Algoritmi e democrazia. Intervista a Michele Mezza

Michele Mezza

Come gli algoritmi stanno cambiando il mondo? Come stanno trasformando giornalismo, politica, opinione pubblica, le nostre democrazie e le città in cui viviamo?

L’ultimo libro di Michele Mezza, Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto pubblicato da Donzelli editore e già recensito da Pandora, affronta con taglio critico i meccanismi attraverso cui la potenza dell’algoritmo sta agendo sulle nostre libertà. Per approfondire le questioni trattate nel libro e per condurre una discussione a tutto campo sull’importanza degli algoritmi nelle nostre società abbiamo deciso di proporre a Mezza un’intervista che pubblichiamo qui. I temi trattati spaziano dalla storia di Internet e dal ruolo del movimento del ‘68 al rapporto tra algoritmi e potere tracciando un percorso il cui filo comune è rappresentato dalla posta in gioco: il futuro della nostra democrazia, indissolubilmente legato alla potenza dell’algoritmo e alla nostra capacità di discuterne pubblicamente e negoziarne le logiche.

Michele Mezza, giornalista e docente di culture digitali all’Università Federico II di Napoli, è stato inviato del Giornale radio Rai in Russia e in Cina. Nel 1998 ha elaborato il progetto di Rai News 24, di cui è stato anche vicedirettore. Autore di numerosi volumi: Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale (2011), Avevamo la luna. L’Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant’anni dopo (2013) e Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di Facebook e Google (2015).


Internet dalle origini alla progressiva centralizzazione

Nel 1959 Adriano Olivetti sosteneva che la tecnologia avrebbe avviato l’uomo «verso una nuova condizione di libertà e di conquiste», convinto della forza emancipatrice del calcolo. Da questa affermazione prende spunto – a partire dal titolo – il Suo ultimo libro, Algoritmi di libertà. Quasi sessant’anni dopo, qual è il suo giudizio sul rapporto tra tecnologia e libertà? Si sta avverando quanto Olivetti si aspettava?

Michele Mezza: La visione di Adriano Olivetti è stata una straordinaria profezia. L’informatica, con la sua evoluzione dell’intelligenza artificiale, esattamente come prevedeva, ha liberato l’uomo da fatiche e sudditanze, innanzitutto dal lavoro materiale e ripetitivo. Ovviamente, come la storia ci insegna, nessuna tecnologia è mai buona di per sé. Mai un’innovazione è stata unilateralmente liberatoria se non è stata negoziata e adattata conflittualmente dal gioco degli interessi sociali. Pensiamo a cosa poteva essere la fabbrica fordista, all’inizio del Novecento, senza una martellante azione contrattuale del movimento del lavoro che ha trasformato un inferno in un eccezionale motore di civiltà. Oggi la potenza di calcolo non ha ancora trovato un soggetto negoziale che possa limitarne le degenerazioni e valorizzarne il suo potere liberatorio. Questo è il tema del mio libro.

È interessante notare che Internet, inizialmente sviluppato come una tecnologia militare in grado di garantire una comunicazione anche nel caso di un guasto su un nodo della rete, è una tecnologia radicalmente decentralizzata. Tuttavia, a partire soprattutto dagli anni Novanta e con la diffusione commerciale del World Wide Web, tale struttura decentralizzata è stata progressivamente “catturata” da aziende private, anche attraverso l’utilizzo di software proprietari. Una tecnologia che inizialmente era caratterizzata da una struttura radicalmente decentralizzata è andata sempre più evolvendo verso un sistema centralizzato e dominato da poche aziende. Sembrerebbe che l’espansione di un sistema decentralizzato abbia coinciso con la sua centralizzazione. Si trova d’accordo con questa narrazione? Quali sono state, a suo avviso, le tappe fondamentali dell’evoluzione del World Wide Web?

Michele Mezza: Internet nasce in realtà ben prima di Arpanet, che è quella ricerca di natura militare che puntava a difendere la funzionalità dei sistemi di comando anche da un attacco nucleare, proprio decentrandone i collegamenti. La logica di Internet nasce a metà degli anni Trenta, con un gioco dialettico fra grandi matematici, come Claude Shannon e Alan Turing, sociologi geniali, come Vannevar Bush e filosofi del sapere come Walter Benjamin. Ognuno aggiunge una propria pennellata ad un mosaico animato da un’incipiente ambizione sociale a divincolarsi dalla morsa dei mediatori che avevano dominato la scena fino ad allora. La svolta a mio parere arriva proprio sul finire del secondo conflitto mondiale, quando il dipartimento di stato americano comincia a riflettere sulla competizione con il modello sovietico. Vannevar Bush che guida quella ricerca nel luglio del 1945, a guerra ancora in corso, scrive un saggio memorabile – As We May Think – che indica nel passaggio dal lavoro manifatturiero a quello immateriale la mossa per sconfiggere il richiamo sovietico in occidente. Comincia così la lunga marcia che giunge fino a noi. Il World Wide Web è figlio di questa matrice concettuale e come spiega il suo inventore Tim Berners-Lee «Internet è un’innovazione sociale e non tecnologica».

Trova che lo sviluppo dell’era digitale abbia avuto delle radici nei movimenti del ’68? Si può affermare che l’utente dell’era digitale sia figlio dell’individuo slegato da ogni forma di condizionamento sociale della rivoluzione del ’68? E si può affermare che la visione neutra e liberatoria della tecnologia supportata da alcuni giganti dell’era digitale sia figlia di quella trasformazione antropologica? Infine, si può dire che i dirigenti della Silicon Valley, la cui convinzione nelle capacità di emancipazione della tecnologia è fuori discussione, siano ex rivoluzionari venuti a patti con le logiche di mercato?

Michele Mezza: Il ‘68, o meglio il ‘64 americano, è il momento in cui la palla di neve del digitale diventa una vera valanga. Il momento che io considero topico è proprio alla fine del ‘64, quando Mario Savio, a Berkeley lancia il movimento del free speech. In pochi mesi, negli stessi posti, le stesse persone, con gli stessi valori, e gli stessi obbiettivi, passano dalla mobilitazione anti autoritaria e libertaria al free software, aprendo una nuova era in cui appunto l’informatica diventa tecnologia di libertà. Ma quei pionieri nel giro di pochi anni si trovarono soli, ignorati e isolati dalla cultura e dalla politica di tutto il mondo, e divennero preda di una generazione speculativa che intuì subito la straordinaria potenzialità economica di quel linguaggio. Bill Gates e Steve Jobs seppero declinare gli istinti libertari e creativi di quel movimento in una strategia commerciale che gli permise di costruire i propri imperi che ancora ingabbiano l’ispirazione originaria. Ingabbiano ma non stravolgono. Le attuali convulsioni della rete contro i fenomeni più evidenti di monopolio dei poteri, come nel caso di Facebook e Cambridge Analytica, dimostrano che l’ispirazione iniziale rimane viva nella rete. In questo gioco di poteri l’unica cosa che ormai è acquisita è che non c’è nulla di neutro, tanto meno gli algoritmi e i dati: l’informatica è una forma di ideologia concentrata e calcolata.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Internet dalle origini alla progressiva centralizzazione

Pagina 2:  Un potere non negoziato

Pagina 3: Michele Mezza: chi sono i soggetti che negoziano l’algoritmo?


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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso all'Università di Milano e presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Raffaele Danna: Classe 1991. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia. Luca Picotti: Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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