Acciaio verde: costanti, varianti, finzioni. Intervista a Enrico Gibellieri
- 05 Gennaio 2021

Acciaio verde: costanti, varianti, finzioni. Intervista a Enrico Gibellieri

Scritto da Alfonso Musci

17 minuti di lettura

Nel dibattito pubblico italiano la discussione sull’acciaio è spesso legata alla questione dell’ex ILVA di Taranto o ad altre specifiche vicende di crisi. In realtà parlare di acciaio significa affrontare il tema di un’industria strategica per l’Italia e per l’Unione Europea, di grandi opportunità legate alla transizione ecologiche e di numerose problematiche aperte quali: la sovracapacità esistente in altre parti del modo (Cina in particolare), il calo delle esportazioni, la concorrenza sleale, il dumping ambientale e sociale dei concorrenti e la sparizione di grandi gruppi proprietari continentali. Ne abbiamo parlato con Enrico Gibellieri, ultimo presidente del Comitato Consultivo della CECA, discutendo anche di come l’approccio alla siderurgia italiana e alla situazione tarantina sia spesso viziato da ipocrisia e assenza di visione, che portano a catastrofismo, promesse e parole magiche.

Enrico Gibellieri ha lavorato 40 anni (1966–2007) come Senior Engineer nel settore ricerca e sviluppo al Centro Sviluppo Materiali (CSM) presso vari stabilimenti siderurgici (Taranto, Bagnoli, Piombino, Sesto San Giovanni, Genova Cornigliano) e infine nell’unità del CSM presso Acciai Speciali Terni. Ha occupato numerosi incarichi all’interno degli organismi della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) che si occupavano di ricerca tecnologica e sociale. Il 10 ottobre 2001 è stato eletto presidente del Comitato Consultivo della CECA. La fine del suo mandato ha coinciso con la scadenza del trattato CECA, il 23 luglio 2002, data a partire dalla quale le competenze della CECA sono passate al Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE). Attualmente fa parte della Commissione Consultiva sulle Trasformazioni Industriali (CCMI) costituita all’interno del Comitato economico e sociale. Ha avuto il ruolo di esperto per la siderurgia, su base volontaria non retribuita, prima dei sindacati italiani dei metalmeccanici poi del sindacato europeo (European Metalworkers’ Federation poi divenuto industriAll Europe). A partire dal 2004 fa parte della Piattaforma Tecnologica Europea per l’Acciaio (ESTEP), del cui “Steering Committee” è stato vicepresidente dal 2005 al 2018. Fa parte ed è stato presidente per due anni del Comitato Europeo di Dialogo Sociale per la Siderurgia.


Apriamo l’intervista con Enrico Gibellieri, che risponde al telefono fisso dalla sua Vasanello (Viterbo) tra una call e l’altra con Bruxelles, con una breve panoramica della situazione globale della siderurgia alla luce della crisi e della pandemia. Come si presenta il settore in questo momento di crisi?

Enrico Gibellieri: Osservando i dati contenuti nella proposta di un nuovo European Steel Action Plan, elaborata dal sindacato europeo dell’industria industriAll Europe si rileva che, a causa della prima fase della pandemia da Covid-19, la produzione dell’Unione Europea è caduta di oltre il 40%, gli ordini sono calati del 60, 65% e la metà della forza lavoro è stata posta in cassa integrazione. Sullo sfondo c’è poi il rischio che gli impianti fermati o messi in attesa non ripartano. Non accade lo stesso altrove. La Cina, ad esempio, ha registrato un aumento significativo della produzione confermando la sua posizione di produttore della metà dell’acciaio che c’è al mondo. Se poi volgiamo lo sguardo oltre oceano notiamo che negli Stati Uniti, dove pure l’industria dell’acciaio non è più centrale come un tempo, non c’è stato il calo registrato in Europa, soprattutto a causa della politica protezionistica e ai dazi sulle importazioni introdotti dalla presidenza Trump. Bisogna inoltre considerare le diverse caratteristiche del sistema sanitario americano, che non ha tenuto conto delle condizioni di salute dei lavoratori come è accaduto in Europa.

 

L’industria mondiale dell’acciaio è piena di interdipendenze e riflette la geografia e la geopolitica, ma parliamo della siderurgia europea.

