L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi
- 19 Novembre 2017

L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi

Scritto da Paolo Missiroli

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La Cina oggi

La tesi fondamentale di Arrighi è quella secondo cui il “capitalismo in stile cinese” o il “socialismo in stile cinese” (non importa molto al nostro autore quale classificazione si scelga, purché si parli nel merito della condizione cinese), ha mantenuto nella sostanza le caratteristiche di cui sopra, e cioè: forza del mercato interno, interesse nazionale al primo posto, sistema di mercato prima che capitalistico, utilizzo della concorrenza in funzione anti-capitalistica, istruzione di massa, gradualismo delle riforme, spinta statale alla divisione sociale del lavoro.

Vediamolo con qualche punto specifico: Arrighi smentisce innanzitutto l’opinione che la Cina attragga capitale straniero perché il suo costo del lavoro sarebbe basso. In effetti, dimostra Arrighi, i principali investitori in Cina sono proprio i cinesi, ed il principale motivo per cui i capitali sono attratti a tale forza sta piuttosto nella buona condizione ed istruzione della forza lavoro cinese, elementi possibili grazie ai forti investimenti nei campi di istruzione e sanità da parte del governo cinese. La forza lavoro cinese è in fondo una delle più formate, auto-organizzate sul posto di lavoro (il numero di dirigenti in proporzione al numero della forza lavoro in Cina è bassissimo) che ci siano. Naturalmente il basso costo della forza lavoro, peraltro sempre meno basso, fa la sua parte, ma non è il quid della Cina, ciò che la differenzia davvero. Questo elemento di differenziazione è piuttosto l’elevato grado di qualità, di capacità di autoregolazione e di disponibilità della forza lavoro.

Arrighi si oppone completamente all’interpretazione della crescita cinese come dovuta al suo “abbraccio mortale” con il neoliberismo. Secondo il nostro storico, Pechino non si è mai piegata al Washington Consesus, avendo riconosciuto che il mantenimento della stabilità sociale passa per il mantenimento e la creazione di nuovi posti di lavoro ed avendo, sopratutto, garantito il riutilizzo operoso delle risorse che l’intensificarsi della concorrenza espelleva dal processo lavorativo.

Arrighi si chiede se però non si possa dire che in qualche modo Pechino ha cominciato a sostenere il capitalismo, cioè ad aprire alla concorrenza, negli ultimi anni. Come si può negare questo? Come negare che ci sia stata una forte liberalizzazione del mercato?

Il nostro storico non lo nega affatto, al contrario. Arrighi, però, viene da una scuola di pensiero portata ad esaminare criticamente la narrazioni apologetiche del capitalismo. Per lui, come per Smith e per Braudel, mercato non significa capitalismo. Che ci sia concorrenza non significa che ci sia capitalismo. Il punto è proprio questo: a che pro la liberalizzazione e l’instaurazione di un regime di concorrenza del mercato in Cina? A fare quello che sosteneva Smith andasse fatto: limitare la forza ed il profitto individuale del capitalista. La concorrenza in Cina non è tra lavoro e capitale, è tra capitalista e capitalista, e serve esattamente a tenere bassi i profitti per gli imprenditori e a garantire ampi margini di governo al Partito Comunista. Vi è in Cina, secondo Arrighi, un uso pragmatico del mercato per un fine politico, cioè il maggior potere della nazione cinese.

Lo Stato deve riuscire a mettere in competizione fra loro i capitalisti, piuttosto che i lavoratori, così che i profitti si riducano al valore minimo tollerabile, deve incoraggiare la divisione del lavoro fra le unità produttive e le comunità piuttosto che all’interno delle stesse, e investire nell’istruzione per contrastare gli effetti negativi della divisione del lavoro sul livello intellettuale della popolazione. […] (Si tratta) di uno sviluppo di mercato nel senso smithiano piuttosto che di sviluppo capitalistico in senso marxiano.

Da questo punto di vista la libertà dal Washington Consensus ha la sua base fondamentale, oltre e più che nel forte controllo esercitato dal governo sull’economia, nello scopo del governo: l’interesse della nazione, e non la “libertà” dei cittadini e dell’impresa. Può esserci libera impresa, e può essere libera, solo in funzione dell’aumento di potenza della nazione.

Si capisce dunque in che senso Adam Smith a Pechino. La Cina, secondo Arrighi, ha seguito un modello di sviluppo in gran parte simile a quello “prescritto” da Smith come naturale, favorendo in primo luogo lo sviluppo del mercato interno e della forza lavoro piuttosto che investendo tutto sul commercio con l’estero ed ha rispettato il primato dell’interesse nazionale utilizzando la concorrenza come strumento di governo per il maggior bene della nazione, e non come fine in sé;

Paradossalmente, non vi è nessun capitolo che tratti con esattezza la questione della sostituzione dell’egemonia statunitense con una cinese. In realtà si tratta più di indizi, di suggestioni, di brevi passaggi. Arrighi è il primo a sostenere l’inequivocabile primato militare degli USA, pur sottolineandone l’inefficacia storica in questa fase (Iraq).

Ci sono però, appunto diversi indizi: 1. La Cina sta ricoprendo, nei primi anni 2000, il ruolo del “terzo che gode” nell’ambito del colpo di stato mondiale fallito operato dagli USA. La Cina, come è noto, era ed è il principale finanziatore del debito pubblico statunitense. 2. La Cina attraverso tutta una serie di rapporti già all’opera in quegli anni, stava ponendo le basi per un Beijing Consensus da opporre all’ormai consunto e logoro Washington Consesus. Il fulcro di tale nuovo sistema sembra essere da un lato la necessità di tarare lo sviluppo su necessità e condizioni locali (un approccio pragmatico allo sviluppo economico) e dall’altro a favorire la cooperazione tra Stati (sopratutto rafforzando il cosiddetto “Sud del mondo”. 3. Punto decisivo: il sistema-mondo creato dagli USA ha portato alla crisi ecologica, che gli Stati Uniti non sono evidentemente in grado di risolvere.

Può la Cina proporre un nuovo modello di sviluppo, non più fondato sull’american way of life? Arrighi prende sul serio la famosa frase “non siamo disposti a negoziare il nostro stile di vita” pronunciata dal presidente USA in occasione di un importante incontro sul clima. È come se Arrighi rispondesse: “bene, se voi non siete disposti a farlo, sarà necessario che diventi egemone qualcuno in grado di farlo, cioè di essere all’altezza delle sfide del sistema-mondo”. 4. Ultimo e forse più decisivo indizio della forza della Cina nei confronti degli Usa: il tema economico. La prima azienda degli USA ai tempi di Arrighi era Walmart, una catena di supermercati che di fatto non produceva nulla ed importava tutto dalla Cina. Per Arrighi questo è un esempio sintomatico del fatto che la produzione materiale e quindi la stabilità, “il coltello dalla parte del manico”, per così dire, sta in Cina, mentre la finanziarizzazione degli Stati Uniti, è il simbolo della loro crisi definitiva.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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