L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi
- 19 Novembre 2017

L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di Giovanni Arrighi

Scritto da Paolo Missiroli

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Questioni

Questo libro suscita una serie di problemi importantissimi da un punto di vista teorico, che non possono essere nemmeno accennati in questa sede. Su alcuni conviene però, in chiusura di questo commento, soffermarsi.

  1. Qual è l’attualità di questo testo? Negli ultimi dieci anni sono successe molte cose. Esse confermano o smentiscono quanto sostenuto da Arrighi?
    In gran parte, come è evidente, lo confermano. La crisi del 2008, la presidenza Obama stessa ed ancor più la vittoria di Trump, le primavere arabe e lo sprofondare nel caos del Medio Oriente, l’approfondirsi della crisi ecologica, l’emergere di potenze geopolitiche che hanno contribuito quanto meno a mettere in dubbio il comando degli USA. Si può certamente sostenere, con Dario Fabbri, che “la proiezione imperiale degli USA sia il destino del mondo”, ma questo non smentisce affatto la visione di Arrighi sull’egemonia in crisi. Denota più che altro la difficoltà di altre potenze di prenderne il posto.
    In effetti, questo pare piuttosto il problema oggi, e cioè il mancato emergere di una potenza egemonica alternativa agli USA. Sotto la guida di Xi Jinping la politica estera della Cina si è chiaramente fatta molto più proattiva ed aggressiva,  su un piano militare, di creazione di consenso (lo sviluppo della Asian Development Bank ricorda molto il piano Marshall), sul piano commerciale (le nuove vie della Seta) ed anche sul piano comunicativo (la conferenza di Davos, con il discorso di Xi Jinping a favore della globalizzazione – di un tipo particolare di globalizzazione – ha sembrato quasi sancire la volontà cinese di guidare una nuova fase di accumulazione). Anche sul piano della crisi ecologica, e questo è diventato chiarissimo con Trump, la Cina ha più possibilità di guidare una rivoluzione ecologica globale rispetto agli USA, il cui presidente nemmeno crede al climate change.
    Nonostante tutto questo, permangono molti problemi: la forza degli USA è ancora molto netta in diversi settori, non solo quello militare ma anche quello tecnologico, e Dario Fabbri non ha tutti i torti nel sottolineare la loro decisiva proiezione di potenza, in termini di strutture e di capacità, su tutto il globo (ma lo stesso Dario Fabbri sottolinea come sia in atto una tendenza storica di “disimpegno” da parte degli USA). E spesso e volentieri, forse per gli stessi motivi di cui parlava Arrighi, e cioè per una strutturale ed ontologica introversione della dinamica cinese di potenza, la Cina continua a sembrare quasi riluttante ad essere una grande potenza. Su questo punto dunque la battaglia è del tutto aperta, sia letteralmente (nel gioco tra Cina ed USA), sia teoricamente (nel capire quali processi siano in atto). Moltissimi elementi sono in campo, tra i quali, e molto interessante sarebbe approfondirli, la differenza di sensibilità diplomatico-strategiche tra Cina ed USA: spesso purtroppo i ragionamenti sulla geopolitica in termini di Realpolitik peccano di una certa ingenuità riguardo alla centralità struttura culturale e letteralmente mentale dei protagonisti della politica internazionale, appiattendo il tutto su un calcolo di opportunità che però non fa i conti con la diversa concezione dell’ opportunità e del mezzo che questi protagonisti possono avere.