Enrico Gibellieri: Già prima della pandemia il nostro continente soffriva di concorrenza sleale, anzitutto quella di Russia, Ucraina, Cina, Turchia, paesi che sono diventati grandi esportatori in Europa a seguito dei dazi imposti dagli Stati Uniti. Gabelle che ci hanno penalizzato doppiamente, colpendo le nostre esportazioni e riorientando verso l’Europa esportazioni che sarebbero andate verso gli USA. L’Europa ha messo in campo norme di salvaguardia per contenere l’aumento delle importazioni, ma esse si sono dimostrate insufficienti, nonostante vari aggiornamenti per renderle più adeguate alla situazione reale. L’Unione Europea ha da oltre un decennio una politica di contrasto al cambio climatico che si articola in varie azioni, tra le quali il sistema di acquisto dei diritti di emissione (Emissions Trading System); ha inoltre fissato da tempo obiettivi di decarbonizzazione della sua economia molto ambiziosi per il 2030 e il 2050, in linea con l’Accordo di Parigi (COP21-2015), non paragonabili – perché non esistenti – a quelli dei nostri competitori diretti e indiretti. La nuova Commissione Europea ha rafforzato questa politica con la messa in campo del Green Deal, che rivede gli obiettivi di decarbonizzazione elevando quello del 2030 dal 40% al 55%. La siderurgia europea, così come tutti i settori soggetti al rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti dalla legislazione dell’UE, deve sostenere costi significativi, che i produttori di altre aree del mondo non devono rispettare. I governi dei loro paesi non hanno applicato le decisioni della COP21-2015 e, addirittura, alcuni di essi (tra cui gli USA) sono tornati indietro disdicendo i loro impegni. Una cosa è certa però per noi: pandemia, crisi e decarbonizzazione ci indurranno a cambiare e innovare le tecnologie con ancora più convinzione e rapidità. Mi sia concesso di specificare però che continuare a parlare di siderurgia europea non è propriamente corretto, perché oggi la metà dell’industria dell’acciaio in Europa è di proprietà di produttori stranieri, non europei, soprattutto indiani.

 

La politica industriale europea è sostanziata dalla questione ambientale, dall’incombenza del climate change, dai nostri ambiziosi obiettivi. Dal loro conseguimento dipende in larga parte anche il futuro del manifatturiero, dell’industria alimentare, della chimica… ma cosa significa propriamente per l’acciaio? Viene da qui un possibile scenario di declino siderurgico del continente?

Enrico Gibellieri: La politica industriale europea nel settore dell’acciaio ha tra i suoi capisaldi sia il contrasto all’inquinamento tradizionale (ad esempio polveri ed emissioni pericolose e maleodoranti, inquinamento delle acque) che la lotta ai mutamenti climatici, che hanno effetti indiretti e generalizzati, in un mondo asimmetrico; vale a dire dove non tutti condividono gli stessi obiettivi e rispettano gli accordi sottoscritti. Nell’Unione Europea abbiamo una legislazione seria e cogente e da quindici anni almeno questo comporta dei nuovi costi fissi. Non mancano certo le contromisure per contrastare l’offensiva esterna; ad esempio il Border Adjustment Measure (BAM), in corso di definizione nell’ambito del Green Deal: una compensazione alla frontiera per chi esporta verso l’Europa, equivalente a quello che i produttori europei pagano per i diritti di emissioni previsti dall’Emissions Trading System. Questi crediti, che fino ad ora e in vari casi potevano essere sospesi o resi gratuiti per i settori a rischio di delocalizzazione come l’acciaio, a partire dal 2021 saranno progressivamente ridotti, con aumento dei costi a carico delle imprese. Vale a dire: 25 euro per ogni tonnellata di CO₂. E teniamo presente che ogni tonnellata di acciaio prodotta da ciclo integrale genera 2 tonnellate di CO₂. Anche per queste ragioni di contesto ormai gli europei che investono in siderurgia sono rimasti pochissimi. Assistiamo piuttosto al disinvestimento e all’ingresso nel nostro campo di investitori esterni, spesso i nostri peggiori concorrenti.

