Intervista a Silvio Pons sugli anni Settanta: distensione, socialdemocrazia, eurocomunismo

Silvio Pons anni settanta

Gli anni Settanta sono un periodo di grandi trasformazioni, nei quali si compiono alcuni dei passaggi cruciali che determinano l’assetto globale per tutto il trentennio successivo. Per approfondire questa fase storica abbiamo deciso di intervistare Silvio Pons, professore Ordinario di Storia dell’Europa orientale all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Presidente della Fondazione Istituto Gramsci a Roma, autore di numerosi saggi sulla storia della Guerra Fredda. In particolare questa intervista si concentra sul significato della distensione e delle strategie, in questo contesto, delle socialdemocrazie europee e dei comunisti italiani, per concludere infine con alcune considerazioni sul passaggio agli anni Ottanta, sull’affermarsi del neoliberismo e sulla crisi attuale della socialdemocrazia europea. L’intervista è a cura di Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini.


Con gli anni Settanta si compie una transizione di importanza cruciale per gli assetti politici ed economici mondiali. Il modello di sviluppo economico di matrice keynesiana e fordista, su cui si basava la crescita economica e democratica dei “Trenta Gloriosi”, entra in crisi. Quali sono a suo avviso i principali fattori e le premesse che la determinarono? Attraverso quali tappe venne ad articolarsi questo processo nel corso degli anni Settanta?

Pons: È opportuno dal punto di vista che hanno sviluppato gli studi storici sul tema. Nella difficoltà di leggere le radici del presente e del mondo globale in cui viviamo, oggi gli anni Settanta appaiono la radice più immediata della crisi: è una percezione sempre più forte, che si riflette negli studi di storia internazionale, di storia politica, economica e sociale. Alcune delle ragioni sono chiaramente la crisi del welfare, la fine dei Trenta Gloriosi e il passaggio a ciò che si sostituì a quella fase: lo scenario postindustriale, la finanziarizzazione del capitalismo, l’inizio della globalizzazione. In chiave più geopolitica va considerato il fatto che la stessa Guerra Fredda cambiò nel corso degli anni Settanta. Questi due cambiamenti non erano privi di riscontro nella coscienza soggettiva dei contemporanei; tuttavia oggi li leggiamo non solo in modo diverso, come è ovvio che sia, ma anche usando dei linguaggi differenti: ad esempio usando il termine “globalizzazione”, che non faceva parte del lessico dell’epoca, diversamente da quello di “interdipendenza”. I diversi significati che il termine ha assunto negli ultimi quarant’anni hanno modificato il senso che diamo a questo concetto. Si assiste oggi ad una crescente tendenza degli studi a retrodatare il senso comune della globalizzazione. La globalizzazione è un processo di crescente interdipendenza che si può retrodatare di secoli e ha una sua storia. Nel senso comune si è invece diffusa l’idea che essa si sia affermata dopo il collasso dell’universo sovietico. In realtà, una certa visione degli anni Settanta porta non solo a retrodatare questa periodizzazione ma anche a invertire i termine dell’equazione che vede il collasso sovietico come causa della globalizzazione: essa è in realtà uno dei fattori della fine del mondo sovietico e più in generale della Guerra Fredda. Non si tratta del semplice prodotto di un crollo inevitabile, di un errore della storia che doveva finire e dopo il quale si sarebbe aperta l’era liberale della globalizzazione. Questa era in generale la visione di Fukuyama e di molti altri. L’inversione dei fattori ci mette invece davanti a una complessità maggiore e permette una lettura diversa di quella vicenda. Recentemente è stato pubblicato un libro, The Shock of the Global che contiene l’interpretazione degli anni Settanta di cui stiamo parlando. Naturalmente ci possono essere punti di vista diversi su questo.

Per quanto riguarda il problema di come la storia del socialismo e della sinistra europea si siano rapportate alla crisi degli anni Settanta, entriamo in un campo non meno specifico e complesso. In generale, la crisi del welfare ha messo l’intera sinistra europea in una situazione di crescente difficoltà nella definizione della propria identità. Questo non vale solo per il comunismo, che con il welfare aveva solo parzialmente a che vedere, a seconda delle collocazioni. Tutti i tentativi di ridefinizione di un’identità socialista dopo il collasso sovietico vanno a mio parere letti più alla luce di questa difficoltà che non della subordinazione all’egemonia neoconservatrice e neoliberista. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che ci sia stata un’egemonia del neoconservatorismo negli anni Ottanta, anche se bisognerebbe capire cosa si intende per “egemonia”. Non è così evidente che gli USA di Reagan fossero una potenza egemone allo stesso modo in cui lo erano gli USA subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: occorre qualificare il termine egemonia, che spesso si usa in maniera troppo disinvolta. Il tentativo di leggere le trasformazioni, i tentativi di risposta, le ridefinizioni identitarie, le riformulazioni delle strategie politiche dell’intera sinistra europea o addirittura mondiale soltanto in questa chiave, in termini di subalternità all’ideologia neoliberista, per cui occorrerebbe ripartire da zero, riflette un modo di ragionare per cui provo un’istintiva diffidenza. Ci sono stati dei tentativi di risposta molto seri, che però sono falliti. Si potrebbe parlare a lungo di cosa sia stato il fenomeno inaugurato da Tony Blair, non lo si può liquidare con la guerra in Iraq. Tuttavia è certamente vero che nessuna forza della sinistra europea, soprattutto quelle di derivazione socialista, socialdemocratica oppure post-comunista, ha saputo dare vita ad una forza internazionale capace di mettere in campo una strategia efficace come invece era stata in grado di fare la socialdemocrazia negli anni Sessanta e Settanta. Noi siamo abituati a pensare la socialdemocrazia come un soggetto politico ampiamente definito dalla sovranità dello stato nazione, elemento che costituisce anche il suo limite, soprattutto in un mondo globalizzato. È del tutto evidente che l’intera esperienza delle politiche di welfare si inscriveva nel perimetro dello stato nazione ed esprimeva un’idea di rifondazione di esso dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. La storia e l’eredità della socialdemocrazia non si riassume però solo in questo paradigma della territorialità e della sovranità nazionale, poiché si è trattato anche una grande forza internazionale negli anni Settanta.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Anni di transizione

Pagina 2: Gli anni Settanta tra Guerra Fredda e distensione

Pagina 3: Gli anni Settanta in Italia

Pagina 4: Dagli anni Settanta ad oggi


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Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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