Amartya Sen e la democrazia del ragionamento. Intervista a Mattia Baglieri
- 22 Maggio 2020

Amartya Sen e la democrazia del ragionamento. Intervista a Mattia Baglieri

Scritto da Consuela Torelli

13 minuti di lettura

La biografia intellettuale dell’economista Amartya Sen curata da Mattia Baglieri dal titolo Amartya Sen. Welfare, educazione, capacità per il pensiero politico contemporaneo (Carocci, Roma 2019, 232 pagine) ripercorre la critica di Sen nei confronti dell’attuale concetto di PIL, considerato quale unico indicatore della ricchezza economica. La concezione democratica di Sen e la sua teoresi economica si nutrono della rilettura costante dei grandi classici del pensiero economico e politico antico, moderno e contemporaneo: da Aristotele ad Adam Smith e John Stuart Mill, da Karl Marx a John Rawls, sino ai contemporanei Martha Nussbaum e Samuel Huntington, e passando per gli indiani Ashoka, Gandhi e Tagore. Il libro di Mattia Baglieri è tutto teso a mettere in luce come per Amartya Sen la ricchezza sia principalmente frutto dell’umanesimo dei valori e dell’impegno dei governi per promuovere benessere e capacità individuali, in un dialogo appassionato che può unire, anziché dividere, le tradizioni culturali del mondo di oggi. Abbiamo incontrato l’Autore per una conversazione sulla concezione seniana di liberaldemocrazia contemporanea.

Mattia Baglieri è Dottore di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Già Visiting Scholar all’Università Columbia e all’UNESCO, si occupa di divulgazione per l’INVALSI, dopo aver lavorato per AlmaLaurea, Fondazione Agnelli e Treccani. I suoi contributi di ricerca sul pensiero di Amartya Sen e Martha Nussbaum sono apparsi sulle riviste internazionali «Political Studies Review» e sul «Journal of Human Development and Capabilities» e, in Italia, sulle riviste «Nuova Informazione Bibliografica» (il Mulino) e «Governare la Paura» (Università di Bologna). 

Mattia Baglieri


Dottor Baglieri, Amartya Sen e Mahbub ul Haq hanno introdotto il concetto di «sviluppo umano» all’interno del primo Human Development Report (UNPD, 1990), dove veniva definito come un «processo di espansione delle possibilità di scelta assegnate alle persone», in risposta ai tradizionali indicatori econometrici fondati sulla crescita e sul Prodotto Interno Lordo (PIL). Tale concetto ha dimostrato come non sia riscontrabile alcuna correlazione diretta tra la crescita interna degli Stati e il sostegno da parte di essi allo sviluppo umano, in quanto anche Stati molto poveri si sono dimostrati impegnati in una distribuzione più equa delle risorse economiche interne, avanzando sul terreno dello sviluppo umano. La letteratura critica, tuttavia, sottolinea come l’approccio fondato sullo sviluppo umano proposto da Sen e da ul Haq non sia ancora riuscito a ispirare il lavoro della generalità delle stesse agenzie internazionali afferenti al sistema delle Nazioni Unite. Secondo lei per quale motivo? 