 

È in parte quel che accade nei siti italiani a ciclo integrale…

Enrico Gibellieri: Questi signori vedono nell’acquisto di imprese europee l’acquisizione di basi logistiche in Europa per le loro esportazioni. I grossi vincoli di legislazione ambientale rendono sempre più difficile la produzione di materiali come l’acciaio, un prodotto di base che alimenta le più importanti catene del valore (automobile, costruzioni, elettrodomestici, industria meccanica, packaging, energie rinnovabili ecc.). La sicurezza di approvvigionamento di questi importanti settori dell’economia europea non può dipendere da acciai prodotti a migliaia di chilometri. Bisogna pensare anche alle necessità di sviluppo di sempre nuovi acciai ad elevata prestazione, che presuppone “vicinanza” – non solo geografica – tra produttore e consumatore, nella collaborazione e co-progettazione. La risposta della siderurgia europea e già in atto, con una serie di iniziative di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie che porti alla progressiva e graduale sostituzione di quelle attuali, continuando a produrre risultati economici positivi e garantendo l’occupazione. È necessario mantenere in Europa l’intero ciclo produttivo sia per il controllo della qualità dei prodotti che per la capacità di controlli ambientali più severi che in ogni altra parte del mondo. Il trasferimento di alcune fasi della produzione fuori dall’Europa, oltre ai rischi precedentemente indicati, si risolverebbe in un peggioramento della situazione ambientale anche per il conseguente aumento delle emissioni di CO₂ in paesi che non hanno gli standard tecnologici e di efficienza europei.

 

L’altro risvolto globale è quello della sovracapacità di produzione che resta inutilizzata…

Enrico Gibellieri: Nel mondo è calcolata dai 500 agli 800 milioni di tonnellate, una sovracapacità prevalentemente localizzata in Cina. La produzione globale e totale di acciaio è oggi all’incirca di 1 miliardo e 700 milioni di tonnellate. Si pensi che in Europa produciamo solo 160 milioni di tonnellate e che a seguito dell’ultima crisi finanziaria (2007-2008) abbiamo registrato un calo di 40 milioni di tonnellate di produzione e ancor più di capacità produttiva. Verosimilmente è quello che potremo registrare anche a seguito di questa grave crisi sanitaria. Si aggiunga infine tutto quello che consegue dal fatto di avere la legislazione ambientale più severa al mondo e l’esposizione ai confini di una concorrenza sempre più forte e sleale.

 

Cosa vuol dire acciaio pulito?

Enrico Gibellieri: L’acciaio è già un materiale avanzatissimo e compete con tutti gli altri materiali esistenti anche in termini di sostenibilità, perché è da sempre indefinitamente riciclabile. Bisogna dire a gran voce che la lotta al cambio climatico senza acciaio non si può fare, sarebbe come andare in guerra senza munizioni, soprattutto l’acciaio, proprio quello che abbiamo sempre conosciuto, è il materiale che consentirà questa transizione verde.

 

Spieghiamolo bene…

Enrico Gibellieri: L’industria e i materiali del fotovoltaico, dell’idroelettrico con le sue turbine e condotte, e dell’eolico sono composti per il 70-80% d’acciaio. Questo eccellente materiale da già un grande contributo in termini di produzione di energie rinnovabili e risparmio energetico, risparmio che è già ora molto superiore rispetto all’impatto che ha la sua produzione. Ma di questo non ne parla mai quasi nessuno. Oltretutto in Italia, a differenza della situazione media europea, l’80% della produzione viene effettuata con la tecnologia da forno elettrico ad arco (FEA), che si basa sulla rifusione del rottame. Molti parlano e straparlano di Taranto, Piombino, Terni, soprattutto per le vicende che li riguardano, ma pochi sanno o ricordano che in Italia abbiamo tantissime imprese efficienti per qualità ambientale e di prodotto che usano il forno elettrico. Questo è un grande vantaggio italiano e lo sarà sempre in misura maggiore. Quando sarà possibile comperare e reperire energia elettrica da fonti rinnovabili in quantità sufficienti e a costi sostenibili per questa industria, verrà meno anche l’impatto ambientale relativo alla produzione dell’energia elettrica, che rappresenta gran parte di quella utilizzata nel forno elettrico. Allora potremo davvero parlare di una siderurgia neutrale dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica. Ed esistono aziende italiane (ad esempio Arvedi) che hanno già fissato le date del raggiungimento della loro neutralità in termini di emissioni di CO₂.

