“America invulnerabile e insicura” di Corrado Stefanachi
- 04 Maggio 2018

“America invulnerabile e insicura” di Corrado Stefanachi

Recensione a: Corrado Stefanachi, America invulnerabile e insicura. La politica estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica, Vita e Pensiero, Milano 2017, pp. 373, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Alberto Prina Cerai

9 minuti di lettura

Sfogliando la copiosa letteratura dedita all’interpretazione della politica estera statunitense spesso ci si aggrappa a categorie e strumenti compartimentati: si tratti di tratteggiarne il portato ideologico, personalistico o istituzionale (l’influenza di singoli leader o l’ingerenza degli apparati, siano essi il Congresso o le agenzie federali) o ricorrendo alle lezioni della storiografia, spesso si perde di vista un approccio che andrebbe considerato al pari – se non il leitmotiv stesso dell’internazionalismo statunitense – di quelli più in voga in ambito accademico. Il denso volume, edito da Vita&Pensiero, di Corrado Stefanachi, Professore Associato all’Università degli Studi di Milano, ha proprio il merito di riconsegnare la disciplina geopolitica – pur consapevole dei facili entusiasmi e determinismi che tale approccio può comportare nel distorcere la realtà internazionale composta, citando Joseph Nye, di varie «dimensioni» – quale utilissima chiave di lettura per cogliere le specificità dell’impegno degli Stati Uniti a livello globale.

Partendo proprio dal titolo, America invulnerabile e insicura, un chiaro ossimoro agli occhi del lettore, si può cogliere il dato essenziale per orientarsi nella lettura: lo straordinario e al contempo spiazzante vantaggio geostrategico inscritto nella posizione degli Stati Uniti nella scacchiera globale. Risalendo alle teorie della geopolitica anglosassone, che hanno plasmato il background culturale dei policymakers americani tra la fine dell’Ottocento e l’inizio Novecento, e chiarendo motivi e movimenti dello psychomilieu dell’internazionalismo, l’autore traccia un encomiabile excursus della politica estera americana attraverso una cifra narrativa avvincente: «L’idea è che questa curiosa concomitanza, inscritta nella geopolitica, di invulnerabilità e insicurezza, aiuti a comprendere e spiegare i moventi, i contenuti specifici, la logica d’azione politica nonché lo stile strategico dell’internazionalismo americano – insomma il perché, il cosa e il come della proiezione globale americana» (p. 12).

 

La conversione all’internazionalismo. Gli Stati Uniti da potenza continentale a globale

La prima parte del volume, dunque, si interroga sulle origini del movimento internazionalista statunitense, sorto sulla crisi dell’isolazionismo, l’altra corrente che ha dominato l’immaginario americano per tutto il corso dell’Ottocento e che, nelle parole dell’autore, aveva contribuito a consolidare l’idea che una «superpotenza non-geopolitica» come gli Stati Uniti potesse permettersi il «privilegio dell’indifferenza» (p. 10). Questa corrente, in particolare, seppur destinata a riaffiorare costantemente nel dibattito accademico e pubblico americano in varie forme, specialmente quando la stessa identità americana – quel profondo nativismo, intriso di un eccezionalismo introverso, per così dire – verrà messa in crisi, subì un duplice spaesamento. Dapprima la chiusura della frontiera interna, gravida di conseguenze e turning point della storia americana. La grande ascesa economica del paese, nella visione turneriana, era stata possibile grazie alle immense disponibilità di risorse del continente le quali, a loro volta, avevano costituito una costante valvola di sfogo per allentare le torsioni sociali e politiche tra capitale e lavoro.

Conquistato il West e sancito il predominio sul continente nella prima stagione di avventura emisferica – la Dottrina Monroe, di fatto, fu il primo fondamento geopolitico della sicurezza nazionale americana – gli Stati Uniti avrebbero dovuto inaugurare una Open Door Policy per proiettare le potenzialità economiche della giovane democrazia verso nuove sfide e opportunità. La realtà internazionale, però, aveva in serbo unaltra grande rivoluzione (e saturazione) spaziale che scosse nuovamente le mutevoli certezze americane: il mondo si scopriva, nel primo decennio del Novecento, mappato, spartito, conosciuto e pertanto chiuso, in un sistema per la prima volta veramente globale, in cui la ridistribuzione di potere e singoli eventi sarebbero riecheggiati con la stessa intensità in ogni quadrante geografico. Questa doppia consapevolezza spinse – sulla scorta delle teorie geopolitiche classiche (Mackinder) che individuavano nella chiusura di Eurasia la più grande minaccia geopolitica, potenzialmente, all’integrità territoriale ed economica degli Stati Uniti – l’establishment politico americano a salvaguardare la nuova frontiera internazionale. Da Turner a Mahan, da Theodore Roosevelt a Wilson, da Brooks Adams a Nicholas Spykman, l’equazione per la sicurezza nazionale americana – intesa nella duplice valenza economica e territoriale – formulata dagli apologeti dell’internazionalismo presupponeva la difesa avanzata dell’american way of life, qualunque forma (Germania guglielmina, nazifascismo o comunismo) avesse assunto in futuro la minaccia della chiusura della World Island.

