L’ala “filo-cinese” del Pci (1970-1980). Conflitti all’interno del partito e sulle pagine de “l’Unità”
- 24 Dicembre 2018

L’ala “filo-cinese” del Pci (1970-1980). Conflitti all’interno del partito e sulle pagine de “l’Unità”

Scritto da Clara Galzerano

10 minuti di lettura

Le relazioni tra il Partito Comunista Italiano (Pci) e il Partito Comunista Cinese (Pcc) sono state oggetto di numerosi studi, a causa della loro complessa evoluzione.[1] Entrambi i partiti nascono nel 1921, ma stringono rapporti ufficiali solo nel 1949. Il movimento comunista internazionale viene però scosso dal XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) e dal noto rapporto Krushev del 1956, dopo il quale si consuma la frattura tra Unione Sovietica (Urss) e Repubblica Popolare Cinese (Rpc) per ragioni di natura ideologica. Il Pci, fedele alla solida alleanza con l’Urss, si unisce alla “patria del socialismo” nella condanna del Pcc. I comunisti cinesi, a loro volta, accusano i comunisti italiani di revisionismo e di sottomissione alle direttive di Mosca: lo scontro porta alla sospensione dei rapporti tra i due partiti nel 1963.[2]

La situazione registra una svolta positiva alla fine degli anni Settanta, quando i toni tra comunisti cinesi e italiani si fanno più distesi. L’ammorbidimento della linea politica del Pcc, che inaugura una stagione di apertura verso l’Occidente, e il cauto allontanamento del Pci di Berlinguer dalle politiche sovietiche determinano una parziale convergenza di rotta tra i due partiti.[3]

Lo scoglio da superare per la direzione del Pci al fine di ricucire i legami con il Pcc resta, però, il forte legame che i comunisti italiani coltivano con Mosca. Il Pci rimane tra due fuochi, con la volontà di porgersi verso Pechino, ma la necessità politica, strategica, ideologica ed economica di rimanere con Mosca. L’intero gruppo politico italiano, infatti, rimane culturalmente legato all’Urss, la quale ha sempre costituito un forte modello identitario per i suoi membri.[4]

 

“L’Unità” in Cina negli anni Settanta

Nonostante il numero di comunisti italiani che si recano in Cina durante i quindici anni di sospensione dei rapporti ufficiali tra Pci e Pcc sia esiguo, sulle pagine de l’Unità si assiste alla pubblicazione di reportage interessanti da parte di alcuni giornalisti.[5]  Durante quegli anni, infatti, l’atteggiamento da tenere riguardo alla questione cinese e al conflitto sino-sovietico provoca delle turbolenze all’interno del Pci, a cui alcuni giornalisti danno voce.

Primo fra tutti, Alberto Jacoviello[6] entra in contrasto con le scelte del direttore de l’Unità Aldo Tortorella, a causa delle posizioni che egli assume nel suo volume Capire la Cina.[7] Quella di Jacoviello rappresenta, infatti, una testimonianza “eretica” della Rpc, riportata in seguito al suo soggiorno in Cina dal febbraio-marzo 1971 al febbraio-marzo 1972 con la moglie Maria Antonietta Macciocchi.[8] Jacoviello e Macciocchi[9] vivono con entusiasmo la fervente realtà cinese dei primi anni Settanta e imputano al gruppo dirigente del Pci degli errori. In particolare, Jacoviello invita il Pci a fare “una sostanziale autocritica per il modo acritico” con il quale i comunisti italiani hanno fatto proprie “le posizioni sovietiche sulla Cina”.[10] Jacoviello, inoltre, considera positivo l’alto grado di ideologizzazione delle masse nel paese asiatico e dipinge la Rivoluzione culturale come uno scontro “sollecitato dall’alto ma condotto dal basso”. Nella sua analisi, Jacoviello si allontana nettamente dalla linea del Pci, che invece giudica la Rivoluzione culturale uno scontro “mosso dall’alto” e disapprova l’alto livello di ideologizzazione e politicizzazione della società cinese.[11]

La critica che Jacoviello muove alla politica del Pci testimonia l’esistenza di un gruppo filo-cinese all’interno del partito. Attraverso le pratiche del centralismo democratico, il Pci tenta però di isolare la minoranza: Jacoviello sarà costretto a rinunciare all’incarico di capo servizio Esteri, mentre la Macciocchi verrà radiata dal partito nella seconda metà degli anni Settanta.[12]