 

Non solo Taranto dunque, né solo problemi. Parliamo delle altre realtà?

Enrico Gibellieri: Quando parliamo di siderurgia dobbiamo sempre ricordarci che ci sono due possibilità produttive. Partire dalle materie prime, dai minerali di ferro, ossidi di ferro che assumono vari nomi a seconda della loro composizione chimica e del contenuto di ossigeno. Queste materie prime vengono dal Brasile, dall’Australia, dall’Africa o dal Canada; per l’Italia anzitutto dal Brasile. L’altra possibilità è la filiera della rifusione del rottame. Grosso modo nel mondo il 30% dell’acciaio prodotto viene dalla rifusione del rottame. In Europa siamo al 40%, in Italia all’80%. Noi italiani siamo il secondo produttore di acciaio dopo la Germania in termini quantitativi generali, ma i primi produttori da forno elettrico in termini assoluti. Abbiamo in questa filiera un numero elevato di siti e imprese di piccole e grandi dimensioni. Vere multinazionali, molto dinamiche ed efficienti, di cui nessuno parla perché si preferisce parlare delle tragedie. Mi riferisco ad Arvedi, Feralpi, Ferriere Nord, Acciaierie Venete, Riva, Ori-Martin, un elenco che potrebbe continuare. Questa è la realtà italiana più forte oggi. Va bene il paragone con la Germania in termini assoluti, ma ricordiamoci che i tedeschi producono molto di più di noi da ciclo integrale, con stabilimenti molto grandi, con materie prime che arrivano a Rotterdam e poi tramite il Reno raggiungono, navigando sulle chiatte, gli stabilimenti Thyssenkrupp di Duisburg; dove peraltro dovremmo andare a vedere per bene come si produce a ciclo integrale senza i drammi italiani. Infine poi, oltre all’altoforno e al forno elettrico, c’è una terza possibilità, per ora utilizzata in aree con grande disponibilità di gas naturale a basso costo (Messico, Medio Oriente, ultimamente USA con la grande disponibilità di shale gas). Mi riferisco alla tecnologia di “riduzione diretta”.

 

Il cosiddetto “preridotto”, che anche se ancora in fase di ulteriore sviluppo è uno dei pilastri della strategia europea. Da quel che siamo riusciti ad apprendere, con il Just Transition Fund la Commissione Clima e Green new Deal sostiene progetti pilota per far marciare un altoforno ad idrogeno nel Nord Europa, per verificare nella pratica se in siderurgia si può rompere davvero la dipendenza dal carbone. In Italia si parla di “preridotto” da diversi anni, soprattutto da quando le inchieste della magistratura hanno messo i sigilli sull’area a caldo di Taranto…

Enrico Gibellieri: Da moltissimi anni si sta cercando di eliminare e sostituire l’altoforno con tecnologie che, pur partendo dalla stessa materia prima, non abbiano bisogno deli impianti di preparazione della carica. I forni elettrici, sebbene la loro fetta di produzione su scala globale abbia raggiunto dimensioni notevoli, non sono nati come alternativa all’altoforno, ma per la necessità di rifondere il rottame sempre più disponibile nelle società industrializzate, seguendo i principi dell’economia circolare. Il processo di riduzione diretta permette la produzione di una spugna composta per l’85% da ferro ottenuta senza l’impiego di coke e agglomerato. L’altoforno tradizionale ha infatti bisogno di cokerie (n.d.r. stabilimenti per la produzione del gas combustibile dalla distillazione del carbon coke fuori dal contatto con l’aria) e impianti di agglomerazione (n.d.r. impianti di trasformazione delle polveri in pezzi di grosse dimensioni per la carica dell’altoforno).

 

Ci può spiegare nel dettaglio cosa accade nelle fasi iniziali di un ciclo integrale tradizionale? Ci sono alternative?

