Alessandro Barbero su Resistenza e 25 aprile
- 27 Aprile 2020

Alessandro Barbero su Resistenza e 25 aprile

Scritto da Alessandro Barbero

17 minuti di lettura

Il testo che qui proponiamo è tratto da una conversazione in diretta Facebook tra il Prof. Alessandro Barbero e il Collettivo Caciara, nuova realtà di elaborazione e proposta politica e culturale nata recentemente ad Ascoli Piceno. Il dialogo, che si è svolto il 25 aprile, ha visto come interlocutore di Barbero a nome degli organizzatori Niccolò.

La conversazione, prendendo avvio da un’analisi critica dell’esperienza della Resistenza nella provincia di Ascoli Piceno, guidata dalla Brigata Patrioti Piceni, e di alcuni suoi protagonisti illustri (Adriano Cinelli, Spartaco Perini e Cino Del Duca), ha allargato il suo focus arrivando a toccare temi fondamentali riguardanti l’intero fenomeno della Resistenza: l’importanza della memoria familiare in Italia, il coinvolgimento femminile nel processo di liberazione nazionale, l’impatto militare della guerra dei partigiani nel quadro complessivo del secondo conflitto mondiale, per arrivare poi alle controversie legate alle violenze perpetrate dalle parti, alla celebrazione della festa del 25 aprile e alle sorti future del ricordo di un momento fondativo della Repubblica Italiana.

Il presente testo, a cura di Andrea Raffaele Aquino e Filippo Vaccaro, risulta dalla rielaborazione, riveduta dagli organizzatori e dell’autore, dei contenuti espressi in quell’occasione. Il video completo dell’incontro è disponibile online sulla pagina Facebook del Collettivo Caciara. Si ringrazia il Prof. Barbero e il Collettivo Caciara per la disponibilità alla pubblicazione di questo testo.


La Resistenza: un’esperienza trasversale

Un elemento che è importante anzitutto sottolineare è il carattere trasversale e interclassista della Resistenza. E ribadirlo oggi, 25 aprile, risulta fondamentale perché esiste una parte del nostro Paese che è rimasta estranea – e in un certo senso ostile – alla Resistenza e che dalla famiglia ha imparato che il fascismo “non era poi così male”. Una parte del mondo non entusiasta dell’antifascismo si è convinta che la Resistenza sia stata una “cosa dei comunisti”. Ecco perché spesso in Italia oggi assistiamo al fenomeno abbastanza grottesco di alcuni politici che dichiarano di essere di destra e arricciano il naso quando sentono cantare “Bella ciao”, perché la considerano una canzone comunista. “Bella ciao” è, in realtà, una canzone di cittadini italiani che si svegliano al mattino e trovano il Paese invaso da dominatori stranieri.

