Afghanistan: cronaca di vite interrotte
- 23 Giugno 2024

Afghanistan: cronaca di vite interrotte

Scritto da Veronica Francia

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Da quasi tre anni per le donne afghane ogni giorno è un giorno nero, fatto di silenzio, di buio e di diritti negati. Nonostante le tantissime contestazioni e i tentativi di mediazione delle Nazioni Unite, la situazione politica e sociale in Afghanistan non sembra cambiare. Le ONG hanno progressivamente lasciato il Paese, incapaci di operare in un clima dove vigono regole stringenti e discriminatorie, e la comunità internazionale si è a sua volta orientata verso tematiche e problemi più prossimi, abbandonando un territorio che per più di un decennio ha occupato attraverso missioni di lotta al terrorismo e tentativi di nation-building.

Era il 15 agosto 2021 quando i riflettori di tutto il mondo guardavano all’Afghanistan con orrore, sgomento e paura per il futuro, improvvisamente ancora più incerto e privo di diritti, di centinaia di migliaia di donne. Increduli eravamo noi, spettatori di un evento che stava cambiando il corso della storia recente così come lo era stato, vent’anni prima, l’attacco alle Twin Towers. Durante quella che in Italia era una calda giornata di Ferragosto, i talebani entravano vincenti a Kabul dando vita, per la seconda volta, all’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Tra la disperazione di chi avrebbe fatto qualunque cosa per scappare – come aggrapparsi alle ali degli aerei in fase di decollo, come l’ammasso di adulti e bambini davanti all’Abbey Gate dell’aeroporto di Kabul – i contingenti occidentali lasciavano man mano il Paese, e con esso le speranze e i sogni di migliaia di giovani donne. 

È complesso parlare di Afghanistan poiché è complessa la sua struttura socio-politica formata da un sistema arcaico di usi e costumi costituito da quattordici etnie differenti, due lingue ufficiali, svariati dialetti regionali, e una popolazione composta da oltre quaranta milioni di persone – di cui più della metà vive oggi in uno stato di povertà assoluta senza cibo né assistenza sanitaria. La situazione economica è al collasso, al Paese manca tutto: acqua, medicinali, generi di prima necessità, alimenti, vestiti. Si muore, si muore di parto – per un numero consistente di donne –, si muore di freddo, si muore di fame e si muore a causa di mine antiuomo, attentati, proiettili e scontri tra clan locali. Un mosaico tortuoso e ingarbugliato dove governare diventa difficile e faticoso, soprattutto senza aiuti – finanziari e umanitari – portati da organizzazioni, associazioni no profit e istituzioni internazionali. Da agosto 2021 l’Afghanistan è completamente solo e isolato: non ci sono più persino molte delle ONG che da tempo operavano nel Paese, attraverso progetti finalizzati all’empowerment femminile, all’insegnamento di un mestiere, al supporto e all’aiuto di soggetti fragili. Le loro attività non sono in linea con le regole imposte dal nuovo governo e con i principi della shari’a, la legge islamica, vigenti in ogni ambito della società.

A farne le spese sono primariamente donne e bambini. Le prime non esistono più se non dietro a un burqa e al fianco di un uomo – un mahrem, un parente prossimo, una figura maschile con cui la donna ha un legame familiare e che le fa da “tutore”. Ridere, truccarsi, studiare, lavorare, emanciparsi non sono più un’opzione. Essere madri e mogli; solo questo è possibile. La vita di una donna in Afghanistan passa da una casa all’altra, come un oggetto di proprietà viene venduta e scambiata tra padroni – dal padre al marito. Le donne non possono frequentare le palestre, utilizzare il trasporto pubblico, sedersi su una panchina o partecipare alle fiere. Uno schema di possesso e abusi che viene reiterato sin dalla tenera età, quando la scuola, dopo i dieci anni, non è più un posto adeguato a loro. Il diritto allo studio e alla formazione non esiste più, non serve e non è utile. In molte province queste regole sono più ferree e le giovani studentesse devono abbandonare i banchi scolastici già a otto anni. Nelle scuole elementari si vive la prima segregazione di genere, con classi divise per bambine e bambini. Sebbene la formazione universitaria non sia stata formalmente vietata, da un paio di anni le università sono vuote e impraticabili, tranne che per i giovani studenti uomini. Si sono spenti così i sogni di chi voleva diventare medico, avvocato, giornalista, ingegnere, o semplicemente per coloro che volevano essere autonome e indipendenti da qualsiasi peso economico o legame che non fosse da loro stesse scelto e voluto. 