  2. La forza della Cina si basa e si basava, secondo Arrighi, su una forte specializzazione e capacità produttiva della forza lavoro e sul suo peso determinante nella composizione del capitale investito in Cina, a scapito dei macchinari. Oggi, al tempo dell’evoluzione tecnologica basata sul software e sulla sua applicazione anche in Cina, che statuto ha questo vantaggio? Il software è un tipo di tecnologia assolutamente innovativo nella misura in cui è in grado di sostituire quasi del tutto la forza lavoro, causando potenzialmente quel fenomeno che si chiama disoccupazione tecnologica. Ci sono tutti i sintomi, anche in Cina, perché questi elementi acquisiscano una forza decisiva. Sappiamo anche che la delocalizzazione sta subendo e subirà ancora di più in futuro un forte disincentivo proprio a partire da queste innovazioni tecnologiche, nella misura in cui la quantità della forza lavoro sarà sempre meno rilevante. È vero che la forza della Cina sta in una sempre in aumento specializzazione della forza lavoro, ma basterà questo a continuare ad attrarre capitali in Cina, come ai tempi di Arrighi, dieci anni fa? Dieci anni sono un’eternità da questo punto di vista.
  3. Inoltre: l’intensificarsi delle lotte sociali in Cina, sempre più difficili da controllare per lo stesso rieletto presidente e segretario del PCC, a cosa porteranno? Evidentemente su quelle lotte e su quei movimenti, come sul piano più generale di un mondo con, in ogni caso, una Cina di questo tipo, e tanto più oggi nel momento in cui viene riconfermata la guida di Xi Jinping, si basa buona parte del futuro del mondo. Queste lotte, in Cina, riguardano spesso e volentieri i diritti sul lavoro, nonché il diritto ad un ambiente sano in cui vivere. Arrighi era convinto che le lotte del movimento operaio avessero il potere di cambiare il mondo. Wallerstein, altro importante e vivente teorico del sistema-mondo, ha parlato dei movimenti e delle lotte avvenuti tra gli anni ’60 e ’70 come movimenti anti-sistemici, in grado di mettere in crisi e di  trasformare il sistema-mondo. Che potere hanno questi movimenti e queste lotte, oggi? Anche su questo livello di analisi bisogna posizionarsi, se si vuole essere sul piano teorico all’altezza della sfida del presente, che è quella di una crisi di egemonia.
  4. C’è infine un’altra questione, che emerge dalla lettura di libri come La crisi della ragione cartografica L’invenzione del globo. In questi testi si vede con molta chiarezza come per poter governare un globo, per poter anche solo agire su di esso, bisogna avere un certo tipo di sguardo sul mondo, intenderlo in un certo modo. Non si può governare un globo se non lo si ha sotto lo sguardo, ad esempio. Non si può governare un globo se non lo si semplifica, se non lo si riduce ad una serie di elementi controllabili, se non lo si cartografa, dice Farinelli, se non lo si inventa e non ci si vola sopra, come dice Vegetti. Naturalmente, questo ha conseguenze precise sul discorso di Arrighi. I cinesi hanno questa visione globale? Essa, lo sappiamo, ha delle conseguenze importanti: ogni globo è difficile da governare, proprio perché è una semplificazione di una molteplicità. Infinite moltitudini di enti agiscono nel globo, e chi le governa non le può, per definizione, vedere tutte. Il globo è tale solo per chi fa astrazione dal suo essere un orizzonte. Possiamo dire che l’egemonia cinese, se fosse dello stampo occidentale di “potere sul globo” sarebbe forse la più grande vittoria degli occidentali. Ma abbiamo visto che la Cina sembra presentare elementi diversi: lo stesso capitalismo cinese è radicalmente diverso da quello inglese dell’Ottocento e quello americano odierno, ci dice Arrighi. E quindi? Che tipo di egemonia eserciterà la Cina? E sopratutto, come risponderà questa nuova egemonia alla crisi ecologica? In realtà il capitalismo è anche e sopratutto un modello di crescita senza limiti. Da questo punto di vista, oggi come oggi la Cina sembra il campione di questo tipo di crescita, pur con i distinguo che Arrighi pone. Ma questo sembra aver portato a una crisi ecologica quasi irreversibile. Arrighi lo sapeva già dieci anni fa e oggi questo è ancora più chiaro: oggi nessuno che si candidi a guidare il mondo può farlo senza dire anche come risolvere la crisi ecologica. Se e come questo sia possibile ponendosi al livello del capitale globale, cioè al livello della crescita indefinita, resta una questione aperta.

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Scritto da
Paolo Missiroli

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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