Il punto è quindi che la Resistenza è un fenomeno che fu espressione di una sezione trasversale della società italiana, proprio perché si trattò di una sfida che investì l’intero Paese. L’intero Paese ha subito il fascismo e noi oggi non abbiamo alcuna remora nel dire che esso ha attecchito in tutte le classi sociali. Ovviamente occorre fare le dovute differenze: tra gli operai della Fiat a Torino o della Marelli a Sesto San Giovanni risultava più difficile trovare iscritti al partito fascista, ma c’erano anche lì, anche nel popolo, anche fra i contadini, fra gli operai e i disoccupati; c’erano i fascisti e c’erano i simpatizzanti. Quando un avvenimento delle dimensioni del fascismo investe un Paese – questo vale anche per la Resistenza, ed è una cosa di fronte a cui tutti devono fare una scelta –, non si può immaginare di prevedere la risposta dei cittadini. La Resistenza è un problema che riguardò tutto il Paese, con le dovute differenze. I militari si trovavano internati e resistettero in altra maniera, dai campi o dai lager, rifiutando ad esempio di aderire ai bandi della Repubblica di Salò. Quelli che riuscirono a non farsi portar via dai tedeschi dovettero decidere: migliaia di giovani militari furono costretti a scegliere tra tornare ad una casa magari lontanissima o unirsi alle bande che si stavano formando in montagna. Questo è il motivo per cui quando si passano in rassegna coloro che hanno fatto parte della Resistenza ci si trova di fronte ad una gradazione sociale variegata. È una caratteristica che si ritrova vistosissima in Piemonte, in cui ci sono valli come quelle del Biellese, abitate da operai – o meglio da contadini operai, che stavano in paese e avevano un pezzetto di terra, lavorando anche nel settore tessile –, zone da sempre sindacalizzate, che il regime fascista considerava con diffidenza, perché abitate da sovversivi. Delle bande del luogo naturalmente fecero parte gli operai e, difatti, esse si configurarono come garibaldine, egemonizzate in gran parte dal partito comunista. All’estremo opposto, a Torino, è emblematica la vicenda di palazzo Campana. Casa del Fascio fino al ‘45, il 25 aprile fu presa dai partigiani e ribattezzata – appunto – Campana, dal nome di battaglia di un comandante partigiano impiccato dai tedeschi nel 1944. Il comandante Campana era il marchese Cordero di Pamparato, ufficiale di carriera, nobile, cattolico e tuttavia comandante partigiano. In tutta Italia la Resistenza ha avuto questa caratteristica trasversale e, se ha coinvolto a tutti i livelli, è proprio perché un’infinità di gente si è trovata a dover decidere personalmente sulla propria pelle come agire.

Poi chiaramente va sottolineata la questione della differenza di età: anche da questo punto di vista la Resistenza è stata trasversale, nel senso che i comandanti del CLN, i responsabili politici o militari al vertice della Resistenza erano i generali naturalmente, persone di un’altra generazione, di un’altra età, ma chi ha fatto veramente la Resistenza sono stati i giovani. La Resistenza è stata una guerra, la guerra si può fare solo finché si è giovani. Questo è molto significativo perché il fascismo governava l’Italia da vent’anni: la scuola era fascista, i libri di testo erano fascisti. I partigiani furono praticamente tutti ragazzi e giovani, quindi appartenenti alla categoria più indottrinata dal fascismo, sebbene vi fosse tra quelli anche chi era stato indottrinato sul serio e impiegò molto tempo per capirlo; penso per esempio a Nuto Revelli, che è stato un comandante partigiano importantissimo e che però fino a quando non partì come sottotenente degli Alpini per la Campagna di Russia era convinto che l’Italia fascista avesse ragione, che la guerra contro i “rossi” fosse giusta.

 

La retorica della violenza partigiana e fascista

Un’altra tematica “contestata” è quella della presunta identità della violenza partigiana con la violenza fascista. I fatti di via Rasella per esempio (potremmo fare tanti altri esempi di azioni partigiane che hanno provocato rappresaglie) rispondono alla modalità con cui si combatteva; in questo caso la strategia consisteva nel far percepire al popolo il pericolo di avere i partigiani nelle vicinanze.

C’è una questione di cui non si finirà mai di discutere: dicendo che i partigiani non avrebbero dovuto mettere quella bomba a via Rasella – perché sapevano benissimo che, uccidendo dei tedeschi, costoro avrebbero messo in atto delle rappresaglie contro i civili –, si arriva all’illogico paradosso che non sarebbe possibile in nessun caso fare la guerra contro un regime malefico, contro un invasore che minaccia chi ad esso si oppone promettendo crudeltà e stragi. Ebbene, arrendersi e sottomettersi in questi casi non è una scelta così ragionevole. Certamente su certe azioni di guerra partigiane si continuerà a discutere, chiedendosi se alla fine i vantaggi non siano stati minori rispetto ai danni collaterali che hanno provocato. Penso ad esempio a quei casi in cui un’azione del tutto legittima di guerra dei partigiani si è tradotta nell’arresto e nell’esecuzione di persone pericolose, come ad esempio nel caso limite ed estremo dell’uccisione di Giovanni Gentile, il filosofo del regime. Di fronte a queste azioni è facile confondersi e non riconoscere che quando si è in guerra si tratta di uccidere dei nemici.