Mattia Baglieri: L’approccio umanistico allo sviluppo umano e per la promozione delle capacità individuali di Amartya Sen non solo è ancora poco conosciuto e studiato, ma è anche poco applicato dalla stessa economia, sebbene ad Amartya Sen sia stato tributato un alto riconoscimento come il Nobel per l’Economia del 1998. Questo perché Sen si è sempre dedicato ad una analisi pluralista e multiforme dell’identità individuale e dell’agire economico, ripudiando qualsiasi teoria interessata a concepire l’arena interindividuale riducendola ad una sola dimensione, scartando tutte le variabili che a prima vista non apparirebbero utili per studiare un fattore economico. Sen si è sempre contrapposto a questa tendenza riduzionista delle scienze sociali: si tratta di quella che possiamo definire una “ipostatizzazione” che tende a sintetizzare gli elementi plurali che caratterizzano ogni individuo e, di conseguenza, anche il mercato economico dove i singoli individui interagiscono tra loro. Significativamente Sen è stato uno dei pochi teorici dell’economia di scuola anglosassone a invitare a rileggere il Karl Marx del Capitale (1867) e della Critica al Programma di Gotha (1891), due libri in cui il filosofo di Treviri invitava a concepire l’uomo a partire da un “sistema di bisogni” che contemperasse la costituzione fisica, il numero dei figli, le ore di lavoro lavorate, le sperequazioni tra aree geografiche e tra famiglie. Nel suo capolavoro Lo sviluppo è libertà del 1999, Sen ha inoltre proposto una lettura congiunta dei due libri del Padre dell’economia moderna Adam Smith, ovverosia La ricchezza delle nazioni (1771) e La teoria dei sentimenti morali (1759): si tratta di due opere che sono state scritte da Adam Smith in stretta continuità e che superano una visione meccanicistica del mercato orientata al laissez-faire, nel momento in cui propongono l’idea di uno Stato moderatore rispetto alle diseguaglianze economiche, soprattutto nel campo dell’educazione del cittadino e della sanità. L’uomo descritto da Smith, inoltre – che tanto affascina Sen – è un essere umano profondamente attratto dalle passioni e dalle sofferenze altrui, interessato a “mettersi nei panni dell’altro” attraverso la nozione di “simpatia”, una nozione introdotta già dalla teoria stoica greca e romana. Proprio nei giorni che stiamo vivendo, legati all’emergenza pandemica del Covid-19, Amartya Sen è intervenuto per il quotidiano indiano The Indian Express con un articolo dal titolo originale Listening as Governance per riproporre la “simpatia” come chiave per i governi democratici che devono ascoltare tutti i bisogni della popolazione, al fine di assicurare ad ogni uomo una vita di qualità che superi una visione fondata unicamente sul contrasto al virus attraverso il distanziamento sociale. Tornando alla domanda, insomma, appare indubbio che una teoria complessa come quella proposta da Sen possa apparire poco attraente per Stati e organizzazioni internazionali interessati per lo più alla mera raccolta di dati econometrici, senza significativa attenzione riposta sulle cause più profonde della disuguaglianza nella distribuzione delle risorse socioeconomiche.

 

Nel suo libro si evidenzia come Sen apprezzi l’eclettismo che caratterizzò la produzione di John Stuart Mill, spaziando dalla filosofia morale alle scienze politiche e all’economia. Secondo Sen la produzione del filosofo londinese è un esempio con cui gli economisti più illuminati dovrebbero confrontarsi riflettendo sulle caratteristiche più profonde della persona umana e rinunciando all’approccio ad una scienza priva di valori, soprattutto laddove si affrontano argomenti quali la povertà, la fame, le carestie e la disoccupazione. Lei condivide il pensiero di Sen a riguardo?

Mattia Baglieri: Il filosofo inglese John Stuart Mill è stato uno dei più grandi pensatori liberali dell’Ottocento. La sua produzione è vastissima e affronta temi come l’iniquo sviluppo del subcontinente indiano e la subordinazione delle donne. Va ricordato come molti di questi contributi siano stati scritti in realtà insieme alla moglie, Harriet Taylor. L’abitudine a citare solo il marito porta a dimenticare il suo apporto, che fu in realtà molto importante. Mill proveniva da un ambiente filosofico utilitarista. Della cerchia di Jeremy Bentham, infatti, faceva parte suo padre, James Mill. Fin dai primi anni di vita John Stuart aveva ascoltato dal padre l’idea che la filosofia dovesse occuparsi principalmente dei problemi della maggioranza della popolazione. Sicuramente l’utilitarismo è una corrente filosofica che possiamo considerare molto moderna, per il suo profondo interesse alla promozione dei diritti individuali quali la libertà di insegnamento, ad una legislazione di tipo liberale e per altri elementi come l’attenzione al concetto di animalità, che portava a riconoscere persino agli animali alcuni diritti inviolabili. Ma a John Stuart interessava qualcosa di più: il superamento della massimizzazione algebrica dell’utilità e l’attenzione ad una prassi liberale in grado di tenere in considerazione le opinioni di tutti. Come un altro importante pensatore dell’epoca, Alexis de Tocqueville, anche Mill aveva a cuore una generale estensione dei diritti a tutte le fasce della popolazione, non solo alla maggioranza. Laddove non sono tutelati i diritti delle minoranze, infatti, è facile che si affermi una vera e propria “tirannide della maggioranza”. Un altro elemento che penso sia ancora più importante studiare nuovamente è la concezione milliana di “ragionamento pubblico”, ovverosia quel dialogo costante tra diversi che dovrebbe orientare le democrazie contemporanee. Un tale dialogo può avvenire solo a condizione che chi ha una diversa opinione non venga etichettato come “nemico”, svilendo le opinioni altrui e talvolta attaccando anche sul piano fisico gli avversari politici. Mill ha sottolineato come, perché si realizzi questo tipo di scambio, occorra promuovere uno spostamento dal concetto di “bene” al concetto di “giusto”, quando si discute nell’arena pubblica. In questo modo il confronto non verterà sulle singole visioni etiche e valoriali care a ciascun individuo. Ci si incamminerà invece su una via di dialogo molto più proficua, orientata a determinare in che modo ciascuno possa contribuire alla realizzazione di una società orientata al benessere comune. Sono concetti che Amartya Sen ha sviluppato nel suo libro Utilitarismo e oltre (il Saggiatore, 1982) scritto con il filosofo Bernard Williams e anche con la collaborazione di John Rawls dell’Università di Harvard.