Enrico Gibellieri: I minerali di ferro giungono dalle miniere come polveri fini dopo essere stati sottoposti a processi di lavatura per eliminare la ganga, la parte non ferrosa. Questo accade per non dover poi trasportare materiale che non sia ferro. Ma i materiali fini non si possono caricare in altoforno, un tubo vuoto ad altissime temperature che non può ospitare materia polverizzata e instabile. Per questo motivo strutturale le polveri fini vanno riaggregate per agglomerazione, ma queste due fasi: distillazione del coke e agglomerazione delle polveri, richiedono una gestione molto attenta per controllare ed evitare i rischi di inquinamento ambientale. Per questo si cercano alternative stabili. Sino ad ora, però, processi industriali e macchine affidabili come l’altoforno, che ha raggiunto i limiti termodinamici di efficienza industriale, non ne esistono. L’unica ragione che obbliga alla ricerca di tecnologie alternative è l’importanza che le emissioni di CO₂ hanno raggiunto a causa del cambio climatico. Come le dicevo, l’unica alternativa già esistente ed operante in varie parti del mondo su scala industriale è il processo di riduzione diretta. Essa ha raggiunto un livello di produzione di circa 100 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno. Esistono varie tecnologie, che utilizzano elementi di riduzione diversi, ma quella che ultimamente riscuote maggior successo si basa sulla riduzione di minerali di ferro in letto fluido (n.d.r. trasformazione di particelle solide in stato fluido attraverso sospensione in un gas) con un gas composto dal 50% di CO e dal 50% di H₂ e ottenuto dal “reforming” del metano. Anche questa tecnologia non è nata come alternativa all’altoforno, ma da considerazioni puramente economiche, basate sulla disponibilità di metano a basso costo e di miniere di minerale di ferro nelle vicinanze. Con la necessità di abbassare le emissioni di CO₂ questa tecnologia ha avuto una spinta notevole, perché ne riduce il 50% per tonnellata di acciaio prodotta. Non è un caso se in Europa esiste un solo piccolo stabilimento ad Amburgo, mentre se ne contano molti in Medio Oriente, Messico, Venezuela, USA e Centro America. Paesi dove il costo del gas naturale è basso e dove è disponibile il minerale di ferro o lo shale gas. Un forno elettrico caricato con solo preridotto, ottenuto per riduzione diretta, può fabbricare acciai dalla pulizia metallurgica simile a quella dei prodotti da ciclo integrale. Pulizia metallurgica che si potrà modulare variando, nella carica del forno elettrico, la percentuale di preridotto e rottame. È importante sottolineare che la tecnologia di riduzione diretta è suscettibile di ulteriori sviluppi e, in prospettiva, si punterà a utilizzare solo idrogeno come elemento di riduzione degli ossidi di ferro, permettendo la completa decarbonizzazione della fase primaria del ciclo di produzione dell’acciaio.

 

Nei prossimi anni ricerca e industria in Europa dovranno stringersi sempre più attorno a obiettivi comuni. Per affrontare questa sfida che strumenti abbiamo?

Enrico Gibellieri: Occorrono ingenti investimenti in ricerca e innovazione, ed è la direzione intrapresa in Europa per migliorare le tecnologie di produzione. Una direzione che non prevede sconti per nessuno; ad esempio il nuovo programma quadro di ricerca e innovazione dell’Unione Europea Horizon Europe avrà una partnership pubblico privato. Mi riferisco alla Public Private Partnership e alla Join Tecnology Initiative titolata Clean SteelPartnership (CSP), nata dalla collaborazione tra Commissione Europea e industria siderurgica, che consentirà di investire in ricerca e innovazione con l’obiettivo della decarbonizzazione, sia i fondi del programma quadro UE per la ricerca e l’innovazione che quelli provenienti dall’industria secondo una ripartizione del 50%. La strategia di ricerca e innovazione si basa sull’applicazione di tecnologie appartenenti a tre aree d’intervento.

Circular Economy (CE): che prevede l’aumento della percentuale di riciclo dell’acciaio e l’uso dei sottoprodotti come materie prime secondarie per altri settori industriali.

– Smart Carbon Usage (SCU): che consente di ridurre le emissioni di CO₂ delle attuali tecnologie attraverso la cattura della CO₂ prodotta in altoforno e la successiva sua utilizzazione per produrre prodotti chimici (ad es. etanolo) o per essere immagazzinata in sotterraneo in zone geologiche di particolari caratteristiche. Oppure sostituendo parte del potere riducente del coke con iniezione di idrogeno, o di gas contenente idrogeno, in altoforno.