È il contesto che spiega le cose. Il vero problema nell’Italia di oggi non sono le polemiche sulle azioni di guerra dei partigiani, sulle quali si può discutere. Il problema sono le analisi alla Giampaolo Pansa, sono cioè quei casi, diventati ormai troppo frequenti, in cui si considerano singoli eventi concernenti non azioni di guerra dei partigiani ma violenze private per affermare che “anche i partigiani commettevano crimini” concludendo quindi che “erano tutti uguali”.

Di nuovo, è il contesto che è importante: in guerra succedono continuamente crimini ed errori. Un esercito in guerra commette in continuazione crimini, perché sono i singoli che li commettono: un esercito in guerra equivale ad un’infinità di persone armate, in pericolo, sotto stress e tra quelle persone si trovano naturalmente anche delinquenti comuni. La guerra è spaventosa e porta sempre con sé queste cose. Non si può credere che chi sta dalla parte giusta sia immune. Alla mia generazione, nutrita di film e di fumetti sulla Seconda guerra mondiale, veniva mostrato che i crimini erano commessi solo da tedeschi e giapponesi. Oggi, invece, nessuno ha più paura di dire che anche gli americani perpetravano crimini in Sicilia, che anche nell’ambito dell’occupazione della Sicilia da parte degli Alleati vi sono state stragi di civili, di prigionieri. Il punto focale è capire se si tratta di azioni che capitano inevitabilmente durante una guerra e che non vengono in nessun modo incoraggiate dai comandi, oppure se, invece, tali crimini sono ufficialmente ammessi e rivendicati, in quanto facenti parte del programma di una delle parti in causa. Nel caso del nazi-fascismo è così: si tratta di un mondo che ha inventato le camere a gas, per il quale uccidere intere popolazioni faceva parte di un programma dichiarato, dove la lotta contro la Resistenza è stata condotta in modo aperto, con torture e fucilazioni. Lo storico è consapevole che, andando ad osservare le cose da vicino, è sempre possibile trovare delle sfumature. Sappiamo che nella Repubblica di Salò vi erano bande armate che sequestravano, torturavano, uccidevano, ma sappiamo anche che alcune di esse furono messe fuori legge dalla stessa Repubblica, perché alcuni suoi funzionari erano inorriditi. Ma il fatto è che l’ideologia nazifascista prevedeva che si potesse e si dovesse picchiare, torturare, incarcerare, mettere a morte chi non era d’accordo e chi non ubbidiva, e quindi le torture e gli eccidi hanno accompagnato sistematicamente la condotta di guerra dei tedeschi e dei fascisti, fino all’ultimo giorno. Dall’altra parte, invece, c’era il mondo delle democrazie, e se gli eserciti delle democrazie, fra i quali anche i partigiani, hanno commesso anche crimini durante la guerra, non si è mai trattato di eccessi voluti o addirittura incoraggiati dall’alto.

Dunque, è chiaro che vi sono stati casi di partigiani che hanno commesso crimini, a volte anche di partigiani contro altri partigiani; è ovvio che sono successe cose come queste, così come è ovvio che gli americani probabilmente, avrebbero dovuto riflettere più a lungo prima di ridurre in cenere tante città tedesche e bruciare vivi centinaia di migliaia di civili. Tuttavia, nessuno per questo si permetterebbe di dire che le parti in causa si equivalevano e che, se avesse vinto Hitler, sarebbe stata la stessa cosa. Gli stessi criteri devono essere applicati da noi italiani quando si affronta il tema della nostra Resistenza e dei crimini che essa può aver commesso.