Nel 1977 è, invece, Emilio Sarzi Amadé[13] a fornire un quadro della situazione politica, sociale ed economica della Cina popolare del dopo Mao. Nel giugno del 1977, a Pechino egli segue come inviato de l’Unità i colloqui tra il ministro degli esteri italiano Orlando Forlani e il ministro degli esteri cinese Huang Hua, che avvengono in concomitanza della visita del presidente dell’ENI Pietro Sette in Cina.[14] Utilizzando un tono vagamente polemico nei confronti del Pci, Sarzi Amadé scrive nei suoi reportage: “[credevo la campagna contro i Quattro fosse] visivamente più intensa, commisurata alla gravità delle accuse e alla durezza del contrasto, e alla estensione dei danni, come ci è stato detto, che i «quattro» avevano prodotto”.[15] Sarzi Amadè critica quindi velatamente il modo in cui i comunisti italiani hanno liquidato il periodo della Rivoluzione culturale e dipinto la fase di cambiamento in atto nella società e ai vertici della leadership cinese. Egli, inoltre, pensa che sia impossibile “trarre conclusioni”, rinviando qualsiasi giudizio nei confronti della nuova leadership cinese, che invece viene accolta con entusiasmo dal gruppo dirigente del Pci.[16]

 

La disputa a colpi di penna sulle pagine de “l’Unità”

È così, che silenziosamente, all’interno del partito, si consuma una lotta tra un’ala definita filo-maoista, che indirettamente accusa di essere stata messa da parte, e il gruppo dirigente del partito. I segni di questo conflitto emergono sulle pagine de l’Unità nel 1979, in occasione del viaggio in Cina dei giornalisti Claudio Petruccioli[17] e Massimo Ghiara[18]. La loro esperienza anticipa quella di D’Alema, allora capo della Fgci, e la storica visita di Berlinguer in Cina, la quale segnerà la ripresa ufficiale dei rapporti tra i due partiti nell’aprile del 1980.

Su invito del Quotidiano del popolo, l’8 luglio 1979 Petruccioli e Ghiara si recano nella Cina popolare e vi soggiornano per due settimane.[19] Di ritorno dal viaggio, Petruccioli inizia a pubblicare su l’Unità una serie di articoli riguardo alla propria esperienza cinese.[20] Nel primo approfondimento pubblicato, Petruccioli sottolinea l’enorme rilevanza del viaggio: la permanenza di due comunisti italiani nella Repubblica popolare costituirebbe un fatto di indubbia risonanza politica a causa della “novità formale” nelle circostanze in cui esso è avvenuto. Dopo anni, Petruccioli e Ghiara sono stati inviati nella Cina popolare “in quanto giornalisti degli organi ufficiali del Pci, in quanto giornalisti comunisti italiani”.[21] Secondo il giornalista, è da “molti anni (più di quindici) che nelle relazioni di ogni tipo” i comunisti italiani sono “ignorati o addirittura discriminati da parte degli organismi statali e di partito cinesi”.[22] Petruccioli fa riferimento ad “un mutato atteggiamento politico” cinese verso i comunisti italiani, ai quali è stata riservata “un’accoglienza calorosa e fraterna”, “«da compagni»”.[23]

A due giorni di distanza, il 1° agosto 1979, su l’Unità viene pubblicato un trafiletto in cui appaiono due lettere di critica all’articolo di Petruccioli firmate da nomi autorevoli: Alberto Jacoviello e Emilio Sarzi Amadé.[24] Jacoviello contesta il “primato” che Petruccioli attribuisce al viaggio, definito il primo “di comunisti italiani invitati nella Rpc”. Jacoviello fa notare di essersi recato nella Cina popolare già nell’autunno del 1970 assieme alla Macciocchi, quando egli occupava una funzione di responsabilità nei servizi Esteri de l’Unità, mentre durante il secondo viaggio ricopriva la funzione di inviato speciale de l’Unità. Per questi motivi, Jacoviello sostiene che la concessione dei visti per i suoi viaggi da parte della Rpc costituivano “un preciso gesto politico del Pcc nei confronti del Pci” e, dunque “sia il primo che il secondo viaggio […] rappresentarono un contributo non irrilevante al miglioramento dei rapporti tra il Pcc e il Pci, […] di cui il viaggio di Petruccioli e Ghiara costituisce il sintomo più recente”. Jacoviello ritiene inesatta la nozione secondo la quale “è da più di quindici anni che i giornalisti comunisti italiani sono stati ignorati e discriminati dai cinesi”.[25] Sarzi Amadé, nella sua lettera, contesta la medesima affermazione di Petruccioli, ricordando, in particolare, un viaggio di una delegazione del Pci verso Hanoi, durante il quale i comunisti italiani furono ospiti del Pcc nel 1965. Inoltre, richiama alla memoria del lettore i viaggi di Jacoviello, di Pavolini[26] e dello stesso Sarzi Amadé nella Repubblica popolare, affermando di aver potuto constatare di persona che non vi sia stata discriminazione verso i comunisti italiani, né che questi siano stati ignorati.[27] Pur ammettendo che il viaggio di Petruccioli costituisca qualcosa di “qualitativamente diverso”, Sarzi Amadé pone l’accento sul fatto che a questo non “si sia giunti di colpo” e che l’invito non “sia nato all’improvviso da un vuoto durato quindici anni”.[28] A conclusione delle due lettere vi è la risposta di Petruccioli, il quale nota che “le precisazioni sono giuste”, ma la volontà del giornalista è quella di evidenziare “la novità dell’invito che questa volta è stato rivolto, ufficialmente, al quotidiano e al settimanale comunista”.[29]