– Direct Carbon Avoidance (DCA): che consiste nella totale sostituzione del carbonio come riducente del minerale di ferro con idrogeno, oppure adottando processi produttivi basati sull’elettrolisi. I risultati di tali attività dovranno essere dimostrati in scala industriale ad alto livello di Technology Readiness Level (TRL: tr. it. livello di maturità tecnologica), quanto più vicini a quegli impianti industriali in piena scala che sono in grado di garantire affidabilità e continuità della produzione, nel rispetto delle normative di sicurezza e protezione ambientale.

 

L’acciaio ha una storia millenaria, ma considerando queste nuove e oggettive condizioni avrà un futuro analogo?

Enrico Gibellieri: L’acciaio è già una grande opportunità in termini ambientali, e non da ora, ma per caratteristiche sue proprie, anzitutto perché è totalmente riciclabile e lo è per sempre. Già adesso siamo al 85% di riciclo e da tantissimo tempo, esclusivamente per motivi economici e senza aiuti di Stato. Inoltre l’acciaio è molto performante ad esempio nel “co-design”, nell’economia circolare e nella simbiosi industriale, che si occupa della rigenerazione dei cicli di vita di alcuni prodotti e della conversione di sottoprodotti di un settore in materie prime secondarie per altri settori. E questo avviene già nell’industria automobilistica, dove la messa a punto di acciai alto resistenziali ha consentito la riduzione di oltre il 25% del peso delle autovetture, con enormi risparmi energetici e riduzione di emissioni. Come già detto poi l’acciaio è di vitale importanza per tutta l’energia pulita e rinnovabile. Ad esempio per trasportare e immagazzinare l’idrogeno nei siti di utilizzazione, che in futuro, grazie alla ricerca e all’applicazione nell’ambito delle tecniche di riduzione, potrebbe diventare concretamente l’elemento sostitutivo del carbonio. In questo scenario l’idrogeno (H₂) si potrà in linea teorica ottenere dall’elettrolisi dell’acqua (H₂O). Ma la questione preliminare è energetica. Come si potrà produrre idrogeno? Servirà tantissima energia e dovrà essere rinnovabile e a costi accessibili.

 

Anche se l’idrogeno è il gas più diffuso nell’universo è infatti pressoché assente nell’atmosfera. Per produrlo sino ad ora non si può fare a meno degli idrocarburi e dei combustibili fossili, dunque della produzione di CO₂. La stessa sorte tocca ai forni elettrici, alternativi all’altoforno, ma alimentati con energia da fonti non rinnovabili. L’industria che in Italia si vorrebbe “green” dipende in verità quasi esclusivamente dalle vecchie centrali termoelettriche. È il tipico gatto che si morde la coda.

Enrico Gibellieri: Faccio un esempio concreto: per decarbonizzare la sola siderurgia europea servirebbe un aumento di energia. Vale a dire una produzione di energia aggiuntiva, prodotta da fonti rinnovabili e a costo accessibile, almeno pari all’attuale consumo energetico dell’intera Germania. Se poi consideriamo anche la chimica e gli altri settori ad alto consumo energetico o altro andiamo su volumi quattro, cinque, sei volte superiori: questa è la dimensione della sfida in Europa. In Italia, soprattutto su Taranto, si usa molto la parola decarbonizzazione, ma fuori da retorica e propaganda questo vuol dire essenzialmente conseguire gli obiettivi fissati dalla Commissione Europea per il 2030 e per il 2050. Parlare invece di decarbonizzazione come di uno specifico problema tarantino è malafede o è un vero e proprio errore prospettico, perché la CO₂ non ha confini. In Puglia i problemi che hanno causato l’intervento della magistratura e il caos che ne è conseguito sono stati originati da aspetti di impatto ambientale tradizionale, che può e deve essere controllato con le tecnologie esistenti, come avviene in ogni altra parte dell’Unione Europea. Chiudere l’area a caldo o l’intera grande acciaieria sullo Jonio non servirà di certo a ridurre l’emissione di CO₂, anzi consentirà a paesi che non hanno una legislazione ambientale vincolante come la nostra di aumentare una produzione senza vincoli. La battaglia contro il cambio climatico vede oggi impegnata tutta la siderurgia europea. Nessuno in Europa ha finora chiuso o ridotto la sua produzione per questo motivo, proprio perché è necessario produrre gli investimenti per le nuove tecnologie e mantenere l’occupazione, iniziando già ora la formazione dei lavoratori in vista delle innovazioni che verranno. Ciò che è stato fatto allo stabilimento di Taranto è un crimine industriale perpetrato basandosi sull’ignoranza, l’incompetenza, la strumentalizzazione elettoralistica e sul continuo cambiamento di obiettivi, programmi e piani. Senza portarne a termine neanche uno. In nessuna altra parte del mondo sarebbe possibile una tale situazione.