 

L’impatto militare della Resistenza italiana

A livello storico è oggi importante ribadire la valenza militare della Resistenza. L’idea secondo cui essa non ebbe alcuna importanza militare è una storiella che sentivo raccontare già quando ero ragazzino, negli anni Settanta. È uno degli argomenti da sempre usati dai tanti italiani che non sono amici della Resistenza, che non hanno nessuna simpatia per i partigiani, e che però si vergognerebbero di parlarne male spudoratamente e allora si attaccano all’argomento meschino secondo cui essa non avrebbe apportato un reale contributo nell’economia del conflitto. Devo dire che, se anche fosse vero, avrebbe ben poco rilievo, perché l’importanza della Resistenza è innanzitutto di tipo spirituale, simbolico; è il senso del riscatto di un Paese che esce da un’ubriacatura – quella fascista – durante la quale gli italiani avevano commesso crimini di tutti i generi contro loro stessi e contro gli altri popoli. Il fatto che una parte del Paese si ribelli contro tutto questo è di per sé fondamentale, sarebbe fondamentale anche se fosse vero che la Resistenza non ha avuto nessuna importanza militare.

Il problema è, però, che non è affatto vero che la Resistenza non ha avuto un impatto militare. Appare chiaro che la Resistenza italiana non ha liberato da sola il Paese, come invece è successo in pochi altri casi – il più eclatante è quello della Jugoslavia, dove un vero esercito partigiano ha progressivamente sconfitto il regime –. Altrove la Resistenza non ha in nessun modo avuto la forza di liberare da sola il proprio Paese. E tuttavia la Resistenza italiana si è configurata come una spina nel fianco continua per gli occupanti tedeschi e per la Repubblica di Salò. Questi dati si evincono dai rapporti dei gerarchi repubblichini e dalle memorie dei generali tedeschi: non, dunque, da un punto di vista di parte. Perfino a Roma, liberata i primi di giugno del ‘44, i tedeschi incontrarono difficoltà: il feldmaresciallo Kesselring affermò, durante il suo processo, che Roma fu, tra tutti i paesi occupati, la capitale che più diede problemi, dove soldati e ufficiali tedeschi venivano uccisi per la strada e dove era impossibile mandare le truppe in licenza dal fronte a riprendersi e riposarsi. Quanto alle regioni in cui la Resistenza è stata più massiccia – gran parte del Centro-Nord – in esse i tedeschi, per combattere i partigiani e per conquistare il controllo del territorio – dovettero impiegare parecchie divisioni, sebbene di seconda categoria, ma che dovettero essere distolte da altri fronti, dove avrebbero potuto rivestire un’utilità cruciale. Dal punto di vista militare è dunque evidente che la Resistenza ha avuto un suo peso. Non a caso, gli Alleati – americani e inglesi –, nonostante fossero preoccupati che ci potesse essere una Resistenza comunista, che avrebbe potuto in seguito minacciare di prendere il potere in altri Stati, sostennero comunque la Resistenza, ritenendola un contributo significativo al loro sforzo bellico. Ovviamente – ripeto – significativo e non decisivo, ma in guerra anche un piccolo margine può cambiare le cose.

 

Resistenza, giovani e memoria familiare

È ora di ammettere che una parte dell’Italia conserva una memoria familiare che non è la memoria della Resistenza, degli antifascisti, dei partigiani, ma è la memoria dei fascisti. L’Italia è un Paese dove la famiglia conta tantissimo, e la forza dei legami familiari in Italia probabilmente fa sì che questa memoria, in quanto diversa da quella dell’individuo, abbia da noi particolare rilevanza. Nel nostro Paese i legami tra vecchi e giovani sono più forti che altrove, com’è emerso con la questione del coronavirus: la morte di tanti anziani è stata spiegata scientificamente con il fatto che in Italia essi vivono molto più a contatto con i giovani, hanno rapporti più diretti con le generazioni successive.

