“America invulnerabile e insicura” di Corrado Stefanachi

America invulnerabile e insicura Corrado Stefanachi

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Le strategie di intervento e di organizzazione dello spazio eurasiatico dalla Guerra Fredda a Donald Trump

Nella terza parte, Stefanachi – partendo dall’assunto o vincolo geopolitico per cui gli Stati Uniti, allo stato dello sviluppo tecnologico, rimangono un’inespugnabile fortezza insulare – affronta la duplice versione dell’internazionalismo, che nel corso del tempo ha saputo commisurare i costi agli obiettivi, e declinarsi in maniera cangiante tra minimalismo e massimalismo strategico. Questa fondamentale distinzione e compresenza aiuta a comprendere, nel corso del tempo, atteggiamenti altresì ambivalenti mostrati dai leader internazionalisti, spesso intrappolati in logiche parsimoniose e calcoli utilitaristici rispetto ai reali interessi di sicurezza americani – stabilendo, quindi, un rigido schema gerarchico e di priorità – oppure indotti quasi irrazionalmente a dimostrare al mondo l’impegno e la credibilità egemonica statunitense. Questa apparente schizofrenia, sottolinea l’autore, è un evidente retaggio della connaturata condizione geopolitica degli Stati Uniti, spesso poco inclini a farsi coinvolgere in distanti aree del mondo dove la sicurezza nazionale – o, meglio ancora, l’integrità dell’american way of life – non fosse realmente at stake: «La condizione geopolitica in cui si trovano gli Stati Uniti fa di loro un attore strutturalmente esposto alla tentazione del disimpegno, del ridimensionamento degli impegni all’estero» (p. 230). L’autore mostra con grande chiarezza dove queste «forme della parsimonia» si sono manifestate, per esempio nel concetto di arsenal of democracy di F. D. Roosevelt all’apice dell’espansione nazista in Europa, nella versione originaria del containment di G. F. Kennan o nella progressiva rielaborazione della dottrina strategica e nucleare americana nel corso della Guerra Fredda.

Allo stesso tempo, in qualità di garante dell’ordine internazionale liberale ed egemone globale, l’America più volte è stata costretta dalle congiunture ad agire, in conflitti periferici (Corea, Vietnam, Iraq) che sono stati l’espressione più eclatante e drammatica delle ansie relative alla credibilità della potenza militare statunitense. La teoria del domino rappresenta l’espressione più nitida di queste apprensioni, vera e propria «dottrina operativa della politica estera americana negli anni della Guerra Fredda». Essa era l’espressione strutturale di una tendenza a uniformare, ideologicamente, il mondo anti-atlantico e nella convinzione che il mondo post-colombiano – quale spazio globale interconnesso – prospettasse agli Stati Uniti il rischio che una defeat anywhere is a defeat everywhere, come recitava la NSC-68, uno dei documenti fondanti della strategia di sicurezza nazionale americana. Nel rigido schema bipolare, tale tentazione al massimalismo si riprodusse anche nella ricerca di strumenti di deterrenza nucleare sempre più efficaci e dissuasivi, fino al «grande riarmo reaganiano – l’anti vigilia della fine della Guerra Fredda: che esso contribuirà a determinare» (p. 265).