La seconda sezione del libro, dopo aver esaminato il perché della postura internazionalista americana, accompagna il lettore nell’indagare il contenuto di quella che l’autore definisce «geopolitica estera dell’internazionalismo», il cui obiettivo principale consistette in «un’impresa di riorganizzazione politica dello spazio internazionale volto a mantenere o ricreare un ambiente accogliente per l’american way of life e la sicurezza americana» (p. 99). L’egemonia globale americana si è potuta consolidare intorno a due assi fondamentali: quello continentale, nel costante tentativo di preservare una balance of power per scongiurare che l’intera massa eurasiatica venisse riunita in un unico blocco di potere, un Grossraum chiuso e impermeabile agli interessi americani, tale da poter indurre gli Stati Uniti a trasformarsi in uno Stato-fortezza prussianizzato e così alterarne la fisionomia politico-istituzionale.

Fu proprio la paura di trasformarsi in un garrison state che veicolò, durante la Guerra Fredda, l’impegno e gli sforzi americani in Eurasia, nella cornice strategica del containment dell’Unione Sovietica. Se tenere aperta la porta in Europa e in Asia agli interessi americani era l’obiettivo di fondo, manipolando la configurazione e la distribuzione di potere dello spazio continentale eurasiatico, lo strumento prediletto per proiettare potenza e così intervenire nei quadranti decisivi – Europa, Medio Oriente, Asia Centrale e Orientale, insomma il Rimland pensato da Spykman – fu individuato nella seconda direttrice, quella aero-marittima. Tramite un sofisticato sistema di basi overseas, ereditate dalla Seconda Guerra Mondiale e rafforzate nei primi e decisivi anni della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avevano gettato un altro «presupposto geostrategico» per l’accesso a quelle «aree del mondo in cui si decidono gli assetti e gli equilibri globali», così da poter controllare e gestire il «sistema circolatorio degli scambi internazionali nel quadro dell’ordine economico liberale della Porta Aperta» (p. 150). Seapower e airpower divennero così gli strumenti prediletti per «preservare la libertà d’azione strategico-politica degli Stati Uniti in Eurasia» e rappresentarono l’evidente «manifestazione del graduale abbandono dell’isolazionismo e della conversione della politica estera americana all’internazionalismo» (p. 172).

 

Le strategie di intervento e di organizzazione dello spazio eurasiatico dalla Guerra Fredda a Donald Trump

Nella terza parte, Stefanachi – partendo dall’assunto o vincolo geopolitico per cui gli Stati Uniti, allo stato dello sviluppo tecnologico, rimangono un’inespugnabile fortezza insulare – affronta la duplice versione dell’internazionalismo, che nel corso del tempo ha saputo commisurare i costi agli obiettivi, e declinarsi in maniera cangiante tra minimalismo e massimalismo strategico. Questa fondamentale distinzione e compresenza aiuta a comprendere, nel corso del tempo, atteggiamenti altresì ambivalenti mostrati dai leader internazionalisti, spesso intrappolati in logiche parsimoniose e calcoli utilitaristici rispetto ai reali interessi di sicurezza americani – stabilendo, quindi, un rigido schema gerarchico e di priorità – oppure indotti quasi irrazionalmente a dimostrare al mondo l’impegno e la credibilità egemonica statunitense. Questa apparente schizofrenia, sottolinea l’autore, è un evidente retaggio della connaturata condizione geopolitica degli Stati Uniti, spesso poco inclini a farsi coinvolgere in distanti aree del mondo dove la sicurezza nazionale – o, meglio ancora, l’integrità dell’american way of life – non fosse realmente at stake: «La condizione geopolitica in cui si trovano gli Stati Uniti fa di loro un attore strutturalmente esposto alla tentazione del disimpegno, del ridimensionamento degli impegni all’estero» (p. 230). L’autore mostra con grande chiarezza dove queste «forme della parsimonia» si sono manifestate, per esempio nel concetto di arsenal of democracy di F. D. Roosevelt all’apice dell’espansione nazista in Europa, nella versione originaria del containment di G. F. Kennan o nella progressiva rielaborazione della dottrina strategica e nucleare americana nel corso della Guerra Fredda.

