“America invulnerabile e insicura” di Corrado Stefanachi

America invulnerabile e insicura Corrado Stefanachi

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Conclusioni

Stefanachi dedica, infine, una riflessione sul significato geopolitico di Trump, convinto che il nuovo presidente – a dispetto delle critiche di buona parte dell’establishment internazionalista – manterrà fede all’impegno globale americano, ponendosi almeno sul piano strategico in continuità con il predecessore rispetto alla duplice sfida in Eurasia (Cina e Russia). Proprio quest’ultima – aldilà delle speculazioni su possibili combinazioni diplomatiche – anche se interpretata come una sfida diretta di potenze revisioniste all’ordine internazionale liberale (o meglio, l’ordine globale neoliberale) di cui lo stesso Trump è espressione anti-sistemica, rappresenta una rinnovata minaccia alla sicurezza nazionale americana: considerando lo schema della sicurezza nazionale americana dal 1941 ad oggi, un’aggregazione egemonica dello spazio eurasiatico sotto il controllo di potenze ostili sarebbe difficilmente contemplabile, anche considerando la «freddezza dell’America di Trump nei confronti del tema internazionalista della Porta Aperta» (p. 367). Ed è proprio con questa considerazione che l’autore rieleva la geopolitica quale utile strumento per decifrare la strategia americana nel nuovo secolo, fino ai tempi più recenti. Il nuovo nazionalismo jacksoniano che in parte ritroviamo in Trump non riflette, come vorrebbe una valutazione superficiale, un mero neo-isolazionismo; esso, in realtà, è solo un’altra faccia di un tetraedro che rappresenta la struttura stessa della «geopolitica estera americana».

Per concludere, il libro di Stefanachi ha il merito di confrontarsi con una sterminata e complessa bibliografia, costruendo una narrativa logicamente inoppugnabile e servendosene per dimostrare, teoricamente ed empiricamente, l’impatto della geografia sui contenuti della politica estera statunitense. Come anticipato, spesso la geopolitica è stata isolata e marchiata di eccessivo determinismo, per la sua arrogante presunzione di poter stabilire equazioni lineari per spiegare l’interconnessione tra spazio e politica. In aggiunta, tale approccio è stato oltremodo inviso alla comprensione della postura internazionalista assunta dagli Stati Uniti, preferendo concentrare l’attenzione sugli intricati processi di policymaking e decision-making. Inevitabilmente tale impronta geo-politologica può, in parte, oscurare l’utilità di imprescindibili approfondimenti, quali quelli offerti dalla scuola strutturalista e corporativista nello studio della politica estera americana. Quest’ultimi non possono e non devono essere ridimensionati.

Leggendo le pagine di questo testo, storici e politologi potranno scegliere di far propria l’utilità della geopolitica – e di questo volume monografico – come utile strumento per integrare studi settoriali. Il punto di partenza potrà essere concordare, o meno, sulla cifra complessiva di questo libro, ovvero che l’impegno globale statunitense è stato necessario, dagli esordi dell’internazionalismo, poiché l’America che ci descrive Stefanachi è, in chiave geopolitica, naturalmente insicura e al contempo invulnerabile.

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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