America del Sud 2019: elezioni presidenziali in Argentina, Uruguay e Bolivia

Sud America

Dopo l’elezione presidenziale in Brasile, l’America del Sud torna a votare. Il prossimo ottobre si eleggono i presidenti di Argentina, Bolivia e Uruguay. Al Forum di Davos, il nuovo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro ha dichiarato che “la sinistra non prevarrà in America Latina” e riconfermato la sua ostilità verso un’America bolivariana, ovvero contro i processi di integrazione regionale.

In questo articolo si offre un resoconto delle principali caratteristiche delle elezioni generali in questi tre paesi. La Bolivia di Evo Morales, il primo presidente indigeno, e l’Uruguay dei governi del Frente Amplio, il partito dei presidenti José Mujica e Tabaré Vázquez, sono gli ultimi due paesi dove il ciclo populista-progressista di inizio XXI secolo resiste ancora. Ci sarà una normalizzazione? Nell’Argentina della crisi del pesos e dell’inflazione incontrollata, il governo di centro destra di Macrì cerca la riconferma, mentre il peronismo di sinistra sembra possa aggregarsi nuovamente attorno alla figura di Cristina Fernandez Kirchner.

L’Argentina si prepara al voto

Gli argentini eleggono il loro presidente con un sistema a doppio turno, la prima elezione è convocata per il 27 ottobre. Cambiemos, la coalizione di centro destra al governo presieduto da Macrì, cerca la riconferma dopo il successo del 2014 e i sondaggi non gli sono avversi, nonostante la situazione economica e il malcontento molto forte. Manifestazioni e scioperi generali contro le misure economiche del governo hanno attraversato il Paese e la sua capitale per tutto il 2018. Il pesos argentino si è deprezzato più di ogni altra valuta al mondo (il tasso di cambio con il dollaro è aumentato del 122%), l’inflazione è stimata attorno al 50% e ci sono quasi 4 milioni di disoccupati, il tasso di attività al 46,4%, e la disoccupazione al 9.6%, il livello peggiore degli ultimi 12 anni[1]. Dopo la crisi dei tango bond e il default del 2001, il Paese aveva instaurato misure di controllo dei mercati finanziari, rimosse dal governo Macri nel tentativo di assumere una postura market friendly per attirare investimenti e capitali esteri[2]. Tali politiche economiche – soprattutto il piano Lebac, ovvero Las Letras del Banco Central – l’emissione di bond a breve con tassi di interesse alti da acquistare in pesos per poi essere ripagati in dollari, sono risultate controproducenti rendendo insostenibile il debito pubblico. In questo quadro nasce il prestito di oltre 57 miliardi di dollari del Fondo Monetario internazionale, il più grande della sua storia, e i conseguenti impegni del governo argentino per portare il bilancio pubblico in pari per il 2019 e tagliare ampiamente la spesa pubblica.

Tra le fila dell’opposizione, torna a farsi strada la ricandidatura di Cristina Kirchner (CFK), nonostante il processo per corruzione e i vani tentativi del fronte peronista di trovare una candidatura alternativa. CFK, già presidente dal 2007 al 2015 e vedova di Nestor Kirchner, presidente dal 2002 al 2007, è intervenuta alla alla 8° conferenza CLACSO (una sorta di controvertice del G20 di Buenos Aires dello scorso novembre), e in un discorso interpretato come l’inizio della sua campagna elettorale, ha parlato della necessità di far coesistere nel campo peronista i fazzoletti verdi e quelli celesti, ovvero i movimenti pro e anti aborto.

Sol Prieto[3], sociologa dell’Università di Buenos Aires, sostiene che questa affermazione apparentemente contraddittoria lascia intravedere il tentativo di CFK, dopo il suo voto a favore dell’interruzione volontaria della gravidanza bocciata al Senato, di ristabilire un dialogo con l’elettorato cattolico anti-abortista, trasversale agli schieramenti politici, e presente anche tra i dirigenti del suo partito. Oltre che con i vertici della Chiesa, il cui papa Francesco è un riferimento per vari settori del peronismo. Questo rapporto, peronismo/Chiesa cattolica, è storico, fatto di tensioni e scontri ma anche di punti di contatto, a partire dall’idea comune di poter rappresentare una terza via tra socialismo e capitalismo.

La questione dell’interruzione volontaria di gravidanza sarà centrale nella prossima campagna elettorale, dopo che il movimento femminista Ni una menos ha fatto irruzione nel dibattito pubblico argentino. Negli anni del kirchnerismo ci sono stati diversi progressi sul piano dei diritti individuali e dell’autonomia di scelta della persona sul proprio corpo, in rotta con l’Argentina della dittatura, dove alla militarizzazione della società era corrisposta una cattolicizzazione integrale dei costumi. Oggi esiste il matrimonio egualitario e una legge sulla morte degna.

Nella polarizzazione macrismo-kirchnerismo, l’Argentina della crisi si avvia verso la campagna elettorale, la prima che prevede confronti televisivi obbligatori tra i candidati presidenti.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’Argentina si prepara al voto

Pagina 2: Uruguay. Il quadro politico al nord del Rio de la Plata

Pagina 3: Bolivia: la sfida di Evo


[1] Bollettino Indec, Instituto Nacional de Estadística y Censos, del settembre 2018.

[2] Per una analisi sulle politiche economiche argentine degli ultimi venti anni, si veda Lampa R., Argentina: torna il liberismo. Se ne era mai andato?, 8 novembre 2018, Jacobin Italia.

[3] Prieto S., Nacional, popular ¿ y feminista? Una lectura del “discurso de los pañuelos”, Le monde diplomatique, Edicion Cono Sur 235, gennaio 2019.


Per la gentile concessione dell’immagine presente nell’articolo ringraziamo l’autore Hernán Colombo Abot.


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Siciliano classe 1988, dottorando in Economia a La Sapienza. Ha studiato e vissuto in Francia, Italia e America Latina. L’economia di quest’area del mondo è anche oggetto della sua ricerca accademica. Allo studio ha affiancato un’intensa esperienza politica, prima nell’Onda studentesca e poi nei Giovani Democratici. Coltiva passioni per letteratura di viaggio, bicicletta e scrittura.

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