Allo stesso tempo, in qualità di garante dell’ordine internazionale liberale ed egemone globale, l’America più volte è stata costretta dalle congiunture ad agire, in conflitti periferici (Corea, Vietnam, Iraq) che sono stati l’espressione più eclatante e drammatica delle ansie relative alla credibilità della potenza militare statunitense. La teoria del domino rappresenta l’espressione più nitida di queste apprensioni, vera e propria «dottrina operativa della politica estera americana negli anni della Guerra Fredda». Essa era l’espressione strutturale di una tendenza a uniformare, ideologicamente, il mondo anti-atlantico e nella convinzione che il mondo post-colombiano – quale spazio globale interconnesso – prospettasse agli Stati Uniti il rischio che una defeat anywhere is a defeat everywhere, come recitava la NSC-68, uno dei documenti fondanti della strategia di sicurezza nazionale americana. Nel rigido schema bipolare, tale tentazione al massimalismo si riprodusse anche nella ricerca di strumenti di deterrenza nucleare sempre più efficaci e dissuasivi, fino al «grande riarmo reaganiano – l’anti vigilia della fine della Guerra Fredda: che esso contribuirà a determinare» (p. 265).

Nella quarta e ultima sezione l’autore offre una panoramica della «geopolitica estera americana» nella fase del momento unipolare, servendosi delle stesse categorizzazioni con cui ha brillantemente affrescato l’evoluzione dell’impegno internazionalista dagli esordi fino al 1989. La chiave di lettura geopolitica, anche all’apice dell’egemonia americana nell’epoca clintoniana, risulta utile per comprendere il prolungato impegno statunitense anche dopo la scomparsa del Behemoth sovietico – agli occhi di molti osservatori l’ultima grande minaccia per la pluralità geopolitica di Eurasia. La fine della Guerra Fredda sembrò sancire il tramonto della geopolitica come strumento d’analisi delle relazioni internazionali, ormai entrate in un’ottica di governance globale. Come ricorda Stefanachi, tale convinzione fu un’apparente illusione poiché la «vacanza geopolitica inaugurata dal collasso dell’URSS [e] lo spensierato periodo di assenza di un competitor eurasiatico della magnitudine dell’URSS [o] di una seria diretta minaccia agli equilibri eurasiatici e globali non sarebbe durata all’infinito» (p. 273). Lungi da svolgere il solo ruolo di stabilizzatore egemonico del sistema politico-internazionale, di estendere senza incontrare ulteriori ostacoli l’ordine della Porta Aperta – ora battezzata globalizzazione, un ennesimo tentativo di riorganizzazione dello spazio internazionale – gli Stati Uniti e l’establishment post-guerra fredda avrebbero dovuto riprendere vecchie-nuove mappe mentali – la geografia dell’internazionalismo – per stabilire una gerarchia di priorità. La caduta del bipolarismo, in realtà, proponeva l’inedita frammentazione di Eurasia e, paradossalmente, un puzzle geopolitico di difficile ricomposizione rispetto alle nuove sfide transnazionali. La risposta americana non fu niente meno che la riproposizione del fondamento geostrategico della sua postura globale: «il saldo dominio americano dei global commons (appunto mare, aria e, per estensione, areospazio)» (p. 301).

Questa strategia di controllo, come presupposto per il mantenimento di uno spazio continentale eurasiatico conforme agli interessi americani, aveva anche un riflesso securitario per proteggere le arterie dell’economia e del commercio internazionale nella stagione della globalizzazione, la quale aveva mostrato un’intensificazione degli scambi marittimi. E quale miglior strumento di patrolling se non quello di estendere il sistema di basi oceaniche (ora ribattezzato lily-pad expansion)? Se tali erano stati i presupposti dell’internazionalismo prima e durante la Guerra Fredda, ora che una seria minaccia per l’aggregazione di Eurasia sembrava non destarsi all’orizzonte scompariva, prosegue Stefanachi, anche quel «velo di ambiguità» che in passato aveva aiutato a nascondere la fortunata realtà geopolitica di cui godevano gli Stati Uniti. Diventati la superpotenza solitaria, gli Stati Uniti avrebbero forse potuto godere di tale status, qualificare le minacce e imporre una parsimoniosa agenda di politica estera. Le guerre a zero morti, i bombardamenti selettivi in Jugoslavia, la frettolosa ritirata dalla Somalia erano tutte dimostrazioni della riluttanza dell’egemone a farsi trascinare in conflitti disfunzionali per gli interessi americani. La stagione del minimalismo sopravvisse anche quando gli attacchi dell’11 Settembre «rivelarono nel modo più drammatico un’inedita, insospettata vulnerabilità degli Stati Uniti, il cui territorio continentale veniva in effetti violato come mai era accaduto nella stagione del loro impegno globale» (p. 335).

