“Altre Afriche. Racconti di paesi sempre più vicini” di Andrea de Georgio

de Georgio

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L’Africa è il nostro futuro

«Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro»

Andrea de Georgio decide di affidare l’apertura del primo capitolo del proprio libro a questa breve citazione di Cheik Anta Diop.[5] La scelta non è ovviamente casuale: come sottolinea anche Lucio Caracciolo nella sua prefazione, questo libro conferma e sviluppa un’idea, che si sta affermando sempre più presso esperti e decisori, ovvero che l’Africa detiene le chiavi del nostro futuro.

Nell’ambito del dibattito politico contemporaneo in realtà, dire che dall’Africa giungerà il nostro futuro assume quasi un suono sinistro, come una promessa di minaccia prossima e incombente. Sulle pagine dei giornali e in televisione vediamo scorrere immagini di povertà e violenza, cui spesso si accompagnano titoli che parlano di invasione, terrorismo e malattie. Una narrazione chiaramente grottesca e a tratti criminale, ma che sta tristemente trovando un proprio pubblico in Europa. Il messaggio contenuto nel libro di de Georgio si pone in totale contrapposizione rispetto a tutto ciò. In un mondo interconnesso e altamente tecnologizzato, dove benessere economico, stabilità politica e sicurezza fisica di persone e nazioni dipendono dal raggiungimento di un equilibrio complesso, multilivello e ormai deterritorializzato, l’Africa non può più essere considerata come una lontana culla del caos. Le sfide ambientali, economiche e sociali che si porranno davanti all’umanità nel corso di questo secolo, pretenderanno l’elaborazione di risposte coordinate e collettive, in cui popoli e governi africani – che purtroppo molto spesso non condividono gli stessi interessi ed obiettivi – siano pienamente coinvolti.

In questa cornice, la questione migratoria è ovviamente centrale. Lo spostamento di persone, lavoratori e speranze da un continente in pieno boom demografico – in Niger ad esempio, la media è di più di sette figli per donna – ma anche sottoposto a un’incipiente desertificazione nella sua fascia saheliana, verso un’Europa sempre più vecchia e poco dinamica, rientra in un più vasto movimento di redistribuzione delle risorse su scala globale, che può forse essere in parte governato, ma sicuramente non arrestato. Consapevole dell’importanza della questione, e della centralità assunta nel dibattito pubblico europeo dal Sahel, de Georgio decostruisce una serie di convinzioni che stanno ispirando la risposta – eminentemente securitaria – fornita dall’Europa rispetto ai flussi migratori africani.

In particolare, raccontando di Niger, Senegal o Burkina Faso, due sono i punti su cui si sofferma. In primis, i migranti non sono vittime, spersonalizzate e depoliticizzate, di un contesto avverso, ma sono soggetti consapevoli, individui dotati degli strumenti necessari per comprendere e muoversi nel mondo. In tal senso, molto spesso questi rappresentano veramente una “risorsa”, intesa in senso anche umano e culturale, in grado di restituire vitalità ad economie e società sempre più conservatrici e sclerotizzate. In secondo luogo, la stessa “tratta” dei migranti non è il risultato dell’azione di qualche organizzazione criminale transnazionale. Molto spesso i passeurs, che permettono ai migranti di attraversare frontiere e deserti, sono soggetti auto-organizzati, e inseriti in reti di scambio informale il cui scopo principale è quello di compartecipare al business generato da questo movimento di persone. Esistono ovviamente imprenditori criminali e predatori, che sfruttano ed abusano dei migranti ben prima che questi giungano in Libia. Questi però sono soggetti che quasi mai finiscono nella rete dei controlli nazionali anti-migrazioni, ma anzi prosperano in un contesto in cui le azioni repressive degli stati locali – “suggerite” dai partner europei – aumentano i rischi e dunque i costi associati a questa attività.

L’analisi, con cui de Georgio ridefinisce molte delle nostre certezze riguardanti il funzionamento dei flussi migratori provenienti dall’Africa, rappresenta solo un possibile esempio, del grande lavoro svolto dall’autore, per riuscire a decostruire pregiudizi e dicotomie sull’Africa. In questa epoca storica e in questo contesto politico, Altre Afriche deve essere accolto come una ventata di aria fresca e come un’opera necessaria, per poter comprendere ciò che sta avvenendo in un luogo che non ci è mai stato così vicino.

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[1] Ryszard Kapuściński (2000), Ebano, Feltrinelli.

[2] Ibid.

[3] La formula è tratta dal famoso discorso tenuto dal neo-eletto presidente francese Nicholas Sarkozy all’Università Cheik Anta Diop di Dakar nel 2007. Riprendendo un linguaggio attribuibile ad alcuni scritti di Hegel, in quell’occasione Sarkozy affermò che il principale problema dell’Africa fosse l’aver mancato il proprio ingresso nella storia, rifiutando ogni idea di progresso e cambiamento.

[4] Principale sostenitore della cosiddetta tesi della “islamizzazione del radicalismo” è il politologo Olivier Roy. Questi ha espresso un sunto delle proprie posizioni nell’articolo “Le Djihadisme est une révolte générationelle et nihiliste”, pubblicato su Le Monde il 24 novembre 2015, e disponibile all’indirizzo http://www.lemonde.fr/idees/article/2015/11/24/le-djihadisme-une-revolte-generationnelle-et-nihiliste_4815992_3232.html

[5] Cheik Anta Diop (1923-1986) è stato uno storico, antropologo e fisico senegalese, nonché uno dei più grandi e influenti intellettuali africani della sua generazione. Noto soprattutto per i suoi studi sull’Africa pre-coloniale e per le sue tesi riguardanti l’origine africana della civiltà egizia, è stato un fervente sostenitore del pan-africanismo. Porta il suo nome l’università di Dakar, una delle più importanti università dell’Africa francofona.


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Nato a Bologna, dopo aver conseguito il dottorato in Scienze Politiche presso la Scuola Normale Superiore (sede di Firenze), è attualmente assegnista di ricerca in Relazioni Internazionali presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Si occupa principalmente di conflitto e sicurezza in Sahel, e delle politiche estere occidentali nell’area.

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