L’Italia del 25 aprile del ‘45 usciva da una guerra civile in cui una grossa minoranza del Paese era chiaramente antifascista, aveva fatto la Resistenza e la sosteneva; un’altra minoranza del Paese era fascista e lo era rimasta fino all’ultimo. C’era poi una grossa parte del Paese che non era convinta né in un senso né nell’altro, che aveva imparato alla fine a odiare i fascisti – mentre invece all’inizio credeva nel Duce –, che odiava i tedeschi e che, però, aveva paura anche dei comunisti, che non amava i partigiani, che comportavano rischi. Ed ecco, allora, che la memoria del nostro Paese – quella che è stata trasmessa già alla mia generazione – si riassume talvolta in frasi del calibro di “ma non credere alla propaganda del governo, il fascismo non era poi così male” oppure “Mussolini ha fatto anche delle cose buone” e “i partigiani erano dei poco di buono”. Ora non si tratta di pensare, beninteso, che questa gente sia “fascista”. Qualcuno lo è: ci sono alcuni uomini che, ultimamente, hanno costruito una carriera politica sul proprio essere fascisti, da quando è diventato possibile rivendicarlo. Ma io credo che la maggior parte di queste persone non siano fascisti sul serio, nel senso che non vorrebbero che si ricominciasse con la camicia nera, il manganello, le adunate oceaniche, il sabato fascista e l’invasione dell’Etiopia; semplicemente una parte del Paese non ha vissuto la Resistenza dalla parte giusta e non ha trasmesso quella memoria ai suoi figli e ai suoi nipoti.

La Resistenza è stata determinante per quelle generazioni di giovani che erano cresciute dentro al fascismo, che non avevano conosciuto nient’altro oltre il fascismo e per le quali effettivamente la presenza del fascismo poteva apparire come qualcosa di immutabile. È risultato evidente in tempi più recenti che, per esempio, molti intellettuali e scrittori italiani, che erano giovani alla fine degli anni Trenta, partecipavano alle gare sportive e culturali che il fascismo organizzava. Vi partecipavano perché questo era ciò che il Paese offriva, e sembrava normale farlo. Quindi è lecito dire che la Resistenza ha cambiato la visione del mondo presso una generazione che il fascismo aveva cercato di mobilitare, o per lo meno di addormentare, e che invece in gran parte si è svegliata. Però naturalmente in quella generazione sono compresi anche i “ragazzi di Salò”, come si è cominciato a dire: quei ragazzi che credevano nei falsi valori ai quali erano stati indottrinati e che in buona fede erano convinti che la giusta causa fosse quella, e quindi si arruolavano nelle brigate nere e non nelle bande partigiane. Ed è proprio a partire da questi ragazzi di Salò, che erano “in buona fede”, che si è creato l’equivoco – un equivoco creato apposta, in mala fede, per chi ci gioca – per cui “tutti i morti sono uguali”, per cui conta soltanto se il singolo crede sinceramente in ciò che fa. Questo è un discorso completamente folle, perché anche i guardiani dei campi di sterminio credevano in ciò che facevano. La buona fede può salvare l’anima del singolo, per chi crede all’anima, ma non salva una causa.

I giovani, tuttavia, in parte hanno capito, hanno aperto gli occhi; in parte si sono aggrappati, invece, a quel mondo che crollava e che per loro non aveva alternative; infine ci sono stati tanti che navigavano un po’ a vista, perché noi non possiamo pensare che anche in un Paese totalitario, dominato dalla dittatura fascista, tutti fossero coinvolti in pieno nel modo in cui il fascismo voleva coinvolgere. Tutti dovevano fare i conti con l’iscrizione al partito, con la partecipazione al sabato fascista, all’adunata oceanica. Ma a parte questo, molta gente viveva la propria vita, naturalmente, preoccupandosi di un’Italia che era l’Italia fascista, ma era anche l’Italia di sempre, preoccupandosi delle proprie questioni, della famiglia, degli amori, dei figli, del lavoro, della salute. Tutta questa gente cosa rispondeva quando si chiedeva loro che cosa pensasse del regime? Molti avrebbero risposto diversamente a seconda dei momenti. In alcuni momenti si sarà pensato che Mussolini fosse un grand’uomo: in altri paesi era popolarissimo, Churchill lo considerava inizialmente un grande amico, l’Italia otteneva notevoli successi sportivi – abbiamo vinto due coppe del mondo di calcio negli anni Trenta –. Poi, quando cominciò la guerra, molti si sarebbero detti più dubbiosi; e quando ebbero luogo i bombardamenti alleati alle nostre città moltissimi cominciarono a cambiare opinione. Questa gente è quella che frequentava le adunate oceaniche e che è stata poi felicissima quando nel luglio del ’43 il re fece arrestare Mussolini, perché non ne poteva più della guerra, più che altro; che di fronte all’invasione, alla Repubblica di Salò, alle stragi tedesche, ha probabilmente deciso che il nazifascismo era una brutta cosa; ma non al punto di cambiare davvero nel profondo: c’era ancora chi riteneva che uno Stato autoritario fosse giusto, che ci volesse ordine, gerarchia, disciplina. La gente che pensava così del fascismo ha continuato a pensare così anche dopo. Ecco quindi che in Italia emerge da un lato la gente che ha aperto gli occhi, dall’altro, invece, un’Italia “di pancia” che non è cambiata così tanto.

