grande si affaccia sullo Ionio mentre il mar Piccolo è chiuso tra l’Isola, centro storico cittadino, e la costa. La costa in direzione sud-est del mar Piccolo si è affermata come base militare, qui si insediarono prima l’arsenale militare e poi i cantieri navali, successivamente acquistati dal gruppo Falck. Durante il primo dopoguerra, i cantieri navali si avvitarono in una crisi scaturita da una serie di concause. La scarsità di domanda aveva spinto la società ad accettare ordini a prezzi bassi, difficilmente profittevoli anche a causa di inefficienze produttive e mancanza di liquidità. Dopo lunghe trattative, il governo determinò il passaggio dei cantieri all’industria pubblica, ma la dirigenza di IRI impose un forte ridimensionamento della pianta organica.

Anche i livelli occupazionali dell’arsenale militare calarono da 13.000 addetti nel 1945 a 6.000 nel 1960. Tra il 1955 e il 1960 la disoccupazione industriale cittadina aumentò di circa 1.000 unità. In questo contesto acquisiva importanza il documento presentato nel 1954 dal Ministro del Bilancio Ezio Vanoni e redatto con il contributo dell’economista Pasquale Saraceno. Tra gli obiettivi del cosiddetto Schema Vanoni, vi era lo sviluppo e l’industrializzazione del Mezzogiorno. Il documento stimava un forte aumento del consumo di acciaio, che avrebbe costretto le imprese italiane a rivolgersi alle importazioni, facilitate dall’entrata in vigore nel 1953 del trattato Ceca, che abbatteva le barriere al commercio di acciaio nei paesi europei.

Finsider, ramo siderurgico di IRI, riteneva di ovviare all’aumento della domanda con l’efficientamento degli impianti esistenti, ma i consumi crebbero tanto che l’Italia rischiava di raggiungere nel 1960 i livelli di disavanzo commerciale stimati per il 1964. Taranto fu così scelta per ospitare il IV centro siderurgico a ciclo integrale.

Ilva

Al fine di minimizzare i costi, Finsider favorì la creazione del Consorzio Asi[1], il quale avrebbe permesso la creazione di una Zona Industriale di Taranto capace di attirare ulteriori finanziamenti pubblici finalizzati all’infrastrutturazione dell’area. Al Consorzio Asi aderirono i comuni limitrofi, la Camera di commercio, l’ente provinciale del turismo e l’Associazione operatori economici per lo sviluppo dell’Area Industriale di Taranto (Asait), ente senza scopo di lucro presieduto da alcuni dei maggiori imprenditori del capoluogo ionico.

La società Tekne definì il piano regolatore necessario ad avviare le attività del consorzio. Il progetto individuava come principale criticità la concentrazione della produzione nella sola città di Taranto e proponeva di realizzare tre aree industriali attrezzate per grandi e medie imprese. Tale progetto si allineava ai piani di Saraceno che considerava l’investimento pubblico come stimolo all’economia del territorio. A causa dello scarso supporto delle autorità politiche, il progetto Tekne si rivelò poco incisivo e fu stralciato in favore della concentrazione produttiva. Il Consorzio Asi, da potenziale attore autonomo, si trasformò in un mero strumento di Finsider.

Nel 1960 fu posta la prima pietra dello stabilimento che nel 1964 effettuò la prima colata. Gli importanti segnali di ripresa dell’occupazione e dei redditi, combinati con l’aumento dell’immigrazione nel capoluogo[2], non si tradussero con uno stimolo per l’economia locale, la quale continuò a concentrarsi nel settore edilizio, salvo alcune eccezioni. La domanda di acciaio continuava a crescere così tanto che governo e Finsider decisero di aumentare la capacità produttiva investendo nuovamente a Taranto, perché principale stabilimento del gruppo. La fabbrica ionica fu raddoppiata finendo per impiegare circa 20.000 addetti diretti e 10.000 dell’indotto.

Gli anni del raddoppio segnarono anche la nascita delle prime forme di contestazione: urbanistica, rappresentata dal contrasto tra la dirigenza Italsider e la classe politica locale; ambientale, scaturita dalla consapevolezza del fenomeno dell’inquinamento atmosferico, grazie anche agli sforzi della sezione locale di Italia Nostra; sindacale, associata alle vertenze occupazionali e alla lotta per la sicurezza sui luoghi di lavoro.

 

L’Ilva e la contestazione

Gli anni successivi furono segnati dallo shock petrolifero e dalla contrazione della domanda. Solo l’andamento delle economie emergenti e di quelle pianificate permise al consumo mondiale d’acciaio di tornare presto ai livelli del 1973. La crisi dette inizio a un lungo periodo di ristrutturazione della siderurgia pubblica in cui la Comunità Europea giocò un ruolo determinante perché complicò l’utilizzo dei finanziamenti pubblici, mentre stabilì quote produttive e prezzi minimi. In risposta, l’Italia avviò una serie di politiche di risanamento spesso contradditorie a causa di visioni miopi e dei paletti comunitari.