La “novità formale” costituita dal viaggio di Petruccioli e Ghiara sta, infatti, nell’ufficialità che assumono i colloqui tra il Pci e il Pcc in questo incontro. La rilevanza che viene attribuita al viaggio dal Pci è giustificata dall’invito mosso dai comunisti cinesi dopo più di un decennio e dal segnale di rinnovata amicizia mosso dalla stampa comunista cinese. Inoltre, i toni entusiastici con cui la stampa comunista italiana riporta dell’incontro sottolineano l’ottimismo verso l’evoluzione delle relazioni tra i due partiti.

Le critiche mosse da Jacoviello e Sarzi Amadé all’approccio propagandistico di Petruccioli sembrano ridimensionare la portata dell’evento, soprattutto tenendo conto della serie di rapporti ufficiosi tenuti dai due partiti negli anni Settanta. Non vi è dubbio, però, che il viaggio di Petruccioli e Ghiara costituisca una tappa fondamentale nella ripresa dei rapporti ufficiali tra Pci e Pcc, proprio in nome della “novità formale” che viene attribuita al viaggio dei rappresentanti de l’Unità.

 

Considerazioni finali

Emilio Sarzi Amadé, Alberto Jacoviello e Maria Antonietta Macciocchi, nel corso della loro esperienza decennale come giornalisti nelle file del Pci, hanno sempre dimostrato la volontà di interpretare e di capire la realtà cinese, dedicando parte della loro carriera allo studio del Paese asiatico. Nonostante ciò, queste personalità sono state isolate nel corso degli anni Settanta, a causa delle loro posizioni, considerate filo-maoiste.

A questo proposito, Antonio Rubbi,[30] rappresentante del gruppo dirigente del partito, nel suo Appunti cinesi, risulta critico riguardo alle considerazioni mosse dall’ala “dissidente” del partito. Egli sottolinea che “a poco servirono le esperienze sul campo” per agevolare il processo di comprensione della realtà cinese, in quanto i servizi di Jacoviello e di Sarzi Amadé manifestano la tendenza “di filtrare la rivoluzione culturale attraverso l’idea che di essa se ne erano fatti quelli che la commentavano”, alimentando “simpatie o avversità, quasi sempre funzionali alle dispute interne”.[31]

Perché l’attività di questi giornalisti era tanto invisa alla dirigenza? Le osservazioni di Jacoviello, della Macciocchi e di Sarzi Amadé vengono considerate pericolose dalla leadership del Pci, che non intende infastidire l’Urss, e, per questo motivo, decide di estromettere questi personaggi dal partito e soffocare le voci di dissenso in merito al dissidio sino-sovietico. Inoltre, il tentativo di oscurare le personalità dei giornalisti non risiede solo nella natura delle loro posizioni rispetto all’Unione Sovietica, ma anche nella nuova luce che si intende dare ai rapporti con il Pcc. Il Pci, infatti, cerca nuove figure da erigere come protagonisti della riconciliazione con il partner cinese.

Petruccioli e D’Alema rappresentano le nuove generazioni del Pci e, in quanto tali, personaggi conciliabili con l’esigenza del partito di decretare un nuovo inizio nelle relazioni con i cinesi. Per questo motivo, viene sacrificata la preparazione culturale di personaggi come Jacoviello e Sarzi Amadé per la freschezza e la parziale inconsapevolezza delle generazioni più giovani, per la prima volta nella Repubblica popolare. Le considerazioni e i reportage di questi nuovi protagonisti appaiono come dei resoconti, più che come delle analisi, assoggettati alle esigenze del partito nel momento storico della normalizzazione dei rapporti tra Pci e Pcc.


