L’ala “filo-cinese” del Pci (1970-1980). Conflitti all’interno del partito e sulle pagine de “l’Unità”

Unità

Le relazioni tra il Partito Comunista Italiano (Pci) e il Partito Comunista Cinese (Pcc) sono state oggetto di numerosi studi, a causa della loro complessa evoluzione.[1] Entrambi i partiti nascono nel 1921, ma stringono rapporti ufficiali solo nel 1949. Il movimento comunista internazionale viene però scosso dal XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) e dal noto rapporto Krushev del 1956, dopo il quale si consuma la frattura tra Unione Sovietica (Urss) e Repubblica Popolare Cinese (Rpc) per ragioni di natura ideologica. Il Pci, fedele alla solida alleanza con l’Urss, si unisce alla “patria del socialismo” nella condanna del Pcc. I comunisti cinesi, a loro volta, accusano i comunisti italiani di revisionismo e di sottomissione alle direttive di Mosca: lo scontro porta alla sospensione dei rapporti tra i due partiti nel 1963.[2]

La situazione registra una svolta positiva alla fine degli anni Settanta, quando i toni tra comunisti cinesi e italiani si fanno più distesi. L’ammorbidimento della linea politica del Pcc, che inaugura una stagione di apertura verso l’Occidente, e il cauto allontanamento del Pci di Berlinguer dalle politiche sovietiche determinano una parziale convergenza di rotta tra i due partiti.[3]

Lo scoglio da superare per la direzione del Pci al fine di ricucire i legami con il Pcc resta, però, il forte legame che i comunisti italiani coltivano con Mosca. Il Pci rimane tra due fuochi, con la volontà di porgersi verso Pechino, ma la necessità politica, strategica, ideologica ed economica di rimanere con Mosca. L’intero gruppo politico italiano, infatti, rimane culturalmente legato all’Urss, la quale ha sempre costituito un forte modello identitario per i suoi membri.[4]

“L’Unità” in Cina negli anni Settanta

Nonostante il numero di comunisti italiani che si recano in Cina durante i quindici anni di sospensione dei rapporti ufficiali tra Pci e Pcc sia esiguo, sulle pagine de l’Unità si assiste alla pubblicazione di reportage interessanti da parte di alcuni giornalisti.[5]  Durante quegli anni, infatti, l’atteggiamento da tenere riguardo alla questione cinese e al conflitto sino-sovietico provoca delle turbolenze all’interno del Pci, a cui alcuni giornalisti danno voce.

Primo fra tutti, Alberto Jacoviello[6] entra in contrasto con le scelte del direttore de l’Unità Aldo Tortorella, a causa delle posizioni che egli assume nel suo volume Capire la Cina.[7] Quella di Jacoviello rappresenta, infatti, una testimonianza “eretica” della Rpc, riportata in seguito al suo soggiorno in Cina dal febbraio-marzo 1971 al febbraio-marzo 1972 con la moglie Maria Antonietta Macciocchi.[8] Jacoviello e Macciocchi[9] vivono con entusiasmo la fervente realtà cinese dei primi anni Settanta e imputano al gruppo dirigente del Pci degli errori. In particolare, Jacoviello invita il Pci a fare “una sostanziale autocritica per il modo acritico” con il quale i comunisti italiani hanno fatto proprie “le posizioni sovietiche sulla Cina”.[10] Jacoviello, inoltre, considera positivo l’alto grado di ideologizzazione delle masse nel paese asiatico e dipinge la Rivoluzione culturale come uno scontro “sollecitato dall’alto ma condotto dal basso”. Nella sua analisi, Jacoviello si allontana nettamente dalla linea del Pci, che invece giudica la Rivoluzione culturale uno scontro “mosso dall’alto” e disapprova l’alto livello di ideologizzazione e politicizzazione della società cinese.[11]

La critica che Jacoviello muove alla politica del Pci testimonia l’esistenza di un gruppo filo-cinese all’interno del partito. Attraverso le pratiche del centralismo democratico, il Pci tenta però di isolare la minoranza: Jacoviello sarà costretto a rinunciare all’incarico di capo servizio Esteri, mentre la Macciocchi verrà radiata dal partito nella seconda metà degli anni Settanta.[12]

Nel 1977 è, invece, Emilio Sarzi Amadé[13] a fornire un quadro della situazione politica, sociale ed economica della Cina popolare del dopo Mao. Nel giugno del 1977, a Pechino egli segue come inviato de l’Unità i colloqui tra il ministro degli esteri italiano Orlando Forlani e il ministro degli esteri cinese Huang Hua, che avvengono in concomitanza della visita del presidente dell’ENI Pietro Sette in Cina.[14] Utilizzando un tono vagamente polemico nei confronti del Pci, Sarzi Amadé scrive nei suoi reportage: “[credevo la campagna contro i Quattro fosse] visivamente più intensa, commisurata alla gravità delle accuse e alla durezza del contrasto, e alla estensione dei danni, come ci è stato detto, che i «quattro» avevano prodotto”.[15] Sarzi Amadè critica quindi velatamente il modo in cui i comunisti italiani hanno liquidato il periodo della Rivoluzione culturale e dipinto la fase di cambiamento in atto nella società e ai vertici della leadership cinese. Egli, inoltre, pensa che sia impossibile “trarre conclusioni”, rinviando qualsiasi giudizio nei confronti della nuova leadership cinese, che invece viene accolta con entusiasmo dal gruppo dirigente del Pci.[16]

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: “L’Unità” in Cina negli anni Settanta

Pagina 2: La disputa a colpi di penna sulle pagine de “l’Unità”

Pagina 3: Considerazioni finali


[1] In particolare, si vedano: Sandro BORDONE, “La normalizzazione dei rapporti tra PCC e PCI”, Il Politico, vol. 43, n.1, 1983, pp. 115-158; BORDONE, “Il PCI e la crisi cinese (1969-1977)”, Il Politico, vol. 47, n. 3, Pavia, Rubbettino Editore, 1982, pp. 561-600; BORDONE, “Il contrasto sino-sovietico e la polemica tra PCI e PCC”, Il Politico, vol. 44, n. 2, 1979, Pavia, Rubbettino Editore, pp. 282-315.

[2] Alexander HÖBEL, “Il Pci nella crisi del movimento comunista internazionale tra Pcus e Pcc (1960-1964)”, Studi Storici, vol. 46, n.2, 2005, pp. 515-572.

[3] Laura DE GIORGI, Guido SAMARANI, Lontane, vicine. Le relazioni fra Cina e Italia nel Novecento, Carrocci, Roma, 2011, pp. 135-139.

[4] Silvio PONS, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino, 2006, p. 265.

[5] Massimo LOCHE, Per via di terra. In treno da Hanoi a Mosca, pp. 9-18.

[6] Jacoviello (1920-1996) si iscrive al Pci nel 1944. Dopo Capire la Cina, il giornalista rifiuta di fare autocritica ed è costretto a rinunciare all’incarico di capo del servizio Esteri. Costretto nuovamente a dimettersi per alcune considerazioni non condivise dal gruppo dirigente riguardo alla morte di Mao, Jacoviello viene in seguito riabilitato. Tuttavia, lascerà L’Unità per passare alla testata giornalistica La Repubblica nel 1980. “È morto Alberto Jacoviello”, La Repubblica, 3 marzo 1996.

[7] Capire la Cina ha un seguito: dopo il secondo viaggio in Cina nel 1972, scrive Dalla Cina. Dopo la Rivoluzione culturale con la moglie Macciocchi e In Cina due anni dopo Alberto JACOVIELLO, In Cina due anni dopo, Jaca Book, Milano, 1973, p. 106.

[8] Alberto JACOVIELLO, Capire la Cina, Jaka book, Milano, 1972, pp. 48-49.

[9] Maria Antonietta Macciocchi (1922-2007) è stata una scrittrice e giornalista comunista. Direttrice del periodico Noi Donne dal 1950 al 1956 e del settimanale comunista Vie Nuove dal 1961 al 1965, nel 1968 viene eletta deputata del Pci nel Collegio di Napoli. Viene radiata dal Pci negli anni Settanta a causa delle sue posizioni filo-maoiste. DE GIORGI, Laura, Esperienze e percorsi delle donne italiane nella Cina di Mao. Tracce per una ricerca in DEP. DEPORTATE, ESULI, PROFUGHE, vol. 33, 2017, pp. 1-17.

[10] Ivi, p. 78.

[11] BORDONE, Il contrasto sino-sovietico e la polemica tra PCI e PCC, p. 305-306.

[12] “È morto Alberto Jacoviello”, La Repubblica, 3 marzo 1996.

[13] Emilio Sarzi Amadé (1925-1989), giornalista e partigiano, diventa redattore di politica estera de L’Unità nel dopoguerra. In seguito al soggiorno in Cina, negli anni Sessanta Amadè seguirà direttamente la guerra del Vietnam, a cui dedica alcune sue pubblicazioni. Emilio Sarzi Amadè, “Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I)”, 25 luglio 2010, http://www.anpi.it/donne-e-uomini/371/emilio-sarzi-amade, 05/05/2017.

[14] Emilio SARZI AMADÈ, “Cominciati gli incontri tra Forlani e Huang Hua. Il ministro degli esteri è arrivato in Cina”, l’Unità, 12 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “Forlani discute coi cinesi a Pechino le relazioni bilaterali. Dopo il giro d’orizzonte internazionale”, l’Unità, 13 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “La visita del ministro degli esteri italiano. Conclusi i colloqui a Pechino: convergenze tra Forlani e Huang”, l’Unità, 15 giugno 1977; SARZI AMADÈ, “Conclusi i colloqui dei ministro Forlani in visita nella Cina meridionale”, l’Unità, 16 giugno 1977.

[15] Emilio SARZI AMADÈ, “Impressioni sulla Cina del dopo Mao. Tornando a Pechino dopo molti anni”, l’Unità, 25 giugno 1977.

[16] Emilio SARZI AMADÈ, “Da una fabbrica di Canton. Impressioni di un ritorno in Cina”, l’Unità, 1 luglio 1977.


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Nata nel 1992, laureata in Lingue Orientali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Attualmente, dottoranda in Storia moderna e contemporanea presso l'Università degli Studi di Trieste.

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