Ad esempio, la Comunità Europea accettò l’operazione di risanamento di Finisder, la quale fu liquidata per creare una nuova società, Ilva, solo se nel 1989 fosse stato chiuso lo stabilimento di Bagnoli, appena rimodernato. Nel 1993 Ilva fu infine suddivisa in due società: Ilp (Ilva Laminati Piani) comprendente lo stabilimento di Taranto e parte di Genova Cornigliano e Ast (Acciai Speciali Terni). Ad inizio 1995 si completò la vendita di Ilp al gruppo milanese Riva, preferito al bresciano Lucchini in cordata con la francese Usinor Sacilor, principale azienda europea del settore.

La famiglia Riva acquistò uno stabilimento ubicato in una città in cui le relazioni sociali e operaie erano radicalmente cambiate e la prospettiva di benessere appariva arenata. Difatti, la fabbrica si ridimensionava tramite i prepensionamenti, il lavoro diventava alienante, le aspettative degli operai e della popolazione declinavano costantemente.

L’autore ritiene che la nuova proprietà non fece altro che accelerare il trend verso una gestione padronale, i cui segnali si erano ravvisati durante l’ultima fase della gestione pubblica. Ad esempio, gli accordi sindacali prevedevano che Ilp assumesse nuovi operai attingendo dai circa 3.000 lavoratori dell’indotto le cui società avevano cessato le attività. Malgrado l’accordo, i sindacati registrarono atteggiamenti discriminatori nei confronti di lavoratori che il nuovo management rifiutava di assumere perché indesiderati, mentre altri venivano confinati nella famigerata palazzina Laf, dove passavano il proprio tempo senza far nulla. Contemporaneamente, i ritmi si intensificavano mediante il continuo ricorso agli straordinari e riemergeva il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ilva

L’autore ripercorre infine la storia ambientale, la cui consapevolezza si è concretizzata anche grazie agli studi epidemiologici effettuati durante gli anni Novanta, i quali associavano l’elevato numero di morti per carcinoma nel quartiere di Tamburi allo sprigionamento di benzo[a]pirene dalla cokeria. Dopo il fallimento di numerosi atti d’intesa che vincolavano l’impresa a contenere le emissioni, nel 2005 iniziò il cammino verso il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia)[3]. Nel 2005 il governo attuò infatti tale strumento, emanando le linee guida per le migliori tecniche disponibili e prospettando la costituzione di un gruppo istruttore presso il Ministero dell’Ambiente.

Il Ministero dell’Ambiente approvò l’Aia relativa all’Ilva di Taranto nel 2011. Il testo rappresentava un compromesso tra le posizioni del governo Berlusconi, in quel momento in sintonia con la famiglia Riva, e quelle del centrosinistra al governo della Regione Puglia e della città, più vicino al movimento ambientalista. Ne scaturì un documento che l’autore definisce obsoleto, tardivo e incapace di soddisfare le esigenze cittadine, tanto da provocare nette rotture all’interno del movimento ambientalista. Le successive perizie ordinate dal gip dimostrarono la scarsa incisività dell’Aia confermando gli alti livelli di benzo[a]pirene e di diossina sprigionati dallo stabilimento e i conseguenti alti livelli di mortalità. A seguito di tali perizie il gip firmò l’ordinanza del 26 luglio 2012, che stabiliva il sequestro, senza facoltà d’uso, dell’area a caldo dello stabilimento

La storia successiva al sequestro degli impianti e alla caduta dei Riva è troppo recente per essere analizzata dettagliatamente ma è certamente contrassegnata dalle lacerazioni sociali tra chi chiede lavoro e chi salute. Lacerazioni che hanno determinato ferite che non sembrano poter esser rimarginate. In questo quadro, il lavoro di Romeo acquista rilevanza perché rappresenta un tentativo di ricomporre queste lacerazioni tramite un’analisi rigorosa della storia tarantina.

La stessa frattura che l’autore prova a ricomporre è stata per lungo tempo amplificata dai media e dalla politica, spesso in cerca di una legittimazione diretta con i cittadini da ottenere facendosi portabandiera dell’una o dell’altra causa. Un gioco pericoloso che rischia di alimentare quei populismi che Taranto conosce sin dal 1993, anno in cui si insediò il Sindaco Giancarlo Cito, noto telepredicatore ed ex picchiatore fascista. Cito si impose come l’uomo forte al comando della città proprio quando la medesima filosofia gestionale si affermava nella fabbrica. Di conseguenza, la deriva padronale della gestione aziendale non è tanto da ricercarsi nella, seppur traumatica, privatizzazione quanto nel clima segnato dal graduale disimpegno della politica sull’economia. Malgrado l’impresa pubblica abbia sempre agito in modo autonomo dal governo e abbia spesso stravolto le imposizioni subite dalla politica, la graduale dismissione ha lasciato un vuoto assordante. Di questo vuoto si sono alimentati i populismi di qualsiasi sorta.


[1] Consorzio ai sensi dell’art. 21 legge n. 634/1957.

[2] L’immigrazione incrementò del 34% solo nel 1964.

[3] L’Aia è un’autorizzazione introdotta nel 1999 con il recepimento da parte del Parlamento italiano della direttiva comunitaria n. 61/1996 (direttiva Ippc). In ottemperanza di tale direttiva, le aziende devono presentare un Piano di interventi per l’adeguamento alle linee guida Bat (Best available techniques), da approvarsi da parte del governo o degli enti locali a seconda della rilevanza dello stabilimento.

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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