[1] In particolare, si vedano: Sandro BORDONE, “La normalizzazione dei rapporti tra PCC e PCI”, Il Politico, vol. 43, n.1, 1983, pp. 115-158; BORDONE, “Il PCI e la crisi cinese (1969-1977)”, Il Politico, vol. 47, n. 3, Pavia, Rubbettino Editore, 1982, pp. 561-600; BORDONE, “Il contrasto sino-sovietico e la polemica tra PCI e PCC”, Il Politico, vol. 44, n. 2, 1979, Pavia, Rubbettino Editore, pp. 282-315.

[2] Alexander HÖBEL, “Il Pci nella crisi del movimento comunista internazionale tra Pcus e Pcc (1960-1964)”, Studi Storici, vol. 46, n.2, 2005, pp. 515-572.

[3] Laura DE GIORGI, Guido SAMARANI, Lontane, vicine. Le relazioni fra Cina e Italia nel Novecento, Carrocci, Roma, 2011, pp. 135-139.

[4] Silvio PONS, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino, 2006, p. 265.

[5] Massimo LOCHE, Per via di terra. In treno da Hanoi a Mosca, pp. 9-18.

[6] Jacoviello (1920-1996) si iscrive al Pci nel 1944. Dopo Capire la Cina, il giornalista rifiuta di fare autocritica ed è costretto a rinunciare all’incarico di capo del servizio Esteri. Costretto nuovamente a dimettersi per alcune considerazioni non condivise dal gruppo dirigente riguardo alla morte di Mao, Jacoviello viene in seguito riabilitato. Tuttavia, lascerà L’Unità per passare alla testata giornalistica La Repubblica nel 1980. “È morto Alberto Jacoviello”, La Repubblica, 3 marzo 1996.

[7] Capire la Cina ha un seguito: dopo il secondo viaggio in Cina nel 1972, scrive Dalla Cina. Dopo la Rivoluzione culturale con la moglie Macciocchi e In Cina due anni dopo Alberto JACOVIELLO, In Cina due anni dopo, Jaca Book, Milano, 1973, p. 106.

[8] Alberto JACOVIELLO, Capire la Cina, Jaka book, Milano, 1972, pp. 48-49.

[9] Maria Antonietta Macciocchi (1922-2007) è stata una scrittrice e giornalista comunista. Direttrice del periodico Noi Donne dal 1950 al 1956 e del settimanale comunista Vie Nuove dal 1961 al 1965, nel 1968 viene eletta deputata del Pci nel Collegio di Napoli. Viene radiata dal Pci negli anni Settanta a causa delle sue posizioni filo-maoiste. DE GIORGI, Laura, Esperienze e percorsi delle donne italiane nella Cina di Mao. Tracce per una ricerca in DEP. DEPORTATE, ESULI, PROFUGHE, vol. 33, 2017, pp. 1-17.

[10] Ivi, p. 78.

[11] BORDONE, Il contrasto sino-sovietico e la polemica tra PCI e PCC, p. 305-306.

[12] “È morto Alberto Jacoviello”, La Repubblica, 3 marzo 1996.

[13] Emilio Sarzi Amadé (1925-1989), giornalista e partigiano, diventa redattore di politica estera de L’Unità nel dopoguerra. In seguito al soggiorno in Cina, negli anni Sessanta Amadè seguirà direttamente la guerra del Vietnam, a cui dedica alcune sue pubblicazioni. Emilio Sarzi Amadè, “Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I)”, 25 luglio 2010, http://www.anpi.it/donne-e-uomini/371/emilio-sarzi-amade, 05/05/2017.

[14] Emilio SARZI AMADÈ, “Cominciati gli incontri tra Forlani e Huang Hua. Il ministro degli esteri è arrivato in Cina”, l’Unità, 12 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “Forlani discute coi cinesi a Pechino le relazioni bilaterali. Dopo il giro d’orizzonte internazionale”, l’Unità, 13 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “La visita del ministro degli esteri italiano. Conclusi i colloqui a Pechino: convergenze tra Forlani e Huang”, l’Unità, 15 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “Conclusi i colloqui dei ministro Forlani in visita nella Cina meridionale”, l’Unità, 16 giugno 1977.