È cambiata nel senso che nessuno di quelli che oggi non sono coinvolti dal 25 aprile vorrebbe davvero le camere a gas: da questo io credo che l’Italia sia stata liberata. Invece l’idea secondo cui “ognuno si deve fare i fatti suoi”, che “qui non si parla di politica”, che “il capo ha sempre ragione”, che “ci vuole l’uomo forte” – che sono alcune caratteristiche di quelli che accettavano il fascismo – non sono mai sparite. L’Italia da quel punto di vista è ancora quella.

 

L’Italia del Dopoguerra e i conti con il passato

L’Italia è uscita dalla Seconda guerra mondiale come Paese sconfitto e occupato, ma in modo un po’ diverso rispetto alla Germania e al Giappone, e non ha conosciuto una sua Norimberga proprio perché era riuscita a ottenere una posizione preferenziale tra i paesi sconfitti. Dobbiamo anche dire che non avere avuto una Norimberga, in quel momento, deve esser sembrato un successo, deve essere sembrata una grande cosa.

Non abbiamo avuto una Norimberga perché c’è stata una Resistenza, un movimento pienamente legale, riconosciuto dal governo italiano. Esisteva un governo italiano: esisteva la monarchia al Sud con il suo legittimo governo. Anche se di fatto il Paese era occupato dagli americani e dagli inglesi e questo governo aveva poco potere, è sempre rimasta una parvenza di amministrazione italiana sotto controllo alleato sul territorio che gradualmente veniva liberato, e il governo del Sud, che non riuscì a farsi riconoscere come alleato, ha comunque ottenuto un qualche merito: siamo stati definiti co-belligeranti e fu riconosciuto lo sforzo italiano di collaborare alla causa delle nascenti Nazioni Unite.

Gli Alleati hanno dunque lasciato all’Italia il compito di fare i conti con il fascismo e i suoi crimini. Io ho la netta impressione che nell’Italia di allora il non avere una Norimberga sia stato considerato un successo: non siamo stati considerati un Paese abbietto come la Germania nazista o il Giappone, dove i vincitori dovettero far pulizia moralmente degli spaventosi crimini commessi; ci siamo sentiti migliori, guardati dal mondo con meno orrore, salvati dall’umiliazione. Sono convinto che questo fosse il sentimento italiano allora. È lo stesso motivo per cui la defascistizzazione è stata condotta, in definitiva, in modo molto morbido. Dopo i primissimi giorni, dopo i tribunali perfettamente legali istituiti dai primi governi per condannare e, in molti casi, mettere a morte i peggiori criminali, si è deciso che la via italiana dell’antifascismo prevedeva anche una specie di riconciliazione nazionale, che non si doveva insistere troppo. Moltissime condanne a morte non sono state eseguite, sono state commutate, non c’è stata un’epurazione dei magistrati fascisti, dei poliziotti fascisti, se non in casi selezionati, ma non di massa. Tutto questo ha permesso all’Italia di vivere una condizione abbastanza pacifica, poco traumatica, ha risparmiato sangue, dolore e problemi a molti. Al tempo stesso ha fatto sì che in Italia la rigenerazione morale fosse meno totale rispetto a quanto accadde in Germania, dove il processo ebbe successo, e in parte anche in Giappone, sebbene rimangano aperte molte pagine sui crimini di guerra giapponesi. Indubbiamente in quei casi il cambiamento è stato più radicale, mentre l’Italia, invece, è andata incontro a una transizione più morbida, cambiando di meno rispetto a com’era prima, ai tempi del fascismo.

