Algoritmi e democrazia. Intervista a Michele Mezza
- 20 Giugno 2018

Algoritmi e democrazia. Intervista a Michele Mezza

Scritto da Giacomo Bottos, Raffaele Danna, Luca Picotti

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Come gli algoritmi stanno cambiando il mondo? Come stanno trasformando giornalismo, politica, opinione pubblica, le nostre democrazie e le città in cui viviamo?

L’ultimo libro di Michele Mezza, Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto pubblicato da Donzelli editore e già recensito da Pandora, affronta con taglio critico i meccanismi attraverso cui la potenza dell’algoritmo sta agendo sulle nostre libertà. Per approfondire le questioni trattate nel libro e per condurre una discussione a tutto campo sull’importanza degli algoritmi nelle nostre società abbiamo deciso di proporre a Mezza un’intervista che pubblichiamo qui. I temi trattati spaziano dalla storia di Internet e dal ruolo del movimento del ‘68 al rapporto tra algoritmi e potere tracciando un percorso il cui filo comune è rappresentato dalla posta in gioco: il futuro della nostra democrazia, indissolubilmente legato alla potenza dell’algoritmo e alla nostra capacità di discuterne pubblicamente e negoziarne le logiche.

Michele Mezza, giornalista e docente di culture digitali all’Università Federico II di Napoli, è stato inviato del Giornale radio Rai in Russia e in Cina. Nel 1998 ha elaborato il progetto di Rai News 24, di cui è stato anche vicedirettore. Autore di numerosi volumi: Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale (2011), Avevamo la luna. L’Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant’anni dopo (2013) e Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di Facebook e Google (2015).


Internet dalle origini alla progressiva centralizzazione

Nel 1959 Adriano Olivetti sosteneva che la tecnologia avrebbe avviato l’uomo «verso una nuova condizione di libertà e di conquiste», convinto della forza emancipatrice del calcolo. Da questa affermazione prende spunto – a partire dal titolo – il Suo ultimo libro, Algoritmi di libertà. Quasi sessant’anni dopo, qual è il suo giudizio sul rapporto tra tecnologia e libertà? Si sta avverando quanto Olivetti si aspettava?

Michele Mezza: La visione di Adriano Olivetti è stata una straordinaria profezia. L’informatica, con la sua evoluzione dell’intelligenza artificiale, esattamente come prevedeva, ha liberato l’uomo da fatiche e sudditanze, innanzitutto dal lavoro materiale e ripetitivo. Ovviamente, come la storia ci insegna, nessuna tecnologia è mai buona di per sé. Mai un’innovazione è stata unilateralmente liberatoria se non è stata negoziata e adattata conflittualmente dal gioco degli interessi sociali. Pensiamo a cosa poteva essere la fabbrica fordista, all’inizio del Novecento, senza una martellante azione contrattuale del movimento del lavoro che ha trasformato un inferno in un eccezionale motore di civiltà. Oggi la potenza di calcolo non ha ancora trovato un soggetto negoziale che possa limitarne le degenerazioni e valorizzarne il suo potere liberatorio. Questo è il tema del mio libro.

È interessante notare che Internet, inizialmente sviluppato come una tecnologia militare in grado di garantire una comunicazione anche nel caso di un guasto su un nodo della rete, è una tecnologia radicalmente decentralizzata. Tuttavia, a partire soprattutto dagli anni Novanta e con la diffusione commerciale del World Wide Web, tale struttura decentralizzata è stata progressivamente “catturata” da aziende private, anche attraverso l’utilizzo di software proprietari. Una tecnologia che inizialmente era caratterizzata da una struttura radicalmente decentralizzata è andata sempre più evolvendo verso un sistema centralizzato e dominato da poche aziende. Sembrerebbe che l’espansione di un sistema decentralizzato abbia coinciso con la sua centralizzazione. Si trova d’accordo con questa narrazione? Quali sono state, a suo avviso, le tappe fondamentali dell’evoluzione del World Wide Web?

