“Alla ricerca della banca perduta” di Marco Onado
- 06 Giugno 2017

“Alla ricerca della banca perduta” di Marco Onado

Scritto da Gianluca Piovani

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Onado a proposito di banche, liberismo e finanziarizzazione

Il liberismo si fonda sull’ipotesi di mercato perfetto. In sostanza questa ipotesi consiste nel ritenere l’attività economica privata il modo migliore di organizzare un’economia: se lasciati liberi di agire, i privati massimizzeranno la propria utilità la quale in realtà coincide anche con quella della società nel suo insieme. Lasciare il massimo della libertà (da cui la parola liberismo) agli operatori economici relegando lo stato ad un ruolo secondario secondo queste teorie permette all’economia di autogestirsi in modo perfetto come se fosse guidata da quella che in letteratura viene chiamata una “mano invisibile”. La regolamentazione è quindi in genere vista in modo molto negativo come un’inutile ed anzi dannosa pastoia; in accordo a tale visione a partire dagli anni Ottanta si è assistito a una grande liberalizzazione del sistema finanziario che ha permesso l’unificazione dei due fino ad allora separati modelli di banca tradizionale ed universale causando un enorme incremento delle dimensioni delle principali banche ed una forte finanziarizzazione.

La grande libertà concessa agli operatori ha d’altra parte avuto come effetto una massimizzazione dell’utilità predatoria e basata sul breve termine che nella pratica economica è stata costruita tramite l’accumulazione di debito. Il debito permette infatti di godere di ricchezze non possedute scaricando sul futuro il problema di ripagarlo. Il debito crea inoltre un meccanismo di così detta leva (o in inglese leverage); per spiegarlo ricorrerò ad un esempio. Consideriamo un investimento che fra un anno renderà 120 euro e che richieda di impiegare nel presente 100 euro. Nel caso tale investimento sia finanziato con denari propri, il tasso di rendimento sarà chiaramente pari al 20%. D’altra parte è possibile utilizzare diciamo 90 euro di debito e solamente 10 euro propri; si consideri il caso in cui il debito costi il 10% e quindi fra un anno debba essere estinto con un pagamento di 99 euro. Rimarranno quindi 21 euro di profitti, i quali commisurati ad un capitale proprio di 10 costituiscono un profitto del 110%. Non male comparato con il precedente 20%!

Sfortunatamente però l’indebitamente presenta anche alcune problematiche. Si consideri il caso in cui l’investimento vada male e renda non i 120 euro attesi ma solamente 90 euro. Nel caso di non indebitamento si avrà una perdita del 10% mentre invece nel caso di indebitamente si brucerà completamente il capitale investito e rimarrà ancora un buco di 9 euro equivalente cioè ad un ulteriore 90% del capitale iniziale. In altre parole la leva è un moltiplicatore che finché le cose vanno bene le farà andare molto bene, ma quando invece le cose vanno male le farà andare molto male.

Le cose sono andate relativamente bene fino al 2008. Nel lasso di tempo tra anni Ottanta e 2008 le banche hanno incrementato le loro dimensioni usando il debito, la finanza e i derivati. Il ciclo economico positivo è stato moltiplicato a tal punto da rendere la concessione del credito incontrollata ed incorporata in strumenti finanziari opachi impacchettati a loro volta all’interno di altri strumenti finanziari ancora più opachi (le cosiddette securitizzazioni) che in base ad equazioni complesse risultavano avere qualità elevata e rischio basso.

Regolatori ed accademici hanno plaudito a questo sviluppo senza moderazione ritenendolo alla luce delle teorie liberiste un’espansione desiderabile del settore privato che non poteva che aumentare il benessere della società. Tale giustificazionismo ha creato un senso di potere universale e di impunità che ha avuto effetti deleteri sugli ambienti manageriali delle grandi istituzioni finanziarie. Vari recenti scandali finanziari descrivono bene tale cultura: l’aggiotaggio dei più rilevanti mercati al mondo (LIBOR-EURIBOR e FOREX) da parte di gruppi informalmente auto denominatisi il cartello o la mafia, scandali riguardanti la vendita a consumatori di prodotti incomprensibili e complessi poi risultati truffe, riciclaggio di denaro proveniente da paesi sospetti di finanziare il terrorismo ed altre attività illecite, le perdite di 6 miliardi derivanti dall’attività incontrollata di un unico trader (denominato la balena londinese) di JP Morgan nel 2013.

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Scritto da
Gianluca Piovani

Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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