La war on terror – nella forma strategica che accantonò la teoria della overwhelming force della dottrina Weinberger-Powell – inizialmente fu pensata per interventi indolori, precisi e in rispetto del supporto interno (l’avversione alle perdite che, dopo il Vietnam, divenne un carattere decisivo della politica estera americana), ma non era compatibile con i risultati e le aspettative della Freedom Agenda di G. W. Bush. I fallimenti del regime change e dell’unilateralismo portarono, come sappiamo, alla Dottrina Obama, l’ennesima sfumatura del minimalismo dell’internazionalismo americano. All’opposto, la nuova strategia nucleare nell’epoca unipolare (la Nuclear Posture Review del 2002) finì per vincolare gli Stati Uniti ad un massimalismo che, in quest’ottica, avrebbe dovuto puntare alla supremazia nucleare e così dissuadere eventuali nemici a sfidare l’egemone, oltre che consentire al paese di ricorrere ad un conflitto convenzionale nell’eventualità di un fallimento della deterrenza.

 

Conclusioni

Stefanachi dedica, infine, una riflessione sul significato geopolitico di Trump, convinto che il nuovo presidente – a dispetto delle critiche di buona parte dell’establishment internazionalista – manterrà fede all’impegno globale americano, ponendosi almeno sul piano strategico in continuità con il predecessore rispetto alla duplice sfida in Eurasia (Cina e Russia). Proprio quest’ultima – aldilà delle speculazioni su possibili combinazioni diplomatiche – anche se interpretata come una sfida diretta di potenze revisioniste all’ordine internazionale liberale (o meglio, l’ordine globale neoliberale) di cui lo stesso Trump è espressione anti-sistemica, rappresenta una rinnovata minaccia alla sicurezza nazionale americana: considerando lo schema della sicurezza nazionale americana dal 1941 ad oggi, un’aggregazione egemonica dello spazio eurasiatico sotto il controllo di potenze ostili sarebbe difficilmente contemplabile, anche considerando la «freddezza dell’America di Trump nei confronti del tema internazionalista della Porta Aperta» (p. 367). Ed è proprio con questa considerazione che l’autore rieleva la geopolitica quale utile strumento per decifrare la strategia americana nel nuovo secolo, fino ai tempi più recenti. Il nuovo nazionalismo jacksoniano che in parte ritroviamo in Trump non riflette, come vorrebbe una valutazione superficiale, un mero neo-isolazionismo; esso, in realtà, è solo un’altra faccia di un tetraedro che rappresenta la struttura stessa della «geopolitica estera americana».

Per concludere, il libro di Stefanachi ha il merito di confrontarsi con una sterminata e complessa bibliografia, costruendo una narrativa logicamente inoppugnabile e servendosene per dimostrare, teoricamente ed empiricamente, l’impatto della geografia sui contenuti della politica estera statunitense. Come anticipato, spesso la geopolitica è stata isolata e marchiata di eccessivo determinismo, per la sua arrogante presunzione di poter stabilire equazioni lineari per spiegare l’interconnessione tra spazio e politica. In aggiunta, tale approccio è stato oltremodo inviso alla comprensione della postura internazionalista assunta dagli Stati Uniti, preferendo concentrare l’attenzione sugli intricati processi di policymaking e decision-making. Inevitabilmente tale impronta geo-politologica può, in parte, oscurare l’utilità di imprescindibili approfondimenti, quali quelli offerti dalla scuola strutturalista e corporativista nello studio della politica estera americana. Quest’ultimi non possono e non devono essere ridimensionati.

Leggendo le pagine di questo testo, storici e politologi potranno scegliere di far propria l’utilità della geopolitica – e di questo volume monografico – come utile strumento per integrare studi settoriali. Il punto di partenza potrà essere concordare, o meno, sulla cifra complessiva di questo libro, ovvero che l’impegno globale statunitense è stato necessario, dagli esordi dell’internazionalismo, poiché l’America che ci descrive Stefanachi è, in chiave geopolitica, naturalmente insicura e al contempo invulnerabile.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Master in Strategic Business presso la LUISS School of Government. Interessato di politica estera, sicurezza americana e tecnologia.

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