“L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi” di Salvatore Romeo

Ilva Salvatore Romeo

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L’Ilva e la contestazione

Gli anni successivi furono segnati dallo shock petrolifero e dalla contrazione della domanda. Solo l’andamento delle economie emergenti e di quelle pianificate permise al consumo mondiale d’acciaio di tornare presto ai livelli del 1973. La crisi dette inizio a un lungo periodo di ristrutturazione della siderurgia pubblica in cui la Comunità Europea giocò un ruolo determinante perché complicò l’utilizzo dei finanziamenti pubblici, mentre stabilì quote produttive e prezzi minimi. In risposta, l’Italia avviò una serie di politiche di risanamento spesso contradditorie a causa di visioni miopi e dei paletti comunitari.

Ad esempio, la Comunità Europea accettò l’operazione di risanamento di Finisder, la quale fu liquidata per creare una nuova società, Ilva, solo se nel 1989 fosse stato chiuso lo stabilimento di Bagnoli, appena rimodernato. Nel 1993 Ilva fu infine suddivisa in due società: Ilp (Ilva Laminati Piani) comprendente lo stabilimento di Taranto e parte di Genova Cornigliano e Ast (Acciai Speciali Terni). Ad inizio 1995 si completò la vendita di Ilp al gruppo milanese Riva, preferito al bresciano Lucchini in cordata con la francese Usinor Sacilor, principale azienda europea del settore.

La famiglia Riva acquistò uno stabilimento ubicato in una città in cui le relazioni sociali e operaie erano radicalmente cambiate e la prospettiva di benessere appariva arenata. Difatti, la fabbrica si ridimensionava tramite i prepensionamenti, il lavoro diventava alienante, le aspettative degli operai e della popolazione declinavano costantemente.

L’autore ritiene che la nuova proprietà non fece altro che accelerare il trend verso una gestione padronale, i cui segnali si erano ravvisati durante l’ultima fase della gestione pubblica. Ad esempio, gli accordi sindacali prevedevano che Ilp assumesse nuovi operai attingendo dai circa 3.000 lavoratori dell’indotto le cui società avevano cessato le attività. Malgrado l’accordo, i sindacati registrarono atteggiamenti discriminatori nei confronti di lavoratori che il nuovo management rifiutava di assumere perché indesiderati, mentre altri venivano confinati nella famigerata palazzina Laf, dove passavano il proprio tempo senza far nulla. Contemporaneamente, i ritmi si intensificavano mediante il continuo ricorso agli straordinari e riemergeva il problema della sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ilva

L’autore ripercorre infine la storia ambientale, la cui consapevolezza si è concretizzata anche grazie agli studi epidemiologici effettuati durante gli anni Novanta, i quali associavano l’elevato numero di morti per carcinoma nel quartiere di Tamburi allo sprigionamento di benzo[a]pirene dalla cokeria. Dopo il fallimento di numerosi atti d’intesa che vincolavano l’impresa a contenere le emissioni, nel 2005 iniziò il cammino verso il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia)[3]. Nel 2005 il governo attuò infatti tale strumento, emanando le linee guida per le migliori tecniche disponibili e prospettando la costituzione di un gruppo istruttore presso il Ministero dell’Ambiente.

Il Ministero dell’Ambiente approvò l’Aia relativa all’Ilva di Taranto nel 2011. Il testo rappresentava un compromesso tra le posizioni del governo Berlusconi, in quel momento in sintonia con la famiglia Riva, e quelle del centrosinistra al governo della Regione Puglia e della città, più vicino al movimento ambientalista. Ne scaturì un documento che l’autore definisce obsoleto, tardivo e incapace di soddisfare le esigenze cittadine, tanto da provocare nette rotture all’interno del movimento ambientalista. Le successive perizie ordinate dal gip dimostrarono la scarsa incisività dell’Aia confermando gli alti livelli di benzo[a]pirene e di diossina sprigionati dallo stabilimento e i conseguenti alti livelli di mortalità. A seguito di tali perizie il gip firmò l’ordinanza del 26 luglio 2012, che stabiliva il sequestro, senza facoltà d’uso, dell’area a caldo dello stabilimento

La storia successiva al sequestro degli impianti e alla caduta dei Riva è troppo recente per essere analizzata dettagliatamente ma è certamente contrassegnata dalle lacerazioni sociali tra chi chiede lavoro e chi salute. Lacerazioni che hanno determinato ferite che non sembrano poter esser rimarginate. In questo quadro, il lavoro di Romeo acquista rilevanza perché rappresenta un tentativo di ricomporre queste lacerazioni tramite un’analisi rigorosa della storia tarantina.

La stessa frattura che l’autore prova a ricomporre è stata per lungo tempo amplificata dai media e dalla politica, spesso in cerca di una legittimazione diretta con i cittadini da ottenere facendosi portabandiera dell’una o dell’altra causa. Un gioco pericoloso che rischia di alimentare quei populismi che Taranto conosce sin dal 1993, anno in cui si insediò il Sindaco Giancarlo Cito, noto telepredicatore ed ex picchiatore fascista. Cito si impose come l’uomo forte al comando della città proprio quando la medesima filosofia gestionale si affermava nella fabbrica. Di conseguenza, la deriva padronale della gestione aziendale non è tanto da ricercarsi nella, seppur traumatica, privatizzazione quanto nel clima segnato dal graduale disimpegno della politica sull’economia. Malgrado l’impresa pubblica abbia sempre agito in modo autonomo dal governo e abbia spesso stravolto le imposizioni subite dalla politica, la graduale dismissione ha lasciato un vuoto assordante. Di questo vuoto si sono alimentati i populismi di qualsiasi sorta.

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[3] L’Aia è un’autorizzazione introdotta nel 1999 con il recepimento da parte del Parlamento italiano della direttiva comunitaria n. 61/1996 (direttiva Ippc). In ottemperanza di tale direttiva, le aziende devono presentare un Piano di interventi per l’adeguamento alle linee guida Bat (Best available techniques), da approvarsi da parte del governo o degli enti locali a seconda della rilevanza dello stabilimento.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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