Michele Mezza: Internet nasce in realtà ben prima di Arpanet, che è quella ricerca di natura militare che puntava a difendere la funzionalità dei sistemi di comando anche da un attacco nucleare, proprio decentrandone i collegamenti. La logica di Internet nasce a metà degli anni Trenta, con un gioco dialettico fra grandi matematici, come Claude Shannon e Alan Turing, sociologi geniali, come Vannevar Bush e filosofi del sapere come Walter Benjamin. Ognuno aggiunge una propria pennellata ad un mosaico animato da un’incipiente ambizione sociale a divincolarsi dalla morsa dei mediatori che avevano dominato la scena fino ad allora. La svolta a mio parere arriva proprio sul finire del secondo conflitto mondiale, quando il dipartimento di stato americano comincia a riflettere sulla competizione con il modello sovietico. Vannevar Bush che guida quella ricerca nel luglio del 1945, a guerra ancora in corso, scrive un saggio memorabile – As We May Think – che indica nel passaggio dal lavoro manifatturiero a quello immateriale la mossa per sconfiggere il richiamo sovietico in occidente. Comincia così la lunga marcia che giunge fino a noi. Il World Wide Web è figlio di questa matrice concettuale e come spiega il suo inventore Tim Berners-Lee «Internet è un’innovazione sociale e non tecnologica».

Trova che lo sviluppo dell’era digitale abbia avuto delle radici nei movimenti del ’68? Si può affermare che l’utente dell’era digitale sia figlio dell’individuo slegato da ogni forma di condizionamento sociale della rivoluzione del ’68? E si può affermare che la visione neutra e liberatoria della tecnologia supportata da alcuni giganti dell’era digitale sia figlia di quella trasformazione antropologica? Infine, si può dire che i dirigenti della Silicon Valley, la cui convinzione nelle capacità di emancipazione della tecnologia è fuori discussione, siano ex rivoluzionari venuti a patti con le logiche di mercato?

Michele Mezza: Il ‘68, o meglio il ‘64 americano, è il momento in cui la palla di neve del digitale diventa una vera valanga. Il momento che io considero topico è proprio alla fine del ‘64, quando Mario Savio, a Berkeley lancia il movimento del free speech. In pochi mesi, negli stessi posti, le stesse persone, con gli stessi valori, e gli stessi obbiettivi, passano dalla mobilitazione anti autoritaria e libertaria al free software, aprendo una nuova era in cui appunto l’informatica diventa tecnologia di libertà. Ma quei pionieri nel giro di pochi anni si trovarono soli, ignorati e isolati dalla cultura e dalla politica di tutto il mondo, e divennero preda di una generazione speculativa che intuì subito la straordinaria potenzialità economica di quel linguaggio. Bill Gates e Steve Jobs seppero declinare gli istinti libertari e creativi di quel movimento in una strategia commerciale che gli permise di costruire i propri imperi che ancora ingabbiano l’ispirazione originaria. Ingabbiano ma non stravolgono. Le attuali convulsioni della rete contro i fenomeni più evidenti di monopolio dei poteri, come nel caso di Facebook e Cambridge Analytica, dimostrano che l’ispirazione iniziale rimane viva nella rete. In questo gioco di poteri l’unica cosa che ormai è acquisita è che non c’è nulla di neutro, tanto meno gli algoritmi e i dati: l’informatica è una forma di ideologia concentrata e calcolata.

Un potere non negoziato

Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple. Il mercato occidentale dell’informatica e della tecnologia è sempre più dominato da un numero ristretto di aziende americane che operano in un sistema, per lo meno, oligopolistico. Questa situazione è comprensibile in un contesto dichiaratamente centralizzato come quello cinese (dove operano i giganti omologhi: Baidu, WeChat, Alibaba), ma come è giustificabile in un luogo che, almeno a parole, fa del libero mercato la propria bandiera? Le ultime evoluzioni del settore della tecnologia possono essere considerate come un caso di market failure? A suo parere si tratta di un deficit di regolamentazione del settore? Vi sono altri fattori? Come è stato possibile lasciare che una tale massa di capitale, e di potere, si concentrasse nelle mani di così poche aziende?

Michele Mezza: Insisto nella tesi che tento di argomentare nel libro. Siamo ai primi passi di una nuova era sociale in cui ancora non ha preso forma un sistema dinamico di negoziato e conflitto per far evolvere socialmente il sistema economico. Internet rimane preda dei titolari degli algoritmi, come inizialmente il sistema industriale rimase preda di pochi Robber Barons che confiscarono risorse e materie prime. Poi via via la lotta e la contrapposizione degli interessi impose leggi anti trust e statuti di tutela del lavoro. Questo oggi è il buco nero: la negozialità del calcolo. Più che leggi io penso siano necessarie pratiche di contrapposizione sociale. Per questo io nel mio libro mi soffermo sui nuovi soggetti negoziali.