 

Il 25 aprile tra presente e futuro

Arriviamo alla giornata del 25 aprile e alla “crisi” di questa festa. Chi fa lo storico deve guardare i fatti negli occhi. I fatti sono che le pagine più drammatiche della storia, che hanno emozionato e coinvolto più profondamente la gente, col tempo tendono a impolverarsi. Questo succede inevitabilmente: basta fare l’esempio del Risorgimento. Se prescindiamo dalle polemiche strumentali che si fanno sull’Unità d’Italia, sui Savoia, sui Borboni, sui briganti, è difficile che ci si possa appassionare. Il Risorgimento è una pagina che conosciamo perché si studia a scuola e perché vediamo i monumenti nelle piazze, ma chi conosce davvero la storia del Risorgimento difficilmente si appassiona fino in fondo a quelle lotte e a quegli ideali. È difficile che si possa dopo tanto tempo vedere il mondo come lo vedevano gli uomini del tempo e capire come mai per loro fosse così importante parlare di Italia libera dallo straniero, di Italia unita, fino a farsi ammazzare per questo. Il Risorgimento è dunque un’esperienza di cui noi parliamo e che onoriamo ma senza la passione profonda che invece c’era allora.

So che ciò succederà anche alla Resistenza: verrà un giorno in cui la Resistenza sarà un argomento affrontato nei libri di storia e susciterà la stessa passione che può suscitare oggi il Conte di Cavour. Questo bisogna accettarlo, cercando di capire, invece, cos’è che va salvato di questo a tutti i costi. Bisogna stare attenti perché quando si vuole salvare a tutti i costi una memoria alle volte il rischio è che si finisca per imporla. Celebrazioni ufficiali e libri di testo che obbligatoriamente trattano tali argomenti implicano il rischio che tutto questo risulti controproducente. Bisogna rifletterci insieme e, soprattutto, bisogna che riflettano su questo le giovani generazioni, che di questi fatti hanno ormai una conoscenza soltanto indiretta.

Bisognerà giocare sul ricordo della Resistenza all’interno della Seconda guerra mondiale, perché essa, in quanto avvenimento colossale, continua ad esercitare notevole interesse. Bisognerà ricordare che la guerra non è stata solo una grandiosa avventura, ma ha rappresentato il momento in cui il mondo ha corso un rischio grandissimo. Questo lo possiamo comprendere ancora oggi: il rischio che si dica che, con tutti i problemi che presenta la democrazia, di essa potremmo anche fare a meno e che sarebbe molto meglio avere un’unica persona al comando.

Bisognerà ricordare l’importanza della democrazia. Negli anni Trenta le ideologie antidemocratiche, totalitarie, non soltanto erano la dottrina ufficiale in Italia o in Germania, ma avevano sedotto molta gente anche negli altri paesi democratici, persone che vedevano nell’uomo forte al comando la strada giusta da percorrere e il futuro dei loro paesi.

Questo è il contesto in cui si colloca la Resistenza: la Seconda guerra mondiale ha rappresentato il momento in cui si è capito che il sistema secondo cui l’uomo forte comanda e il popolo ubbidisce porta alla catastrofe, all’orrore, alla distruzione totale e che la democrazia, con tutti i suoi difetti, è invece l’unico sistema che crea un “riparo” per tutti.

Per questo non importa se i partigiani abbiano commesso dei crimini: avevano ragione comunque, stavano ad ogni modo dalla parte giusta e non erano uguali ai loro nemici. Lavorando su questo, non gridando al fascismo in senso astratto, si può andare avanti. Bisogna considerare concretamente quello che la democrazia ci consegna, perché è vero che ad oggi le democrazie ci offrono meno garanzie rispetto al passato, ma esse risultano preziose e inestimabili. Il 25 aprile del 1945 è il giorno in cui ufficialmente si è capito che in Italia saremmo stati una democrazia e non una dittatura ed è questo che bisogna continuare a ricordare adesso e per sempre.

