“Altre Afriche. Racconti di paesi sempre più vicini” di Andrea de Georgio
- 14 Novembre 2017

“Altre Afriche. Racconti di paesi sempre più vicini” di Andrea de Georgio

Scritto da Edoardo Baldaro

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L’Africa è il nostro specchio

Il primo mito che nel lavoro di de Georgio viene chiaramente confutato, riguarda il fatto che l’Africa sia un luogo lontano, periferico e cristallizzato in un perenne sottosviluppo che impedisce all’uomo africano di “entrare abbastanza nella storia”.[3] Al contrario, il continente e i suoi abitanti sono pienamente inseriti all’interno del nostro sistema internazionale. Una ragazza di Dakar può recarsi all’università ascoltando musica inglese sull’Ipod, mentre una signora di Abidjan si tiene aggiornata sull’ultima moda parigina leggendo Vogue France e un giovane Tuareg del Niger aspetta con ansia l’ultimo film di Tarantino da vedere sullo smartphone di produzione cinese. Questi sono tutti piccoli esempi, che mostrano al lettore come esista ormai un immaginario e un quotidiano collettivo, che traducono in senso pratico il vasto concetto di “globalizzazione”. La grande porosità dei sistemi economici locali, unita all’esplosione dell’export cinese e alla bassa età media della popolazione – l’Africa, continente più “giovane” del pianeta, è un bacino enorme e in espansione di consumatori avidi di nuove tecnologie e prodotti globali – fanno anzi si che in Africa, la globalizzazione agisca in maniera diretta e non mediata, plasmando la vita delle persone e influenzando le dinamiche politiche, sociali ed economiche di intere nazioni.

Se infatti la presenza di merci e prodotti cinesi, europei ed americani costituisce un indicatore particolarmente visibile della diffusione del modello capitalistico basato sul consumo individuale, altri elementi raccontano dell’esistenza di un quadro ancora più sfaccettato e complesso, che sta determinando profondissime trasformazioni sul continente. Moltissime sono le informazioni fornite a tal proposito da de Georgio. Alcune raccontano di fenomeni più conosciuti, e che affondano le radici nella storia e nell’instaurarsi di rapporti diseguali tra ex colonizzati ed ex (?) colonizzatori. Questo è ad esempio il caso del Franco CFA, la moneta utilizzata in 14 paesi dell’Africa occidentale e centrale, erede diretta del Franco delle colonie francesi, tuttora ancorato all’Euro ed indirettamente controllato dalla Banca Centrale di Francia.

Più recente invece, è il fenomeno che sta portando alla ridefinizione degli spazi e dei confini in Africa. In questo caso, è l’Unione Europea – e in seconda battuta gli Stati Uniti – ad apparire come uno dei principali protagonisti. L’ “emergenza” migratoria ha spinto l’Unione a sviluppare uno sforzo multisettoriale senza precedenti sul continente, mirante a far implementare ai partner africani una politica di controllo dei confini e dei flussi migratori, che sta avendo un impatto diretto su attività economiche e solidarietà sociali esistenti da secoli, e su cui si fonda la sussistenza di milioni di persone. Particolarmente colpito appare essere il Sahel, regione di passaggio tra l’Africa sub-sahariana e il nord Africa, in cui l’Unione Europea sembra aver ormai posto le proprie nuove frontiere. Non solo paesi come il Niger ed il Mali rischiano di uscire definitivamente dalla cornice istituzionale di organizzazioni regionali quali la CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) – nata ispirandosi ai principi di libera circolazione ed integrazione economica alla base dell’Unione Europea – ma la criminalizzazione generalizzata di interi settori economici basati sugli scambi transfrontalieri, minaccia di far accrescere a dismisura il numero di disoccupati e diseredati, costretti a trovare nuove soluzioni per la propria sopravvivenza.

Più in generale, la nuova competizione geopolitica ed economica che vecchie e nuove potenze stanno mettendo in pratica intorno alle risorse e ai mercati del continente, sta contribuendo a rafforzare anche in Africa un fenomeno che appare sempre più essere alla base del nostro sistema, ovvero l’aumento esponenziale delle sperequazioni economiche, che finiscono per dividere le società tra un gruppo limitato di “vincitori”, e una grande massa di “sconfitti”. Anche in questo caso, l’autore ci mostra come l’Africa sia cartina al tornasole delle dinamiche internazionali, parlandoci delle forme di “resistenza” messe in atto dalle popolazioni. Da un lato, le proteste che nel 2014 hanno messo fine al regime di Blaise Compaoré in Burkina Faso, suggeriscono come esista ancora fiducia in principi quali giustizia e democrazia, e nella loro capacità di fare cambiare le cose. Dall’altro, assume però un altro significato anche il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo di matrice islamica, che tocca ormai l’intera Africa Occidentale: nella violenza armata e nel terrorismo infatti, sempre più esclusi – principalmente giovani e disoccupati – stanno trovando nuovi strumenti per dare forma e senso alla propria rabbia verso un sistema che li emargina e li “schiaccia”,[4] proponendo un parallelo interessante – anche se in parte un po’ forzato – con quei fenomeni di protesta dal basso, che stanno attraversando le società occidentali.

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Scritto da
Edoardo Baldaro

Nato a Bologna, dopo aver conseguito il dottorato in Scienze Politiche presso la Scuola Normale Superiore (sede di Firenze), è attualmente assegnista di ricerca in Relazioni Internazionali presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Si occupa principalmente di conflitto e sicurezza in Sahel, e delle politiche estere occidentali nell’area.

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