Insieme alla diffusione di internet e dei dispositivi ad esso collegati il ruolo degli algoritmi che processano e una dose sempre crescente di dati è diventato centrale, come è ben evidenziato nel suo ultimo libro. Il ruolo del regolatore, in questo ambito, è ancora non chiaro e in pieno sviluppo. Qual è la sua opinione: quale dovrebbe essere il giusto bilanciamento tra privato e pubblico nel controllo di questi strumenti? È più auspicabile il controllo privato dei padroni dei grandi dispositivi digitali o quello pubblico-statuale come in Cina? Esiste un modo che permetta di sfuggire al monopolio privato senza cadere al tempo stesso in forme di controllo statale che rischino di assumere carattere autoritario?

Michele Mezza: La valutazione che dobbiamo fare non riguarda il bilanciamento fra privato e pubblico quanto invece il peso e la pervasività di questi strumenti. Come già descritto nell’economia tradizionale dai premi Nobel Stiglitz e Akerlof, bisogna che ogni potere sia limitato nella sua capacità di creare asimmetrie e gerarchie immodificabili. Per questo si è sviluppata la normativa anti trust. Oggi siamo dinanzi ad un potere enorme, senza precedenti, in grado di influire direttamente sulle sinapsi delle persone. Questo potere non può essere lasciato né al monopolio dei pochi proprietari né all’uso di stati autocratici. Bisogna creare nuovi statuti che definiscano il calcolo un bene comune come l’acqua e i dati un sistema trasparente e vincolato come la TV. Algoritmi e database devono essere, come a sanità e l’istruzione, servizi pubblici fin dalla fase della ricerca, per non alterare gli equilibri sociali.

Il rapporto tra social media ed elezioni politiche è un tema estremamente attuale – pensiamo al caso Cambridge Analytica. La rete coinvolge e influenza una micro-massa, costituita – per usare le Sue parole – «dalla convergenza occasionale di stati d’animo di individui»: quanto può incidere questa sorta – sempre per usare le Sue parole – di partito momentaneo del «ribellismo molecolare» sulla tradizionale organizzazione partitica e rappresentativa e, più in generale, sui rapporti di rappresentanza e mediazione così come eravamo abituati a conoscerli? Oppure stiamo assistendo alla nascita di nuove forme di organizzazione politica, nate insieme alla sempre maggiore dimestichezza delle persone con gli strumenti digitali?

Michele Mezza: Cambridge Analytica è un punto di svolta, da questo momento nulla sarà più come prima, innanzitutto la democrazia. Siamo proprio in presenza di un salto di qualità, in cui la privatizzazione degli algoritmi e l’uso spregiudicato dei database ha stravolto e deviato il gioco democratico. Per questo credo, come dicevo prima, che bisogna intervenire su questi due fattori, sottraendoli dal gioco di potere sia dei proprietari che dei leader nazionali. Esattamente come si è fatto per i farmaci o la TV, dove funzionano le leggi civili.

Ritiene che il successo, almeno in termine di consensi, dei partiti antisistema degli ultimi anni sia dovuto anche all’utilizzo della rete? O si tratta di un’interpretazione parziale e in parte autoassolutoria? Qual è la responsabilità delle classi dirigenti e delle culture politiche dominanti degli ultimi decenni nel seguire paradigmi economici ma anche politici e culturali che hanno generato le condizioni che hanno permesso la nascita di tali movimenti? Ed esiste un nesso tra cause socio-economiche di lungo periodo e il mezzo di diffusione fornito dalle tecnologie digitali?

Michele Mezza: La coincidenza cronologica ci dice che dove c’è più rete c’è più populismo. Perché? Io penso che la rete, senza trasparenza e conflitti, produca una polarizzazione sociale, in cui viene schiacciata la middle class e si creano vaste aree espropriate da opportunità e accessi alle decisioni. Questo produce un ribellismo molecolare, come lo definisco nel libro che, combinato con gli effetti di una globalizzazione selvaggia, con lo spostamento di ricchezze e di protagonismo da aree geografiche tradizionalmente privilegiate ad altre aree, e la pressione delle trasmigrazioni, produce un mix esplosivo. Su tutto questo agisce poi una strategia mirata da parte di alcuni stati che hanno massimizzato il loro controllo sul sistema digitale e lo hanno diretto contro i nemici tradizionali, penso alla Russia di Putin o anche alla Cina, allora il risultato è una riclassificazione geopolitica del mondo.

Michele Mezza: chi sono i soggetti che negoziano l’algoritmo?