 

Le donne e la Resistenza

Sulla questione dell’apporto delle donne alla Resistenza vorrei dire una cosa non facile e spero di non essere frainteso. È chiaro che le donne che hanno avuto l’opportunità di dare appoggio alla Resistenza e l’hanno scelta correndo gli stessi spaventosi rischi dei partigiani uomini, forse addirittura di più, perché nelle mani di carnefici una donna corre un rischio ancora maggiore, hanno dato prova di un eroismo assolutamente pari, se non superiore a quello dei partigiani in banda. Le donne hanno avuto dunque un ruolo indispensabile, dimostrando di essere in grado di compiere qualunque azione con lo stesso coraggio e lo stesso spirito di sacrificio degli uomini se non di più.

Di fatto però la Resistenza l’hanno fatta gli uomini. Si è trattato infatti di una guerra e la guerra l’hanno sempre fatta gli uomini. Non si poteva immaginare che le donne potessero partecipare ai combattimenti allo stesso modo degli uomini. Questo non accade nemmeno adesso, nelle nostre armate occidentali. Certo, l’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha sviluppato una mobilitazione tale da avere aerei da guerra pilotati da donne, batterie d’artiglieria con personale femminile. E tuttavia anche in quell’esercito le donne combattenti sono state una minoranza. Questo è ovvio, perché il mondo di allora non era il mondo di oggi, in cui diamo per scontato (anche se non tutti) che le donne possano fare pressappoco le stesse cose che può fare un uomo. Al di là di ciò, nel mondo di allora nessuno si immaginava che una donna prendesse fucile e mitra, ed esse non lo facevano, se non in casi minoritari, straordinari, tanto più straordinari in quanto andavano contro stereotipi ed aspettative della loro epoca. La Resistenza è una guerra in cui il ruolo delle donne è stato grandioso per eroismo, ma complessivamente minoritario. Questo lo si deve dire.

 

La Resistenza e il mestiere di storico

Io appartengo a famiglie – sia da parte di madre, sia da parte di padre – che non erano coinvolte nella Resistenza, anzi, avevano avuto familiarità piuttosto con l’altra parte. Dunque nella mia educazione da ragazzo ho raccolto i frutti, diciamo così, di quella parte del Paese che aveva aperto gli occhi e capito che il nazifascismo era da aborrire, che per fortuna le cose erano andate come sono andate; però al tempo stesso senza nessuna particolare simpatia per il movimento partigiano e per la Resistenza. Ho avuto la fortuna di farmi da ragazzo un’idea della storia di quegli anni e delle posizioni da prendere nel mondo di oggi. Sono uno che non l’ha ereditata per memoria familiare automatica, che in qualche modo l’ha scoperta. Ciò che potrei dire è che forse questo mi aiuta di più a capire che, mentre è ovvio che tra le due parti ce n’era una che combatteva per la giusta causa e un’altra che combatteva per la causa sbagliata, non bisogna tuttavia credere che fossero tutti bravi da una parte e tutti furfanti dall’altra. Non bisogna aver paura di dirlo: c’era anche tanta brava gente che ha creduto in Mussolini, che è stata fascista. Queste cose aiutano lo storico ad andare più in profondità nel comprendere un’epoca, mentre purtroppo la politica certe cose fa più fatica a dirle, perché la politica vive di cose dette in modo netto e non per sfumature.

Scritto da
Alessandro Barbero

Storico e scrittore, è professore ordinario di Storia medievale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale. Scrive su «La Stampa» e «Tuttolibri». Collabora con “Superquark” e le trasmissioni “Passato e presente” e “a.C.d.C.” in onda su Rai Storia. Tra le sue numerose pubblicazioni: “Carlo Magno. Un padre dell’Europa” (Laterza 2000), “Lepanto. La battaglia dei tre imperi” (Laterza 2010), “Il divano di Istanbul” (Sellerio, 2011), “Costantino il vincitore” (Salerno 2016), “Le parole del papa” (Laterza 2016) e “Caporetto” (Laterza 2017).

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