“Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l’economia” di Ignazio Visco

Ignazio Visco

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Visco e i problemi strutturali dell’Italia

Visco si concentra innanzitutto sulla lenta e incompleta risposta dell’Italia ai grandi cambiamenti degli anni Novanta, quali l’apertura dei mercati, l’innovazione tecnologica, il trend demografico e l’Unione economica e monetaria. Due esempi, presi dalle pagine del libro, aiutano a comprendere la portata di queste trasformazioni: per quanto concerne le potenzialità del progresso tecnologico, si pensi all’iPhone X della Apple; è lungo 14 centimetri, pesa 174 grammi e ha una potenza di calcolo pari a circa 30.000 volte quella del Supercomputer IBM 7030 Stretch del 1961, che era lungo 10 metri, pesava 18 tonnellate e costava circa 8 milioni di dollari (che corrisponderebbero a 65 milioni di oggi), ovvero 10.000 volte in più dell’iPhone X. Per quanto riguarda invece l’apertura dei mercati, si rifletta sul solo impatto della Cina nel comparto del tessile, dell’abbigliamento e degli articoli in pelle; tra il 1995 e il 2017 la quota della Cina negli scambi mondiali in questo settore è aumentata, scrive Visco, di 24 punti percentuali, al 37 per cento, mentre la produzione complessiva delle imprese italiane è crollata del 40 per cento (contro un calo dell’11% per il totale dell’industria).

L’Italia, sostiene l’Autore, non si è adeguatamente attrezzata dinanzi a queste trasformazioni, aderendo alla moneta unica in una posizione di debolezza, esacerbata tra l’altro dall’elevato debito pubblico – seppur ridotto notevolmente a partire da metà degli anni Novanta. La produttività del nostro Paese è stagnante da oltre vent’anni, soprattutto a causa del ritardo nell’adozione delle nuove tecnologie; nel 2013 oltre il 90 per cento dei cittadini nei Paesi Bassi aveva accesso a Internet, mentre in Italia meno del 60 per cento; nel 2012 solo l’8 per cento delle imprese italiane faceva ricorso al commercio elettronico, il valore più basso tra tutti i paesi dell’OCSE. Inoltre, come scrive Visco, «la bassa crescita dell’Italia degli ultimi vent’anni è a sua volta il riflesso di una struttura economica frammentata in cui è elevato il peso delle imprese di dimensione contenuta, in media poco patrimonializzate e spesso poco propense a crescere». (p.32). In Italia infatti le aziende con meno di cinquanta addetti hanno un peso maggiore rispetto che in Germania, Francia e Spagna: secondo i dati di censimento relativi al 2012 sono 4,3 milioni, impiegano 6 milioni di dipendenti e quasi 5 milioni di autonomi, per la gran parte titolari delle aziende stesse.

Con queste condizioni di partenza l’Italia ha sofferto più degli altri e ancora oggi non pare totalmente guarita: «In Italia la doppia recessione ha lasciato eredità pesanti, con il crollo dell’occupazione, l’ulteriore arretramento del Mezzogiorno e la crescita della povertà. Alla forte compressione della domanda, in particolare della spesa per investimenti, ha fatto seguito la sostanziale stagnazione di prezzi e salari nominali. Solo l’azione energica della politica monetaria ha consentito, negli ultimi anni, di evitare una spirale deflazionistica. Non sono state evitate, però, conseguenze severe per i conti pubblici e i bilanci delle banche». (p.15).

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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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