L’estrema pervasività dei social network, proprietari dei nostri dati personali e sempre più indirizzati a rinchiuderci nel nostro immaginario virtuale – un esempio tra gli altri: la progressiva abolizione della cronologia a favore di un’esposizione dei contenuti in base alla pertinenza (si pensi a Instagram) – sta cambiando le nostre vite. Lei ritiene sia necessario ribellarsi per rendere il nostro rapporto con i dispositivi digitali più trasparente. La domanda è: siamo sicuri che i consumatori e gli utenti siano veramente interessati a ribellarsi contro qualcosa che, dopotutto, dà loro benessere e soddisfazione a costi, apparentemente, molto bassi? In altri termini, il problema della trasparenza, dei monopoli e della privacy è veramente sentito dalla società o fa parte solo dei discorsi di accademici e intellettuali? Quanto è grave l’inconsapevolezza che pare esserci su questioni di così alto rilievo?

Michele Mezza: Qui arriviamo al cuore del nostro ragionamento. Più che chiedersi come ribellarsi bisogna interrogarsi su chi possa ribellarsi e negoziare. Nel mio libro faccio un ragionamento semplice. Nell’economia digitale non funziona il vecchio paradigma che vede i soggetti sociali identificati per l’unità di produzione o di servizio, ad esempio gli utenti di Facebook come gli operai della Ford. Funziona invece una contrapposizione di interessi fra soggetti che hanno possibilità concrete di interdire e danneggiare il proprio interlocutore, altrimenti nessuno si siede ad un tavolo di negoziato. Fra questi soggetti io penso ad esempio alle città, come community che abilitano, e dunque possono anche sminuire, il ruolo delle piattaforme e degli algoritmi, adottandoli per i propri servizi. Già in questa direzione si stanno muovendo i primi passi con negoziati a Milano con AirB&B sulle gestione degli algoritmi di allocazione dei turisti, oppure a Bologna con i rider e le gestione degli algoritmi di saturazione dei tempi di consegna. Altri soggetti negoziali sono le università, che producono, testano e collaudano gli algoritmi, oppure le categorie professionali, come i giornalisti o i medici, che si trovano nel pieno di un processo di automatizzazione delle proprie funzioni.

Per citare filosofi come Severino o Galimberti: l’uomo sarà subordinato alla potenza della Tecnica, destinata a diventare il fine ultimo dell’agire umano? Diventerà un funzionario del grande apparato tecnologico che lui stesso ha costruito? Oppure si tratta di una battaglia aperta contro un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di poche realtà non soggette ad alcun tipo di controllo democratico?

Michele Mezza: Io penso che la battaglia sia aperta, come lo è sempre stato al nascere di una nuova tecnologia, pensiamo al trauma del fuoco, o del bronzo, o ancora della staffa, o della stampa o infine dell’elettricità e del telefono. Sempre si è trattato di un nuovo inizio, in cui il sistema tecnologico sembrava prendere il sopravvento. Ricordiamo tutta la storia dei persuasori occulti con la pubblicità televisiva? Oggi si tratta poco più di un ricordo naïf di un mondo lontano.

Un’ultima domanda sulla professione del giornalista: quale deve essere il compito dei giornalisti dinanzi alle storture provocate dalla potenza di calcolo degli algoritmi e dai dispositivi digitali? Considerata anche la crisi della professione, come dovranno muoversi i giornalisti tra i grandi monopoli detentori della pubblicità e dalla forza contrattuale pressoché illimitata? Come è possibile garantire la liberà del giornalista nell’epoca del SEO?

Michele Mezza: Come sempre la libertà è limitata da un potere ostile. In passato i giornalisti hanno dovuto fronteggiare la minaccia della criminalità, nella fase pionieristica, poi dell’invadenza della proprietà, e ancora della pubblicità, oppure dell’intromissione della politica. Oggi il nuovo potere che tende a subordinare la produzione di informazione è l’algoritmo, ossia i sistemi che in real time, automaticamente selezionano e compongono i flussi di news. Ma il vero nodo che deve sciogliere un giornalista riguarda la trasformazione della sua attività professionale che sempre più tende a diventare una pratica sociale diffusa e gratuita. L’informazione non è più il disvelamento della notizia ma una continua conversazione circolare in cui utenti e produttori si cambiano continuamente il ruolo e la funzione. Il principale compito del giornalista è comprendere questa nuova realtà ed adattarsi, diventando un alleato del cittadino nell’impegno per rendere la tecnologia trasparente e condivisibile.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e coordinatore scientifico del Festival “Dialoghi di Pandora Rivista”. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

Scritto da
Raffaele Danna

Laurea in Filosofia all’Università di Bologna e PhD in History presso la University of Cambridge, Pembroke College. Dopo un periodo presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Istituto di Economia, è attualmente Max Weber Fellow presso lo European University Institute, Faculty of History.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del Diritto dei trasporti e commerciale. Autore di “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023). Su «Pandora Rivista» si occupa soprattutto di temi giuridico-economici, scenari politici e internazionali.

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