 

Riepilogando: transizione giusta significa passare dal carbone alle fonti rinnovabili e affrontare seriamente la questione energetica. Non basta dire acciaio “green”, altoforno all’idrogeno o forno elettrico se poi a questo non corrisponde un piano per sostituire le centrali termoelettriche. Bisogna ricordare al proposito che la siderurgia su questo fronte non sta ferma. Un grande gruppo come Arcelor Mittal, che è il principale produttore di acciaio al mondo, ha presentato un Climate Action Report molto innovativo e in linea con la transizione verde europea. Un documento che suona anche come un’ammissione di responsabilità da parte dei big player, che ci dicono: “ok, siamo responsabili del mutamento climatico, perché producendo acciaio emettiamo nell’atmosfera un terzo dell’anidride carbonica su scala globale, troviamo soluzioni comuni”. Del resto produrre energia da fonti rinnovabili su scala industriale è già una sfida concreta e potenzialmente complementare a quella siderurgica. Ad esempio per grandi aziende a partecipazione pubblica come ENI, impegnata a Taranto, così come a Marghera a Gela e a Livorno nello sviluppo di nuove bioraffinerie del tipo “Waste to fuel”. A Taranto però in attesa di questa transizione si dovrebbe piuttosto completare il lavoro sui parchi minerali, sulle cokerie e sugli impianti di agglomerazione…

Enrico Gibellieri: Certo, in cima a tutto il processo c’è la questione energetica, cuore della questione ambientale e del climate change e possiamo dire che l’Italia su questo volente o nolente è in Europa. Restando però sul fronte prettamente siderurgico, quello più critico del Mezzogiorno, bisogna dire anche che a Taranto è tutto doppio: due acciaierie, due laminatoi a caldo ecc… lo stabilimento nato nei primi anni Sessanta a metà degli anni Settanta conobbe un vero e proprio raddoppio. Per prima cosa bisogna concludere il piano di risanamento ambientale, che ha già visto notevoli investimenti (ad esempio le coperture dei parchi minerali e dei nastri trasportatori), completando la messa in sicurezza degli abitati e dei quartieri, questioni vecchie e note già dai primi anni Ottanta. Urge però continuare questi sforzi continuando a produrre acciaio e scongiurando la chiusura. E per far questo al Governo conviene smetterla di subire il dettato di forze politiche che hanno promesso demagogicamente la chiusura, che sarebbe nei fatti un disastro… L’ultimo piano frutto dell’accordo tra governo e AMI (Arcelor Mittal Italia) può essere un punto di partenza se non finirà come gli altri.

 

Conosci la realtà di Taranto per esperienza diretta?

