“America invulnerabile e insicura” di Corrado Stefanachi

America invulnerabile e insicura Corrado Stefanachi

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La conversione all’internazionalismo. Gli Stati Uniti da potenza continentale a globale

La prima parte del volume, dunque, si interroga sulle origini del movimento internazionalista statunitense, sorto sulla crisi dell’isolazionismo, l’altra corrente che ha dominato l’immaginario americano per tutto il corso dell’Ottocento e che, nelle parole dell’autore, aveva contribuito a consolidare l’idea che una «superpotenza non-geopolitica» come gli Stati Uniti potesse permettersi il «privilegio dell’indifferenza» (p. 10). Questa corrente, in particolare, seppur destinata a riaffiorare costantemente nel dibattito accademico e pubblico americano in varie forme, specialmente quando la stessa identità americana – quel profondo nativismo, intriso di un eccezionalismo introverso, per così dire – verrà messa in crisi, subì un duplice spaesamento. Dapprima la chiusura della frontiera interna, gravida di conseguenze e turning point della storia americana. La grande ascesa economica del paese, nella visione turneriana, era stata possibile grazie alle immense disponibilità di risorse del continente le quali, a loro volta, avevano costituito una costante valvola di sfogo per allentare le torsioni sociali e politiche tra capitale e lavoro.

Conquistato il West e sancito il predominio sul continente nella prima stagione di avventura emisferica – la Dottrina Monroe, di fatto, fu il primo fondamento geopolitico della sicurezza nazionale americana – gli Stati Uniti avrebbero dovuto inaugurare una Open Door Policy per proiettare le potenzialità economiche della giovane democrazia verso nuove sfide e opportunità. La realtà internazionale, però, aveva in serbo unaltra grande rivoluzione (e saturazione) spaziale che scosse nuovamente le mutevoli certezze americane: il mondo si scopriva, nel primo decennio del Novecento, mappato, spartito, conosciuto e pertanto chiuso, in un sistema per la prima volta veramente globale, in cui la ridistribuzione di potere e singoli eventi sarebbero riecheggiati con la stessa intensità in ogni quadrante geografico. Questa doppia consapevolezza spinse – sulla scorta delle teorie geopolitiche classiche (Mackinder) che individuavano nella chiusura di Eurasia la più grande minaccia geopolitica, potenzialmente, all’integrità territoriale ed economica degli Stati Uniti – l’establishment politico americano a salvaguardare la nuova frontiera internazionale. Da Turner a Mahan, da Theodore Roosevelt a Wilson, da Brooks Adams a Nicholas Spykman, l’equazione per la sicurezza nazionale americana – intesa nella duplice valenza economica e territoriale – formulata dagli apologeti dell’internazionalismo presupponeva la difesa avanzata dell’american way of life, qualunque forma (Germania guglielmina, nazifascismo o comunismo) avesse assunto in futuro la minaccia della chiusura della World Island.

La seconda sezione del libro, dopo aver esaminato il perché della postura internazionalista americana, accompagna il lettore nell’indagare il contenuto di quella che l’autore definisce «geopolitica estera dell’internazionalismo», il cui obiettivo principale consistette in «un’impresa di riorganizzazione politica dello spazio internazionale volto a mantenere o ricreare un ambiente accogliente per l’american way of life e la sicurezza americana» (p. 99). L’egemonia globale americana si è potuta consolidare intorno a due assi fondamentali: quello continentale, nel costante tentativo di preservare una balance of power per scongiurare che l’intera massa eurasiatica venisse riunita in un unico blocco di potere, un Grossraum chiuso e impermeabile agli interessi americani, tale da poter indurre gli Stati Uniti a trasformarsi in uno Stato-fortezza prussianizzato e così alterarne la fisionomia politico-istituzionale.

Fu proprio la paura di trasformarsi in un garrison state che veicolò, durante la Guerra Fredda, l’impegno e gli sforzi americani in Eurasia, nella cornice strategica del containment dell’Unione Sovietica. Se tenere aperta la porta in Europa e in Asia agli interessi americani era l’obiettivo di fondo, manipolando la configurazione e la distribuzione di potere dello spazio continentale eurasiatico, lo strumento prediletto per proiettare potenza e così intervenire nei quadranti decisivi – Europa, Medio Oriente, Asia Centrale e Orientale, insomma il Rimland pensato da Spykman – fu individuato nella seconda direttrice, quella aero-marittima. Tramite un sofisticato sistema di basi overseas, ereditate dalla Seconda Guerra Mondiale e rafforzate nei primi e decisivi anni della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avevano gettato un altro «presupposto geostrategico» per l’accesso a quelle «aree del mondo in cui si decidono gli assetti e gli equilibri globali», così da poter controllare e gestire il «sistema circolatorio degli scambi internazionali nel quadro dell’ordine economico liberale della Porta Aperta» (p. 150). Seapower e airpower divennero così gli strumenti prediletti per «preservare la libertà d’azione strategico-politica degli Stati Uniti in Eurasia» e rappresentarono l’evidente «manifestazione del graduale abbandono dell’isolazionismo e della conversione della politica estera americana all’internazionalismo» (p. 172).

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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