La presenza di una figura maschile è una prerogativa fondamentale per poter esistere, e chi ha perso padri, mariti, figli, fratelli non ha possibilità di sopravvivere; per questo negli ultimi mesi il governo, con l’escamotage di voler preservarne la sicurezza, ha fatto in modo che le donne senza parenti maschi venissero incarcerate. Uguale trattamento viene riservato anche ai senzatetto e ai tossicodipendenti. In tutto il Paese imperversano denunce di violenza di genere, omicidi d’onore, stupri, privazione di eredità e impedimento di possesso di beni personali. A fronte di questa evidenza, secondo i talebani, le donne sono più sicure in prigione piuttosto che a casa propria. All’interno delle istituzioni politiche e governative la situazione è analoga: si registra una carenza importante di personale femminile nei vari settori della vita pubblica, nelle struttura di cura e assistenza sanitaria, così come nei compartimenti delle associazioni internazionali. Il Ministero degli affari femminili si è trasformato nel ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Si stima che oltre l’80% delle bambine in età scolare non possa andare a scuola e nel mondo del lavoro 2,5 milioni di donne rimangono escluse – portando l’occupazione femminile al 25%. Le restrizioni imposte alle donne hanno anche dei risvolti economici ingenti che influiscono sul PIL – nel 2021 è stato registrato un calo di un quarto rispetto agli anni precedenti. Il tutto si inquadra in un apartheid di genere – definito così dalla sezione dei diritti umani delle Nazioni Unite – che vede l’Afghanistan come uno dei luoghi peggiori in assoluto dove una donna possa nascere e vivere, dato confermato anche dal World Economic Forum nel 2022. 

Volgendo lo sguardo al passato, si può osservare come nel Paese la situazione politica e sociale sia sempre stata precaria e di difficile definizione. Era il 1919 quando l’Afghanistan conquistava l’indipendenza dall’Impero Britannico, aprendo ad anni di guerriglia che culminarono con l’istituzione di una monarchia nel 1929 sotto il re Mohammed Zahir Shah. Sotto il suo regno si aprì un periodo relativamente prospero con maggiori libertà e diritti, in particolare per le donne, che nel 1964 ottennero il diritto di voto. Kabul era la capitale di un regno che, per certi versi, abbracciava la modernità e il progresso con entusiasmo. Dagli anni Cinquanta in poi nel Paese si diffusero l’influenza sovietica e gruppi politici di impostazione marxista-leninista, che portarono alla nascita del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan nel 1965. È il 1973 quando un colpo di Stato destituì il re e fece sorgere la Repubblica dell’Afghanistan che adottò un approccio alla politica e alla società più emancipato, ma reprimendo con forza – e violenza – gli oppositori a esso, fino ad un nuovo colpo di stato che portò alla nascita della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Dal 1979 la situazione peggiorò; l’Unione Sovietica invase il Paese che stava vivendo una guerriglia interna tra diverse fazioni al governo, gruppi islamisti indipendenti e movimenti etnici che combattevano il potere. Tra questi anche i mujaheddin, gli jihadisti finanziati dagli Stati Uniti per opporsi alle truppe sovietiche, che riuscirono a imporsi nel 1989. Nel mentre a Kandahar nacquero i talebani, un nuovo movimento di ispirazione islamica che, nel nome della jihad, cominciò a ottenere consensi, arrivando a conquistare Kabul e stabilendovisi nel 1996. È in questo contesto che vide la luce il primo Emirato Islamico. Seguendo l’antico detto afghano secondo cui l’ospite è sacro, i talebani offrirono da subito protezione al leader di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, che si stabilì in Afghanistan sul finire degli anni Ottanta e dove morì per mano degli americani nel 2011. Era l’11 settembre del 2001 quando il mondo occidentale provava sgomento davanti alle immagini di ciò che stava avvenendo al World Trade Center di New York, una tragedia che portò il governo di George W. Bush alla decisione di invadere l’Afghanistan il 7 ottobre 2001, con lo scopo proclamato di uccidere Osama Bin Laden, considerato il mandante dell’attento. Un’operazione durata vent’anni, che ha visto anche la partecipazione della NATO e che è costata agli Stati Uniti 2.300 miliardi di dollari, la perdita di 2.448 soldati americani, e la morte di 3.846 US contractors. Perdite immense che, sommate alle oltre 45.000 vittime afghane, hanno incoraggiato il governo di Barack Obama, nel 2014, ad annunciare un programma di ritiro entro il 2016, sancito, poi, nel 2019 dagli Accordo di Doha. 

