“Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l’economia” di Ignazio Visco

Ignazio Visco

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Debito pubblico, settore bancario e le sfide future

Visco nel volume prende in esame alcune questioni chiave per lo sviluppo italiano in vista delle sfide globali del ventunesimo secolo: il debito pubblico, il settore bancario, l’educazione finanziaria e le politiche monetarie. In questa sede è impossibile trattare queste tematiche in modo approfondito e, inoltre, non è lo scopo di questo testo analizzare l’operato di Visco come Governatore negli anni della crisi e l’efficacia della vigilanza sulle banche – l’Autore ovviamente sostiene che vi sia stata la vigilanza necessaria e, nell’analisi delle criticità riscontrate, si concentra soprattutto sulla rigidità delle regole bancarie europee e il mancato completamento dell’Unione bancaria.

Più interessante è invece il discorso sul debito pubblico e il settore bancario. Per quanto riguarda il primo, Visco ne sostiene la necessaria riduzione, soprattutto per evitare un onere eccessivo per la spesa per interessi – ricordiamo che l’Italia deve collocare ogni anno 400 miliardi di titoli pubblici sul mercato. Negli anni della crisi il rapporto debito Pil è aumentato di circa trenta punti percentuali a causa dell’andamento negativo del denominatore (il Pil), facendo sprofondare l’Italia nella spirale negativa dello spread durante il 2011/12; a causa di questa esposizione ai mercati, e non avendo una vera e propria banca centrale dotata degli strumenti per calmierare i tassi (ci sentiamo di aggiungere), risulta necessario diminuire il debito. Un’azione efficace consisterebbe nel mantenere un avanzo primario del 4% (quindi sostanzialmente un pareggio del saldo strutturale) per ridurre il rapporto sotto il 100 in un arco di dieci anni, con inflazione al 2% e una crescita all’1. Nonostante l’Autore non risparmi alle regole europee qualche critica, alla fine la tesi risulta chiara: «La forte esposizione alla volatilità dei mercati e il freno alla crescita che ne derivano non ci consentono di posticipare ulteriormente la riduzione del debito. Non dobbiamo ripetere gli errori del passato». (pp.82-83).

Per comprendere la vicenda delle crisi bancarie è imprescindibile tener conto degli effetti nefasti della grande crisi. Tra il 2007 e il 2015 il peso dei crediti in sofferenza e degli altri crediti deteriorati sul complesso dei prestiti bancari è triplicato; nel dicembre 2015, scrive l’Autore, il complesso dei crediti deteriorati era pari, al netto delle rettifiche di valore, a 197 miliardi, ovvero il 10,8% del totale dei prestiti all’economia. Il combinato disposto tra il profondo deterioramento del sistema produttivo, con numerose imprese e famiglie incapaci di rimborsare i finanziamenti ricevuti, e i gravi episodi di mala gestio riportati dalle cronache, ha generato la forte crisi di sistema del settore bancario che abbiamo visto. Inoltre, «alla crescita dello stock di crediti deteriorati, e soprattutto alla loro persistenza su livelli elevati, hanno fortemente contribuito la lentezza delle procedure giudiziali di recupero e lo scarso sviluppo del mercato secondario di tali attivi, sostanzialmente oligopolistico». (p.94). Come riporta l’Autore, in Italia occorrono in media tre anni per risolvere una controversia in un tribunale di prima istanza e più di sette per chiudere una procedura fallimentare, contro l’anno, per ambedue i casi, dei paesi più virtuosi dell’Unione.

Sono tre le sfide fondamentali che, secondo Visco, le banche dovranno affrontare – le quali, ricordiamo, hanno comunque notevolmente ridotto i crediti deteriorati con la ripresa degli ultimi anni e hanno raggiunto una certa stabilità, a fronte di interventi da parte pubblica e di forti ristrutturazioni del settore: la prima consiste nell’adeguarsi alle mutate esigenze del sistema produttivo, per alloccare con più efficienza le risorse e venire incontro alle necessità finanziarie delle imprese medio-grandi operanti sui mercati internazionali; la seconda «riguarda il rafforzamento e il recupero di reddittività dei singoli intermediari e del settore nel suo complesso». (p.112); la terza, infine, è la sfida della digitalizzazione, imprescindibile ormai anche per l’attività bancaria: l’obiettivo è quello di elaborare le informazioni con più efficienza e abbattere i costi, come Stati Uniti, Regno Unito e Cina stanno facendo da anni.

Più in generale, alzando lo sguardo anche a livello europeo, Visco scrive: «Debolezze sono ancora presenti. Per risolverle c’è innanzitutto bisogno di stabilità e fiducia; interventi generalizzati, concitati e prociclici non sono d’aiuto. Un contributo può provenire dalla revisione dell’assetto istituzionale e regolamentare europeo in materia di gestione delle crisi, del quale vanno corretti gli eccessi di rigidità». (p.114).

Il volume di Visco, al netto delle considerazioni personali dell’Autore e dell’ingombrante ruolo che ricopre, può ritenersi un interessante saggio all’interno della letteratura sulla crisi, soprattutto per la lucidità con cui tratta le grandi trasformazioni degli ultimi vent’anni. Degne di nota sono anche le pagine riguardanti la necessità di un’educazione finanziaria e l’importanza degli investimenti in cultura e conoscenza – tema molto caro all’economista. Attraverso l’innovazione e la cultura, ci dice Visco con queste pagine, l’Italia potrà riportarsi al passo coi tempi senza essere travolta dal grande dis-ordine globale. L’importante è che se ne renda conto al più presto.

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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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