Enrico Gibellieri: A Taranto ho lavorato molto e ci sono tornato spesso. Con i lavori fatti sino ad ora si può dire che oggi l’industria tarantina è paragonabile a qualunque altra realtà a ciclo integrale d’Europa. E tocca allo Stato completare l’opera, che può e deve farsi imprenditore reclutando le migliori competenze in circolazione. Abbiamo nel mondo manager, tecnici e operai di valore, ma non bisogna andare troppo lontano, ci sono anche in Italia. A Taranto poi ve ne sono di eccellenti, professionisti che hanno gestito quel grande stabilimento in situazioni estreme che al solo pensarci, farebbero tremare i polsi anche ai manager più esperti e navigati. Non può essere l’Asl o il Tribunale a occuparsene, sarebbe una follia solo pensarlo. Taranto è stata usata per speculazioni politiche di basso livello da tutti, dalla politica, dal mondo dell’informazione e questo mi sconcerta. Un tempo la città dei due mari aveva una classe dirigente politica e sindacale veramente di qualità, ricordo personalità come quelle di Giuseppe Cannata e Vito Consoli, molto impegnati nella guida della città e in Parlamento, oppure Luigi Morea, grande esperto sindacale e di siderurgia. Nello stabilimento vi era poi una classe operaia tra le migliori che ho incontrato, con punte vere di eccellenza e qualità. Sono circostanze che si spiegano a mio avviso anche con le condizioni di lavoro difficili e terribili come quelle di Taranto. Oggi come allora ci vuole una forza intransigente che dica anzitutto di voler mantenere la produzione e di volerlo fare nel rispetto ambientale. Le nostre classi dirigenti avrebbero dovuto farlo vent’anni fa, andando a vedere e studiare dove in Europa questo processo di ambientalizzazione e innovazione era già iniziato, come nel Nord Reno Westfalia. E mi chiedo: è possibile che in Europa ci sia solo l’irrisolvibile problema siderurgico di Taranto? Eppure la produzione a ciclo integrale è presente più o meno ovunque. Cosa c’è di diverso da noi? L’approccio dello struzzo. Altrove invece i problemi non si negano, si affrontano con la collaborazione di tutti, per tornare alla normalità. E a Taranto ci vorrebbe questo, un ritorno alla normalità. Quando si giunge ai sequestri, ai sigilli e all’intervento della magistratura vuol dire che le parti sociali e le istituzioni hanno fallito e non hanno fatto il proprio dovere. Speriamo che qualcuno si ravveda, chiudere la produzione di acciaio a Taranto sarebbe un crimine industriale e sociale.

 

Chi è Enrico Gibellieri?

Enrico Gibellieri: Ho lavorato quarant’anni al “Centro Sperimentale Metallurgico” poi “Centro Sviluppo Materiali” nella ricerca applicata sugli impianti di produzione in piena scala. Nei primi venti anni mi sono occupato del controllo di processo delle cokerie e dal 1967 al 1986 sono stato per un tempo equivalente ad oltre dieci anni a Taranto e poi a Bagnoli, Genova Cornigliano e Piombino. Nel 1986 sono stato trasferito a Terni per occuparmi di Acciai Speciali, sino al 2007. Ho sempre partecipato all’attività sindacale, lavorando in prima persona alla creazione dei consigli di fabbrica tra il 1967 e il 1969 e sono stato rappresentate sindacale nella FLM, il sindacato unitario dei metalmeccanici senza mai lasciare il mio lavoro. Attraverso il sindacato ho intrapreso le mie attività di livello europeo, per la FIOM soprattutto. Ho sempre combinato competenza tecnica, sensibilità sociale e militanza. Sono arrivato così a far parte del massimo organismo europeo previsto dal trattato CECA: il Comitato Consultivo, divenendone il Presidente nel suo ultimo anno di esistenza, nel 2002, anno di scadenza – cinquant’anni dopo la sua firma – del trattato stesso, che ho avuto l’onere, e l’onore, di chiudere insieme al Presidente della Commissione Europea il 23 luglio 2002. Dopo lo scioglimento della CECA, assieme al Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo abbiamo creato una nuova commissione: la CCMI (Commissione Consultiva sulle Trasformazioni Industriali), di cui ancora faccio parte, che ha ripreso l’esperienza di politica industriale della CECA estendendola a tutti i settori industriali e non solo a quelli del carbone e dell’acciaio… quando avremo chiuso questa chiacchierata mi attende una riunione del gruppo ristretto del Comitato Acciaio e metalli di base del sindacato europeo dell’industria (industriAll Europe).

Scritto da
Alfonso Musci

Nato a Taranto nel 1981 vive a Firenze ed è uno storico della filosofia. Ha curato l’edizione critica di “Etica e politica” di Benedetto Croce (Bibliopolis 2015) e pubblicato “La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce” (Quodlibet 2018). Attualmente lavora sui testi di Elias Canetti e dal 2005 è redattore del «Giornale Critico della Filosofia Italiana». È stato il Portavoce del Presidente della Regione Toscana dal 2015 al 2020. Dal 2012 segue le vicende della siderurgia italiana a ciclo integrale legate ai siti di Taranto e Piombino.

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