La situazione odierna vede l’Afghanistan vivere uno dei momenti più bui e tragici della sua storia. Sono pochissime le ONG italiane che portano ancora avanti un lavoro di cooperazione nell’Emirato, talmente poche che è possibile nominarle con facilità. Pangea Onlus, Nove Onlus ed Emergency si dimostrano attive e propositive con idee e progetti – talvolta adattati – finalizzati a cambiare la situazione e a migliorare la vita delle persone attivamente in loco. Emergency, con diversi ospedali e centri traumatologici, da anni opera per curare vittime e prevenire morti precoci attraverso una rete di strutture aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e con la presenza costante di personale medico specializzato. Un progetto ambizioso messo in piedi nel 1999 da Gino Strada e riconosciuto dal Ministero della salute afghano. Sebbene le attività procedano a rilento e con molti limiti, l’organizzazione è una delle poche a essere attiva nel settore sanitario. Pangea Onlus – attiva in Afghanistan dal 2003 – si è sempre occupata della questione femminile: grazie ai fondi e al sostegno governativo, è riuscita a creare percorsi di formazione e inserimento nel mondo professionale di giovani donne e madri – creando, tra le altre cose, anche case antiviolenza e di protezione. Le attività, organizzate dall’associazione, in parte riviste dopo la presa del potere da parte dei talebani, ora si concentrano prevalentemente sulla realizzazione di rifugi per i senzatetto e sulla distribuzione di generi alimentari. Nove Onlus, nata come organizzazione apartitica nel 2019, pone l’accento su progetti di raccolta e investimento di fondi economici nel Paese, nonché fornisce un aiuto psicologico alle donne. Benché le possibilità e il lavoro di tutte le associazioni sia stato compromesso, queste hanno scelto di rimanere attive nel Paese, mirando a creare le condizioni favorevoli per poter fornire supporto agli afghani nel loro Paese e aiutando, qualora si presentino le opportunità, donne con figli a fuggire e giungere in Europa.

La comunità internazionale parla dell’Afghanistan come di “un’occasione persa”, sia per la mancata apertura legislativa – promessa in un primo momento del governo talebano – sia per il modo in cui gli alleati NATO hanno consegnato il Paese, senza troppe garanzie, durante le contrattazioni per la firma dell’Accordo di Doha. A oggi l’Emirato non riceve aiuti umanitari da parte dell’ONU, che per protesta ha sospeso parte delle sue iniziative; non percepisce fondi per il sostegno finanziario; ma è stato anzi gravemente sanzionato ed escluso da qualsiasi tavolo di decisione e di confronto a livello internazionale. 9,5 miliardi di dollari, quelli che erano i fondi della Banca Centrale Afghana – depositati nelle banche americane dall’ex presidente Ashraf Ghani –, sono stati congelati e sottratti al governo talebano. A oggi le diplomazie si trovano in difficoltà, incapaci di trovare un modo per dialogare con i talebani e per arginare la pericolosa deriva presa dal Paese. L’isolazionismo a cui l’Afghanistan è stato condannato può portare a problemi assai più gravi e complessi: lo si è visto a fine anni Novanta, quando nella più totale assenza internazionale sorgevano campi di addestramento per giovani terroristi di Al-Qaeda – ipotesi ancora possibile stando alle recenti notizie che riguardano lo Stato Islamico e l’Isis-K. Serve una strategia unificata, una posizione netta e comune da portare avanti, soprattutto per salvaguardare le donne e revocare i decreti restrittivi. È necessario sviluppare una strategia che possa funzionare e far leva sul nemico, nonostante questo abbia dalla sua parte la cosa più preziosa: il tempo, quello che alla comunità internazionale sfugge e quello che sta trascorrendo a un ritmo lento e doloroso per tutte le donne, madri, bambine, figlie e studentesse afghane.

Scritto da
Veronica Francia

Giornalista freelance che si occupa prevalentemente di esteri con un’attenzione particolare alla regione MENA e agli Stati Uniti. Lavora presso la Radiotelevisione Svizzera e collaborare con diverse riviste e media italiani. Ha partecipato al corso 2023 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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