[15] Emilio SARZI AMADÈ, “Impressioni sulla Cina del dopo Mao. Tornando a Pechino dopo molti anni”, l’Unità, 25 giugno 1977.

[16] Emilio SARZI AMADÈ, “Da una fabbrica di Canton. Impressioni di un ritorno in Cina”, l’Unità, 1 luglio 1977.

[17] Il politico e giornalista Claudio Petruccioli (1941-) si iscrive al Pci nel 1958 e nel 1966 diventa segretario della Fgci, ruolo che ricopre fino al 1969. Nel 1975 viene nominato condirettore de l’Unità, di cui diventa direttore tra il 1981 e il 1982. Nel 1987 entra a far parte della Segreteria nazionale del Pci. Eletto alla camera nel 1983 e nel 1992, aderisce alla “svolta della Bolognina” e viene eletto al Senato nel 1994 (con il neo-gruppo Pds), nel 1996 e nel 2001 (nei Ds). Nel 2005 viene eletto presidente RAI, ma viene sfiduciato dalla Commissione di vigilanza nel 2007. Claudio Petruccioli, “Cinquantamila.it. Storia raccontata da Giorgio dell’Arti”, http://cinquantamila.corriere.it/

[18] Il giornalista Massimo Ghiara (1944-) inizia a scrivere su l’Unità nel 1965 e passa a Rinascita a metà degli anni Settanta. Della repubblica. Storia dell’Italia Repubblicana, http://www.dellarepubblica.it/, 15/05/2017.

[19] “L’Unità e Rinascita inviati in Cina”, l’Unità, 8 luglio 1979.

[20] Claudio PETRUCCIOLI, “Il decennio di fuoco della Cina. Appunti e impressioni del primo viaggio di giornalisti del Pci invitati nella Rpc”, l’Unità, 29 luglio 1979.

[21] Ibidem

[22] Ibidem

[23] Ibidem

[24] Alberto JACOVIELLO, Emilio SARZI AMADE’, “Due lettere e una precisazione”, l’Unità, 1 agosto 1979.

[25] Ibidem

[26] Luca Pavolini, nota personalità del Pci, direttore di Rinascita tra il 1965 e il 1970 e de l’Unità tra il 1975 e il 1977, racconta della sua permanenza nella Repubblica popolare, prima nel 1971 e poi nel 1973, nel suo celebre Due viaggi in Cina. Egli raccoglie e ripubblica insieme in questo volume i due ampi reportage di viaggio apparsi su l’Unità nel maggio-giugno 1971 e nel gennaio 1973. Egli si reca in Cina nel 1971 con una delegazione commerciale diretta dal ministro del Commercio estero Mario Zagari, mentre nel 1973 si trova nella Repubblica popolare con una delegazione diplomatica diretta dal ministro degli Esteri Giuseppe Medici. Luca PAVOLINI, Due viaggi in Cina, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 7-9.

[27] La permanenza nella Rpc di una delegazione del Pci, composta da Berlinguer, Galluzzi e Trombadori, durante un viaggio in direzione Hanoi nel 1967, sembrerebbe smentire, o quantomeno smorzare, le posizioni di Sarzi Amadè. Infatti, i comunisti italiani descrissero l’accoglienza cinese con i termini “fredda” e “distaccata”. Chiara VALENTINI, Enrico Berlinguer, Feltrinelli Editore, Milano, 2014, pp. 141-144.

[28] JACOVIELLO, SARZI AMADÈ, “Due lettere e una precisazione”, l’Unità, 1 agosto 1979.

[29] Nota di Claudio Petruccioli a fondo dell’articolo JACOVIELLO, AMADÈ, “Due lettere e una precisazione”, l’Unità, 1 agosto 1979.

[30] Antonio Rubbi (1932-) tra il 1968 e il 1974 è segretario della Federazione del Pci ferrarese. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta ricopre il ruolo di dirigente della Sezione internazionale del Pci. È stato stretto collaboratore di Enrico Berlinguer e di Alessandro Natta.  Edoardo MORETTI, Angela GHINATO (a cura di), “Archivio storico del PCI ferrarese”, Ferrara, Associazione Istituto di Storia Contemporanea.

[31] RUBBI, Appunti cinesi, Roma, Editori Riuniti, 1992, p.10.

Scritto da
Clara Galzerano

Nata nel 1992, laureata in Lingue Orientali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Attualmente, dottoranda in Storia moderna e contemporanea presso l'Università degli Studi di Trieste.

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