 

Nel suo libro si fa riferimento agli Editti di Ashoka e in particolare ai concetti di tolleranza e pluralismo religioso espressi da quest’ultimo, secondo i quali è necessario tributare «rispetto» a tutte quelle religioni che «danno buoni insegnamenti», mentre il vero «progresso» risiede nella moderazione, elemento riscontrabile in molte, se non tutte, le confessioni religiose. Sulla base di questa assunzione e riferendoci agli scenari politici e sociali odierni, secondo lei si possono riscontrare forme di progresso che si fondino sulla tolleranza e che possano avvalorare il pensiero di Sen?

Mattia Baglieri: Il pluralismo indiano delle origini può essere molto utile da studiare anche oggi nel nostro Paese e, più in generale in Occidente, dove la filosofia viene sempre etichettata come disciplina un po’ naif e poco pratica, non a caso viviamo in tempi tanto aridi. All’inizio degli anni Novanta negli Stati Uniti hanno avuto ampio successo le cosiddette letture “virtue inculcating” di marca neocon, come i libri The De-Valuing of America (1992) di William Bennett e The Closing of the American Mind (1987) di Allan Bloom, libri in cui si attribuiva all’educazione liberale la responsabilità della crisi valoriale della fine dell’età delle ideologie novecentesche, mentre si proponeva un modello di scuola che riprendesse in mano la lettura dei soli capisaldi della letteratura occidentale. L’approccio delle capacità introdotto da Amartya Sen e Martha Nussbaum ha evidenziato che a scuola e all’università occorrerebbe piuttosto lavorare all’intersezione tra le culture, confrontandosi su quanto ciascuna esperienza culturale possa dare all’altra in un campo “mite” di relazione. Penso ad alcuni libri come Per un percorso etico tra culture di Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli (Carocci, 2003) e La verità degli altri. La scoperta del pluralismo in dieci storie di Giancarlo Bosetti (Bollati Boringhieri, 2019), due libri che potrebbero tornare molto utili anche in ambito universitario. In questi libri vengono riportate letture molto care anche ad Amartya Sen, che sviluppano i concetti del pluralismo indiano di età Maurya (III-II secolo a.C.): nell’Ellenismo, infatti, mentre le polis greche in decadenza erano ancora caratterizzate da rigide distinzioni gerarchiche tra cittadini e non cittadini, in India si assistette ad una equiparazione tra fedeli di tutte le religioni e a uno sviluppo laico dell’intero subcontinente, uno sviluppo che non era appannaggio soltanto di una classe o di un’altra. Purtroppo abbiamo visto che la dominazione britannica del subcontinente ha portato ad uno sviluppo dell’India a macchia di leopardo e ancora oggi sono presenti territori caratterizzati da una intollerabile deprivazione e assenza pubblica, a partire da scuola e sanità. Tornando alla sua domanda, nella fase attuale sono piuttosto sconfortato da una politica che appare piuttosto restia ad un confronto pubblico tra idee diverse che non si trasformi in una lotta per la supremazia tra tifoserie da stadio. Esempi oggi molto più pregnanti mi sembrano quelli che ci giungono dalla società civile piuttosto che dalla politica: penso agli ambulatori di ascolto psicologico del Niguarda di Milano che supporta i migranti rispetto ai traumi psichici subiti nella tratta o nella detenzione in condizioni disumane o degradanti, senza che nessuno chieda a queste persone altra documentazione rispetto al lasciapassare più importante, ovverosia l’umanità. Il Servizio di Etnopsichiatria del Niguarda, in particolare, è coordinato dallo psichiatra Carlo Pagani e vi operano le psicologhe Eleonora Bolla e Paola Cesari. Non possono che colpire, oggigiorno, le lunghissime file davanti alle porte delle mense per i poveri pubbliche e a quelle religiose: anche in questo caso la religiosità che spesso caratterizza queste strutture non crea muri o contrapposizioni rispetto a chi ha bisogno. Torno ora da un viaggio di lavoro in Marocco in cui abbiamo potuto osservare la condizione di molte scuole dei quartieri più poveri: anche in questo caso – pur in condizioni economiche davvero precarie – vi è una straordinaria attenzione ai più deboli tra i deboli come i bambini disabili, le cui caratteristiche individuali vengono ritenute strategiche per l’intera comunità educante e non sono stigmatizzate ma promosse quale fattore fondamentale per lo sviluppo per l’intera società. In Occidente, tuttavia, non possiamo negare di assistere ad un grave rigurgito dopo molti anni in cui ogni differenza veniva ritenuta elemento di valore. È come se la crisi economica del 2008 si fosse abbattuta con maggiore vigore proprio sulle fasce più svantaggiate. Sicuramente anche la fase di ripresa dall’emergenza Covid rischia, come ha messo in luce Papa Francesco, di determinare un virus ancora maggiore, quello dell’egoismo, in cui la logica, egoista e sbagliata, è questa: “la società può farcela solo se ce la faccio io”.

