“America First” di Giuseppe Mammarella

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“American Century”

È nel primo conflitto mondiale che gli Stati Uniti intervengono per la prima volta in Europa, schierandosi con il Regno Unito, dando inizio al cosiddetto “American Century”, che vede gli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza mondiale. Tuttavia, si deve ancora attendere per questo scenario. Infatti, dopo la guerra il Senato boccia la partecipazione americana nella neonata Società delle Nazioni e la crisi del 1929 viene attribuita dal popolo americano al coinvolgimento nella Grande Guerra. I decenni successivi alla fine della guerra sono quindi nuovamente caratterizzati dall’isolazionismo espresso da America First, che segnerà anche le fasi iniziali della Seconda Guerra Mondiale. Solo l’attacco nipponico a Pearl Harbor convincerà l’opinione pubblica americana della necessità di entrare in campo contro il Giappone e l’Asse nazifascista.

Il dopoguerra sarà caratterizzato dalla politica del “lungo, paziente, ma fermo e vigile contenimento” delle forze sovietiche[4]. George F. Kennan, ideologo di questa strategia, era convinto che gli Stati Uniti dovessero operare una vigilanza costante nell’arginare l’influenza russa, finché l’URSS non sarebbe collassata a causa delle sue debolezze economiche. Questa strategia di containment sarà accompagnata da un’azione espansionista, che “indurrà gli Stati Uniti a estendere la propria egemonia sul piano mondiale”, come avvenne con l’intervento americano nella penisola coreana[5]. Dopo le pagine della crisi dei missili del ’62 e la guerra del Vietnam, con Nixon si apre la stagione della diplomatizzazione nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, che avrà il suo apice con Ronald Reagan, il quale offrirà un grande contributo alla fine dell’URSS.

America first

Con la scomparsa del nemico sovietico, l’America torna a concentrarsi sui suoi affari interni, con un’amministrazione Clinton (1991-1999) poco impegnata in politica estera. L’11 settembre 2001 è il momento in cui il paese ritorna ad avere un nemico, ossia il terrorismo. In pochi anni gli Stati Uniti entrano in due conflitti che avranno conseguenze disastrose, ossia la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq. Il logoramento dell’economia e le spese per la Difesa ben più alte di quelle previste fiaccano il paese, che non può nemmeno dirsi vittorioso nei due conflitti. Il quadro che eredita il neoeletto presidente Obama nel 2009 è caratterizzato dalla crisi economica dei mutui subprime e dal bilancio fallimentare della politica estera di Bush. Un mese dopo il suo insediamento, il neopresidente annuncia il ritiro anticipato delle truppe dall’Iraq all’agosto 2010. Oltre alle relazioni con Cuba e Iran, Mammarella ricorda anche la rinuncia di Obama a intervenire in Siria dopo l’uso di Assad di armi chimiche nell’agosto 2013, scelta letta come “il segno della fine della politica imperiale da parte degli Stati Uniti, di quell’interventismo post-guerra fredda che aveva visto le truppe americane presenti in tutti i conflitti mediorientali e nelle guerre balcaniche dopo la fine della Jugoslavia”[6]. L’America stava rinunciando alla sua funzione di “poliziotto” del Medio Oriente: questo non-interventismo passerà poi in eredità al successore di Obama, Donald J. Trump.

Il testo di Mammarella affronta nella seconda parte del libro le cronache recenti, offrendo un’istantanea degli Stati Uniti oggi, dei suoi partiti e delle sue istituzioni. È un paese “arrabbiato” ad aver mandato alla Casa Bianca Trump, che l’autore considera come colui che “ha fatto ciò che nessun altro politico americano aveva mai tentato di fare”, ossia evidenziare problemi e divisioni del paese, astenendosi dall’offrire un quadro idilliaco della situazione. Make America Great Again rappresenta indubbiamente lo slogan più famoso della campagna elettorale trumpiana, ma ad esso si è affiancato anche il già citato America First. Non si tratta un’invenzione di Trump, ma questo slogan si ritrova anche nel repertorio degli isolazionisti seguaci dell’aviatore Charles A. Lindbergh, che si opponevano all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Oggi tale disimpegno si esprime in diversi punti, in primo luogo nella forma di una richiesta agli alleati di un maggior impegno nelle spese comuni di finanziamento della NATO, ma, in secondo luogo, anche nell’abbandono delle politiche liberiste in favore di un approccio più protezionista, con il ritiro americano dal “Partenariato Trans-Pacifico”, un trattato commerciale tra le Americhe e l’Asia orientale, e la rinegoziazione del NAFTA, che riunisce Canada, USA e Messico. Il terzo punto riguarda la costruzione del muro al confine col Messico, per mantenere la promessa fatta in campagna elettorale.

Inoltre, la Cina rappresenta una delle questioni di politica estera più importanti per Trump. Il gigante asiatico sta attuando un tipo di “guerra senza limiti, meno evidente e più sottile, proiettata in un futuro che vedrà diminuire la violenza militare e aumentare quella politica, economica e tecnologica”[7]. È infatti sul piano economico che si gioca la sfida tra Stati Uniti e Cina. Le politiche economiche di Pechino hanno favorito le importazioni cinesi tramite una continua svalutazione dello yuan, che ha permesso ai prodotti cinesi di essere molto competitivi nei mercati esteri. Gli stessi consumatori americani hanno potuto beneficiare di prezzi più bassi per questi prodotti, ma allo stesso tempo le aziende americane hanno perso competitività dati i costi più alti di produzione, con conseguenti delocalizzazioni e perdite di posti di lavoro. Ciò ha portato il presidente Trump ad abbracciare una politica protezionista in difesa dei lavoratori americani: la stampa ha parlato di una trade war, che consiste in una imposizione reciproca di tariffe tra Cina e Stati Uniti. A complicare il quadro vi è il fatto che la Cina rappresenta uno dei più grandi finanziatori del debito pubblico americano. La Cina rappresenta dunque una delle principali sfide dell’amministrazione Trump, soprattutto in un momento in cui la Cina sta vivendo altissimi livelli di crescita economica, che porteranno al sorpasso degli Stati Uniti in termini di PIL nel giro di circa un ventennio[8].

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[4] Ivi, p.44.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 79.

[7] Ivi, p. 107.

[8] Mammarella, America First, p. 112.


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Nato nel 1995, è studente della laurea magistrale di Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Padova. Si interessa di politica americana.

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