L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi
- 19 Novembre 2017

L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi

Scritto da Paolo Missiroli

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Interno-esterno

Stato, mercato e capitalismo in oriente e in occidente: questo il titolo del capitolo del libro di cui parliamo. Si tratta di un tema molto antico e molto studiato. La differenza tra Cina ed Europa è un tema classico, infatti, del dibattito storiografico relativo al capitalismo (basti pensare al fondamentale La grande divergenza di Kenneth Pomeranz). La domanda che di solito ci si pone è la seguente: a fronte della straordinaria potenza della Cina nel 1600, cosa ha fatto si che si desse una distanza tale nel 1900, rispetto all’Occidente? Domanda perfettamente legittima naturalmente, ma che Arrighi in qualche modo riformula nel seguente modo: che tipo di sviluppo e di logica ha caratterizzato la storia economico-politica cinese negli ultimi 500 anni? Si tratta di questioni abbastanza diverse, sebbene collegate, nella misura in cui porre la questione in questi termini consente di mettere in campo un approccio teorico che consenta di individuare specificità cinesi che non vengono schiacciate immediatamente sulle dinamiche proprie del capitalismo occidentale.

La distinzione centrale che pone Arrighi, riprendendola da Smith, è tra interno ed esterno. La Cina ha sempre avuto una forte tendenza a sviluppare uno stabile mercato interno ed in generale ad avere una proiezione del potere politico tutta rivolta verso l’interno. Questo è sicuramente dovuto alla dimensione del paese nonché a tutta una serie di fattori culturali a cui lo stesso Arrighi accenna appena (ma che sarebbe importante indagare) che hanno fatto sì, ad esempio, che una scarsa difficoltà di tipo finanziario e la grande solidità del sistema-Cina oltre che delle relazioni geo-politiche dell’area asiatica, comportasse una quasi totale assenza di guerre nel corso dei 500 anni prima del 1900. Si tratta naturalmente di un elemento che distingue completamente la Cina dall’Occidente, dove la struttura geo-politica medesima si era sempre costituita sulla possibilità ed eventualità della guerra.

Da questo punto di vista la Cina non ha mai avuto una proiezione imperiale della sua struttura politica, almeno non nel senso di una volontà di conquista dello spazio. Già solo questo genera tutta una serie di difficoltà in quel meccanismo capitale-stato che abbiamo descritto come proprio dei cicli di accumulazione capitalistici. Il sistema dell’Asia orientale, che aveva nella Cina il suo perno «nella crescente introversione della lotta per il potere generava una combinazione di forze economico-politiche non motivate a perseguire un’espansione territoriale senza limiti».

Questo ha portato alla totale mancanza, nel sistema dell’Asia orientale, di ogni tipo di “keynesismo militare” come sostiene Arrighi, riferendosi a tutti quei meccanismi di rilancio che la necessità di implementare la struttura militare di una nazione comporta nei confronti dell’economia capitalistica. Si tratta di una processo circolare: in Europa la frammentazione politica ha portato ad uno stato di guerra perenne, che ha comportato la necessità di un importante utilizzo di risorse nel campo militare e la conseguente espansione coloniale-territoriale (poi alla base, come mostra Pomeranz, di buona parte della superiorità europea). In Cina invece, l’interesse per il mercato interno ha portato addirittura al rifiuto di espansioni territoriali e di annessioni, nonché una minore dipendenza dell’economia dal mondo della guerra. Questo porta anche ad un altro elemento da sottolineare, e cioè quello della divisione tra classe operaia e mezzi di produzione, marxianamente condizione fondamentale per ogni forma di accumulazione capitalistica. In Cina questa divisione è sostanzialmente assente, o meglio, è creata ad arte dallo Stato, consapevolmente, è cioè una conseguenza del capitalismo “alla cinese”, piuttosto che una sua condizione. Su questo Arrighi critica Marx ed Engels, sostenendo che la loro visione del capitalismo sia essenzialmente riduzionista, cioè veda come condizioni del capitalismo ciò che in realtà è stato solo in Occidente condizione del capitalismo: in Cina c’è un certo capitalismo (cioè una forma di accumulazione della ricchezza da parte di privati) ma non c’era nessuna divisione tra forza lavoro e mezzi di produzione. In realtà, le ricerche più recenti sull’ultimo Marx mettono chiaramente in evidenza come per il filosofo di Tubinga lo sviluppo del capitalismo potesse avere percorsi molto divergenti da quelli europei.

Come è chiaro dal libro, e non abbiamo lo spazio per riportarlo, quello cinese è da sempre un sistema di mercato, cioè di scambio di merci, anche molto più sviluppato di quello europeo. Ma per Arrighi, come per Braudel, sistema di mercato non significa capitalismo. Perché ci sia capitalismo sono necessarie condizioni e meccanismi che in parte abbiamo già visto: accumulazione della ricchezza da parte di un contenuto gruppo di capitalisti ed attiva collaborazione dello Stato nella spoliazione con la sua logica imperiale al servizio (e servita) dalla logica accumulativa. È il caso dell’Occidente capitalistico.

In Cina simili condizioni non ci sono, perché in Cina c’è Adam Smith: e cioè, esattamente come il cosiddetto fondatore dell’economia politica sosteneva, in Cina non si dà mai troppo spazio al capitalista singolo, se ne impedisce accuratamente l’eccessiva accumulazione di ricchezza.

L’inequivocabile ostilità dello Stato nei confronti del singolo diventato anormalmente ricco stava ad indicare che lì non poteva esserci capitalismo, fatta eccezione per alcuni gruppi ben definiti che erano sostenuti dallo stato, controllati dallo Stato, ed in, definitiva, alla mercé dello Stato.

Lo Stato in Cina non si identifica con il capitalismo, anche grazie al suo modello di sviluppo naturale, non accentrato sul commercio estero e quindi sull’impresa privata. C’è il mercato, e possono anche esserci singoli capitalisti, ma il loro bene non è il bene dello Stato: il bene dello Stato è l’interesse della nazione. Ed è interesse della nazione, politicamente ed economicamente (per i motivi esposti da Smith: perché troppo potere di un singolo -monopolio- economicamente blocca lo sviluppo economico e concede troppo potere politico a quel capitalista, il cui interesse privato minerà indissolubilmente l’interesse della nazione), che il singolo capitalista non sia troppo potente.

Lo dimostra Arrighi, esponendo la storia della famiglia Zheng, che assunse un grande potere ai tempi della dinastia Ming ma che venne sempre tenuta a bada nella sua volontà di dominio politico, differentemente dai banchieri europei della stessa epoca. Paradossale lettura di Smith, probabilmente più vicina alla lettera del testo di quella “liberista” che ha caratterizzato l’Occidente: Smith è il campione di un tipo di governo che non si fa attraverso il mercato, ma sul mercato, e che rende di fatto possibile in un modo unico e particolare il capitalismo. Insomma, «riassumendo, nell’Asia orientale è assente quella sinergia fra militarismo, industrialismo e capitalismo che è tipica del cammino di sviluppo europeo e che è stata il motore di un’espansione territoriale oltremare senza limiti da cui traeva a sua volta alimento».

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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