“Alberto Beneduce, Mussolini’s Technocrat” di Lorenzo Castellani
- 30 Ottobre 2025

“Alberto Beneduce, Mussolini’s Technocrat” di Lorenzo Castellani

Recensione a: Lorenzo Castellani, Alberto Beneduce, Mussolini’s Technocrat. Power, Knowledge, and Institutions in Fascist Italy, Routledge, Londra 2025, pp. 212, 175 sterline (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

4 minuti di lettura

Reading Time: 4 minutes

La nuova monografia di Lorenzo Castellani, storico e politologo, docente alla Luiss, raccoglie anni di studio dell’autore sulla figura di Alberto Beneduce. Il saggio, pubblicato da Routledge nella collana Studies in Fascism and the Far Right, si intitola Alberto Beneduce, Mussolini’s Technocrat. Power, Knowledge, and Institutions in Fascist Italy e ha come obiettivo quello di riempire un vuoto nella letteratura sul tema: ossia fornire una ricostruzione complessiva del ruolo di Beneduce che non si limiti alla dimensione economico-amministrativa del suo operato, ma che vada ad indagare la figura da una prospettiva anche e soprattutto politico-ideologica, ripercorrendone la carriera, le idee, l’incontro con Mussolini, i legami internazionali, i compromessi tra l’anima tecnocratica e quella politica, l’influenza in vita e l’eredità lasciata nel secondo dopoguerra. Il tutto calato nella specifica cornice storica e intellettuale di riferimento.

Si tratta di uno sguardo di insieme tale per cui attraverso la biografia di Beneduce passano la crisi dello Stato liberale, l’emergere e il consolidarsi del regime fascista, le strutture sopravvissute alla sua fine e che hanno caratterizzato la storia repubblicana.

Il saggio si apre con una citazione piuttosto suggestiva: «Chi comanda in Italia è Beneduce», dice nel 1934 un senatore intercettato dalla polizia fascista. Sebbene probabilmente esagerata, l’affermazione riesce comunque a cogliere l’influenza di Beneduce, avvertita e percepita dall’intero establishment, all’interno del sistema di potere del regime. Nel palcoscenico c’è il leader, Mussolini, il capo in comando. Dietro le quinte, vi è l’eminenza grigia, per citare un termine caro a Castellani, ossia il tecnocrate capace di mandare avanti la macchina amministrativa ed economica, traducendo la visione del leader in misure concrete. Una risorsa indispensabile per Mussolini, che non può farne a meno: da qui un rapporto ambiguo, ripercorso in modo analitico da Castellani, che vede Beneduce provenire dal riformismo nittiano e poi entrare in contatto con il fascismo pur senza aderire al PNF, lavorando per Mussolini come servitore dello Stato più che come servitore del Partito – fungendo peraltro da contrappeso rispetto ai giochi di potere interni. Un rapporto forse opportunista, sicuramente funzionale, atteso che tramite la propria scalata nelle gerarchie del regime Beneduce potrà mettere in pratica la sua visione capitalistica e segnatamente del ruolo dello Stato nell’economia.

Il momento storico, infatti, è ottimale: lo Stato liberale è in crisi, la complessità delle società moderne aumenta le istanze e gli interessi in gioco, la burocrazia si amplia inevitabilmente, le competenze si segmentano, le crisi come quella del 1929 costringono a misure nuove. In tutto questo, sebbene la visione di Beneduce non corrisponda perfettamente a quella di Mussolini, un punto in comune è quello del maggiore ruolo dello Stato. In questo senso, la visione più ideologica del Duce, peraltro intrisa di corporativismo, viene corretta, indirizzata da Beneduce verso forme di compromesso capaci di tenere assieme grande industria e Stato, burocrazie pubbliche e logiche privatistico-manageriali, creando un sistema misto destinato a plasmare il capitalismo italiano. Difatti, in coerenza con il panorama intellettuale dell’epoca, la riflessione di Beneduce si è da subito orientata verso il ruolo dello Stato, in particolare dinanzi al proliferare di nuovi e diversi interessi e micro-centri di potere. Da questo punto di vista, Beneduce ha da subito compreso, e interpretato, la crisi dello Stato liberale e l’emergere di nuovi paradigmi, a partire da innovative forme di Stato sia interventista che connotato da una strutturazione più pluralistica, in grado di diramarsi in diversi centri amministrativi capaci di intercettare i singoli interessi, con una maggiore connessione pubblico-privato, anche in senso orizzontale, rispetto alle vecchie concezioni monolitiche dello Stato.