Nella quarta e ultima sezione l’autore offre una panoramica della «geopolitica estera americana» nella fase del momento unipolare, servendosi delle stesse categorizzazioni con cui ha brillantemente affrescato l’evoluzione dell’impegno internazionalista dagli esordi fino al 1989. La chiave di lettura geopolitica, anche all’apice dell’egemonia americana nell’epoca clintoniana, risulta utile per comprendere il prolungato impegno statunitense anche dopo la scomparsa del Behemoth sovietico – agli occhi di molti osservatori l’ultima grande minaccia per la pluralità geopolitica di Eurasia. La fine della Guerra Fredda sembrò sancire il tramonto della geopolitica come strumento d’analisi delle relazioni internazionali, ormai entrate in un’ottica di governance globale. Come ricorda Stefanachi, tale convinzione fu un’apparente illusione poiché la «vacanza geopolitica inaugurata dal collasso dell’URSS [e] lo spensierato periodo di assenza di un competitor eurasiatico della magnitudine dell’URSS [o] di una seria diretta minaccia agli equilibri eurasiatici e globali non sarebbe durata all’infinito» (p. 273). Lungi da svolgere il solo ruolo di stabilizzatore egemonico del sistema politico-internazionale, di estendere senza incontrare ulteriori ostacoli l’ordine della Porta Aperta – ora battezzata globalizzazione, un ennesimo tentativo di riorganizzazione dello spazio internazionale – gli Stati Uniti e l’establishment post-guerra fredda avrebbero dovuto riprendere vecchie-nuove mappe mentali – la geografia dell’internazionalismo – per stabilire una gerarchia di priorità. La caduta del bipolarismo, in realtà, proponeva l’inedita frammentazione di Eurasia e, paradossalmente, un puzzle geopolitico di difficile ricomposizione rispetto alle nuove sfide transnazionali. La risposta americana non fu niente meno che la riproposizione del fondamento geostrategico della sua postura globale: «il saldo dominio americano dei global commons (appunto mare, aria e, per estensione, areospazio)» (p. 301).

Questa strategia di controllo, come presupposto per il mantenimento di uno spazio continentale eurasiatico conforme agli interessi americani, aveva anche un riflesso securitario per proteggere le arterie dell’economia e del commercio internazionale nella stagione della globalizzazione, la quale aveva mostrato un’intensificazione degli scambi marittimi. E quale miglior strumento di patrolling se non quello di estendere il sistema di basi oceaniche (ora ribattezzato lily-pad expansion)? Se tali erano stati i presupposti dell’internazionalismo prima e durante la Guerra Fredda, ora che una seria minaccia per l’aggregazione di Eurasia sembrava non destarsi all’orizzonte scompariva, prosegue Stefanachi, anche quel «velo di ambiguità» che in passato aveva aiutato a nascondere la fortunata realtà geopolitica di cui godevano gli Stati Uniti. Diventati la superpotenza solitaria, gli Stati Uniti avrebbero forse potuto godere di tale status, qualificare le minacce e imporre una parsimoniosa agenda di politica estera. Le guerre a zero morti, i bombardamenti selettivi in Jugoslavia, la frettolosa ritirata dalla Somalia erano tutte dimostrazioni della riluttanza dell’egemone a farsi trascinare in conflitti disfunzionali per gli interessi americani. La stagione del minimalismo sopravvisse anche quando gli attacchi dell’11 Settembre «rivelarono nel modo più drammatico un’inedita, insospettata vulnerabilità degli Stati Uniti, il cui territorio continentale veniva in effetti violato come mai era accaduto nella stagione del loro impegno globale» (p. 335).

La war on terror – nella forma strategica che accantonò la teoria della overwhelming force della dottrina Weinberger-Powell – inizialmente fu pensata per interventi indolori, precisi e in rispetto del supporto interno (l’avversione alle perdite che, dopo il Vietnam, divenne un carattere decisivo della politica estera americana), ma non era compatibile con i risultati e le aspettative della Freedom Agenda di G. W. Bush. I fallimenti del regime change e dell’unilateralismo portarono, come sappiamo, alla Dottrina Obama, l’ennesima sfumatura del minimalismo dell’internazionalismo americano. All’opposto, la nuova strategia nucleare nell’epoca unipolare (la Nuclear Posture Review del 2002) finì per vincolare gli Stati Uniti ad un massimalismo che, in quest’ottica, avrebbe dovuto puntare alla supremazia nucleare e così dissuadere eventuali nemici a sfidare l’egemone, oltre che consentire al paese di ricorrere ad un conflitto convenzionale nell’eventualità di un fallimento della deterrenza.

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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