 

Nel suo libro viene citata l’opera di Sen The Standard of Living (1985), in cui l’economista indiano, attraverso il concetto di «mistero della forma della merce marxiana», ritiene che i sistemi economici debbano tenere in considerazione non tanto l’elemento determinato dalla «quantità di risorse possedute», quanto piuttosto il «tipo di vita» che può essere dato di condurre a ogni individuo sulla base di una determinata quantità di risorse possedute. Le merci, inoltre, si presentano quali unità prodotte che occultano il duro lavoro di chi effettivamente ha prodotto un determinato bene. Sulla base dei concetti espressi da Sen secondo lei si potrebbe affermare che il benessere in cui vivono gli Stati con economie avanzate oggigiorno sia effettivamente rapportato a un livello di vita qualitativamente alto?

Mattia Baglieri: Il tema della distribuzione delle risorse è il tema chiave dello sviluppo economico e, più in generale, umano. Al netto delle malversazioni pubbliche, al netto dello sperpero di denaro in settori che non si rivelano sempre strategici, assistiamo oggi soprattutto ad una iniqua distribuzione delle risorse anche sul fronte interno degli Stati. Come Sen e Nussbaum – che ricordiamo sono i due fondatori dell’approccio delle capacità – hanno messo in luce nel loro lavoro del 1993 su The Quality of Life, ogni Paese può essere considerato un Paese in via di sviluppo. Non è che se l’Italia è ottava quanto a PIL nominale, non abbia in realtà ancora tanta, tanta strada da fare in termini di promozione dei diritti inerenti la giustizia sociale: non a caso proprio sulla base dell’indicatore teorizzato da Sen e ul Haq nel 1990, lo Human Development Index (HDI), possiamo osservare come l’Italia sia ventiseiesima al mondo. Una forbice simile si verifica anche in molti altri Paesi del mondo e non vi è alcuna correlazione diretta tra la ricchezza detenuta e l’effettivo godimento della ricchezza, che spesso resta nelle mani di pochi privilegiati, soprattutto nelle cosiddette “aree interne”, caratterizzate da scarse infrastrutture di comunicazione e trasporto, dalla mancanza di reti della conoscenza come università, reti di scuole e fondazioni illuminate del privato, così come da situazioni endemiche di povertà dal lato del capitale culturale ed economico (elevata disoccupazione, bassa riqualificazione professionale…). Come Sen ammonisce, invece, la qualità della vita sarà dignitosa nella misura in cui si potranno convertire risorse sulla carta in capacità realmente esigibili e attuabili nella vita di tutti i giorni, sostenendo in particolare le capacità delle fasce più povere, mediante interventi strategici dello Stato mirati al sostegno proattivo (affermative action in inglese) di chi ha più bisogno. Come ha messo in luce l’economista Frances Stewart dell’Università di Oxford, collega di Sen, la crisi economica del 2008 è stata tanto più forte per i Paesi più ricchi, erodendo il cosiddetto “ceto medio” e la sua capacità di spesa, rispetto ai Paesi più poveri, caratterizzati da persistenti quote di diseguaglianza (lo studio della professoressa Stewart, dal titolo The Impact of Global Economic Crisis on the Poor: Comparing the 1980s and 2000s, è stato pubblicato sul numero 13/2012 del «Journal of Human Development and Capabilities». Quindi comparativamente questo ciclo negativo dell’economia capitalista globale sta aumentando le problematiche per i nostri Paesi affluenti. È un ciclo che non è ancora terminato, ma anzi oggi la situazione rischia di degenerare. Le politiche pubbliche hanno il dovere di tenere presente il tema, ponendo un’asticella minima di garanzia rispetto alla tenuta di un welfare di qualità a sostegno dei più deboli, dove i ‘comparativamente più deboli’ sono oggi esponenzialmente in aumento.

 

Nel suo contributo del 2013 su Capability Approach and Sustainability (“L’approccio delle capacità e la sostenibilità”), Sen interviene sulla rivista da lui fondata – il «Journal of Human Development and Capabilities» – con un contributo introduttivo al numero monografico dal titolo The Ends and Means of Sustainability (“I fini e i mezzi della sostenibilità”), in cui l’economista indiano, ha suggerito significativamente la ricerca di un equilibrio virtuoso tra «un’etica fondata intorno ai bisogni umani e un’etica fondata intorno alla libertà», in cui ciascun individuo decida, anche grazie al sostegno dei governi, di far fruttare le capacità che più gli stiano a cuore, ma con il prerequisito di un ambiente di vita sano e incontaminato e di sistemi previdenziali ispirati a un patto intergenerazionale di sostegno tra le generazioni. In che forma il pensiero di Sen ha influenzato gli attuali Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030 dell’ONU?

Mattia Baglieri: La valutazione dello sviluppo dei diritti umani, delle pratiche democratiche e della sicurezza umana non è semplice come la misurazione del peso e dell’altezza, così come Sen ha messo in luce in una interessante videointervista del 2015 consultabile su YouTube proprio sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in occasione del Venticinquesimo anniversario dall’introduzione dello Human Development Index. Non dimentichiamoci che è proprio il Dipartimento ONU per lo Sviluppo umano (UNDP – United Nations Development Programme) a promuovere l’Agenda 2030 proprio sul solco tracciato da economisti dello sviluppo come Amartya Sen e Mahbub ul Haq: infatti molti ricercatori e funzionari di questo Dipartimento fanno anche parte dell’associazione di ricerca che Sen ha fondato insieme a Martha Nussbaum all’indomani dal conferimento del Nobel, ovverosia la Human Development and Capabilities Association. Se prendiamo il caso cinese, per esempio, ci rendiamo conto di come lo sviluppo economico non sia stato accompagnato da un pieno sviluppo in termini di promozione del lessico democratico e improntato al rispetto dei diritti umani. Declinare gli obiettivi dell’Agenda 2030 nell’ambito della programmazione economica e sociale di ciascuno Stato diviene irrinunciabile, ma come Amartya Sen ha messo in luce, non si tratta di corrispondere soltanto a una serie di frasi che indichino la strada da seguire in termini di contrasto alla fame o di accesso all’acqua. Si tratta piuttosto di spostare l’attenzione alla concreta esigibilità dei diritti e a una serie di fattori di conversione – che Sen chiama functionings, o “funzionamenti” – in grado di tramutare le risorse economiche e sociali “di base” in opportunità realmente godibili da parte degli individui. Se non vogliamo dar credito alla concezione di Jeremy Bentham, espressa nella sua Introduzione ai principi della morale e della legislazione (1789), secondo cui le rassegne di diritti ipotetici rimangono “sciocchezze sui trampoli”, è allora compito di ciascuno di Noi, membri a vario titolo dell’opinione pubblica democratica, far capire pienamente a tutti gli Stati del mondo come il lessico dei diritti umani non può perdere di rilievo neppure in assenza di una legislazione condivisa. Nell’ottica seniana, insomma, esiste qualcosa di non scritto che caratterizza l’essenza intrinseca degli esseri umani e dell’ambiente in cui essi vivono: caratteristiche fondanti di per se stesse evidenti anche senza bisogno di statuizione. Corrispondere a questa visione rimane la sfida fondamentale di qui al 2030 e, sicuramente, ben oltre.

 

Sulla base delle teorie e dei pensieri espressi da Sen, potremmo secondo Lei definirlo, alla fin fine, un utopista oppure pensa che le teorie da lui introdotte potranno essere attuate in un futuro prossimo?

Mattia Baglieri: La domanda se il pensiero di Sen sia applicabile concretamente in via pratica è parimenti stimolante quanto di impossibile risposta. Nel corso dei secoli – almeno sin dalla Pace perpetua (1795) di Kant e dalla Libertà (1859) di J.S. Mill – si sono identificati nei capisaldi del pensiero liberale, tanto sul foro interno quanto nell’arena internazionale, dei princìpi fondamentalmente inutilizzabili in via pratica e, quindi, utopistici. Che dire poi della teoresi rawlsiana sulla giustizia di marca social-liberale! Il mito platonico dell’Auriga, contenuto nel Fedro, ci ricorda come le anime umane non siano divine e i cavalli che le trainano non siano come quelli che trainano il carro degli Dei, i quali tendono sempre verso l’alto: noi uomini, piuttosto, abbiamo un cavallo che ci tira giù e un cavallo, definito eloquentemente “nobile” da Platone, che invece ci spinge verso l’alto. È compito nostro quello di mantenere una direzione equilibrata, orientando le nostre azioni verso la virtù. La virtù democratica è identificata da Sen nell’esempio di Nelson Mandela, un uomo politico che nonostante decenni di detenzione per mano del sistema sudafricano dell’apartheid, ha saputo, una volta liberato dal regime “bianco”, gettare i germi del nuovo Stato democratico insieme al suo predecessore Willy de Klerk, tanto che, insieme, i due uomini politici hanno vinto il Nobel per la Pace nel 1993 (Cfr. Sen, The Idea of Justice, Harvard University Press, 2009, p. 18). Come Amartya Sen sottolinea, ci sono stati molti momenti in cui la disposizione delle anime umane e, di conseguenza, della politica nell’arena associata, è stata caratterizzata da un approccio cooperativo e non competitivo. Pensiamo all’Impero Moghul di Akbar che, nello stesso 1600 in cui a Roma Giordano Bruno veniva bruciato sul rogo, nel subcontinente indiano toglieva ai suoi confratelli di fede musulmana qualsiasi privilegio tributario di cui i fedeli musulmani avevano precedentemente goduto in quel periodo. Il fine di Akbar era quello di equiparare tutte le confessioni religiose, impostando uno Stato secolare almeno a livello istituzionale. In quel periodo, il diciassettesimo secolo, possiamo osservare un’India più avanzata rispetto all’epoca delle Guerre di Religione che imperversavano sul suolo europeo. Anche se successivamente la dominazione coloniale è parsa cancellare con un colpo di spugna i significativi progressi di cui l’India in età antica e moderna è stata testimone. Ancora oggi, del resto – come è stato eloquentemente messo in luce da un altro grande maestro del pensiero contemporaneo, Edgar Morin, nel suo libro Cultura e barbarie europee, (Cortina Editore 2005) – assistiamo ad uno sviluppo cosiddetto “a geometria variabile”, con alcuni Stati che sembrano in progresso, altri che sembrano caratterizzati da regressi, e altri ancora dalla stasi. L’ideale comune che dovrebbe ispirare gli uomini e i governi del mondo di oggi è quello del miglioramento comune delle condizioni di vita in modo che questi momenti particolari di disposizione dell’animo alla democrazia penetrino in maniera progressivamente più lineare nella trama dei processi storici all’insegna di mutamenti positivi per l’intera umanità. A oggi un pensiero come questo può sembrare utopistico, ma se ci muoviamo gramscianamente con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, potremo farci testimoni anche nel nostro tempo di un cambiamento positivo in cui tutti nutriamo speranza».

Scritto da
Consuela Torelli

Ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze Sociali nel 2016 presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti e Pescara, ove oggi è borsista al Dipartimento di economia, occupandosi di Ricerca, Comunicazione e Sostenibilità universitaria alla luce degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030. Nel biennio 2017-2019 è stata Assegnista di ricerca presso l’INVALSI occupandosi di miglioramento scolastico nei sistemi decentrati.

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