Il cosiddetto «sistema Beneduce», ci dice Castellani, prende forma tra gli anni Dieci e gli anni Trenta del Ventesimo secolo ed è composto da diversi nuovi enti di carattere pubblicistico destinati a diventare centrali nel sistema finanziario italiano. Si parte già nel 1912, con la creazione dell’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni), per fare fronte all’emergere delle istanze di welfare e sicurezza sociale, nonché per muovere i capitali raccolti. Abbiamo poi nel 1919 il CREDIOP (Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche), per promuovere investimenti infrastrutturali nella ricostruzione del primo dopoguerra. Nel 1924 l’ICIPU (Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità), avente come obiettivo il sostegno alle compagnie attive nei servizi di pubblica utilità, a partire da quelle elettriche. Nel 1928 è il turno dell’ICN (Istituto per il Credito Navale), sì da sviluppare l’industria marittima. Infine, nel 1933 abbiamo l’istituzione del celebre IRI (Istituto Ricostruzione Industriale), risposta di ingegneria istituzionale-finanziaria alla Grande Depressione per salvare le principali banche nazionali, in seguito punto di congiunzione tra economia pubblica e privata, paradigma della tecnocrazia di Beneduce, alla luce del paradosso evidenziato dall’autore: un corpo pubblico che allo stesso tempo si emancipa dalla dimensione centralizzata statale e amministrativa, contornandosi di sfumature privatistiche e diramandosi in diverse isole tecnico-industriali.

Questo sistema fu assorbito e spesso alimentato dal regime. L’aspetto più interessante e su cui Castellani insiste maggiormente? Il delicato equilibro nella figura di Beneduce di techné e kratos, ossia della competenza tecnica interpretata dal suo sistema e l’acume politico, il ruolo ambiguo e complesso che spesso sfugge ai più: la transizione dal passato socialista-riformista al regime, il rapporto di reciproca funzionalità con Mussolini, il pendolo tra autonomia e servizio, tecnica e partito, potere ed esecuzione. Una capacità di adattarsi, cogliere opportunità, ampliare la propria sfera di influenza, scalare le gerarchie, ricevere protezione, mettere in atto le proprie idee pur agendo da dietro le quinte e in una logica di costante compromesso. Sono questi i sentieri inesplorati della sua biografia che Castellani mette in luce.

Anche e perché l’importanza di Beneduce non si esaurisce nello specifico periodo storico di attività, ma si protrae come eredità istituzionale e relazionale nel secondo dopoguerra. Dalla legge bancaria del 1936 (che rimarrà in vigore sino al testo unico bancario del 1993) a realtà come l’IRI, passando per un’intera generazione di allievi, una classe dirigente formatasi con Beneduce, tra influenza diretta e indiretta, e che sarà protagonista nella Prima Repubblica. La lista è lunga: tra gli altri, Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Pasquale Saraceno, ma anche Guido Carli, Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia. Conformazione del capitalismo italiano, strutture e corpi amministrativi, cornice giuridica, establishment. Un’eredità, scrive l’autore, che si è tradotta non solo in una «continuità dello Stato», ma anche in una «continuità delle classi dirigenti».

I paradossi e le contraddizioni non mancano. E riguardano l’Italia nel suo complesso. Un primo aspetto ironico, sottolinea nelle conclusioni Lorenzo Castellani, è il fatto che un socialista-riformista, e a-fascista, sia diventato l’architetto delle relazioni tra Stato e mercato durante il ventennio di Mussolini. Il secondo aspetto paradossale è che le istituzioni pubbliche e l’infrastruttura giuridico-economica costruite durante il fascismo abbiano poi rappresentato gli architravi centrali dell’economia mista del secondo dopoguerra. Per il resto, vale la pena riportare le parole finali dell’autore, capaci di sintetizzare perfettamente le complessità di un uomo e di un Paese intero.

«Beneath the linear narrative of history, lasting legacies of complexity and contradiction often lie hidden. The biography of Alberto Beneduce is one such case—a man who, despite his ideological distance from fascism, shaped the institutions of the authoritarian regime but at the same time, through his legacy, he built the foundations for the economic and administrative order of post-war republican Italy».

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e saggista. Ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine. È membro dell’Osservatorio Golden Power e scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche giuridico-economiche, scenari politici e internazionali. È autore di: “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” (Egea 2025) e “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici