Intervista a Silvio Pons sugli anni Settanta: distensione, socialdemocrazia, eurocomunismo
- 28 Giugno 2018

Intervista a Silvio Pons sugli anni Settanta: distensione, socialdemocrazia, eurocomunismo

Scritto da Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini

21 minuti di lettura

Gli anni Settanta sono un periodo di grandi trasformazioni, nei quali si compiono alcuni dei passaggi cruciali che determinano l’assetto globale per tutto il trentennio successivo. Per approfondire questa fase storica abbiamo deciso di intervistare Silvio Pons, professore Ordinario di Storia dell’Europa orientale all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Presidente della Fondazione Istituto Gramsci a Roma, autore di numerosi saggi sulla storia della Guerra Fredda. In particolare questa intervista si concentra sul significato della distensione e delle strategie, in questo contesto, delle socialdemocrazie europee e dei comunisti italiani, per concludere infine con alcune considerazioni sul passaggio agli anni Ottanta, sull’affermarsi del neoliberismo e sulla crisi attuale della socialdemocrazia europea. L’intervista è a cura di Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini.


Con gli anni Settanta si compie una transizione di importanza cruciale per gli assetti politici ed economici mondiali. Il modello di sviluppo economico di matrice keynesiana e fordista, su cui si basava la crescita economica e democratica dei “Trenta Gloriosi”, entra in crisi. Quali sono a suo avviso i principali fattori e le premesse che la determinarono? Attraverso quali tappe venne ad articolarsi questo processo nel corso degli anni Settanta?

Pons: È opportuno dal punto di vista che hanno sviluppato gli studi storici sul tema. Nella difficoltà di leggere le radici del presente e del mondo globale in cui viviamo, oggi gli anni Settanta appaiono la radice più immediata della crisi: è una percezione sempre più forte, che si riflette negli studi di storia internazionale, di storia politica, economica e sociale. Alcune delle ragioni sono chiaramente la crisi del welfare, la fine dei Trenta Gloriosi e il passaggio a ciò che si sostituì a quella fase: lo scenario postindustriale, la finanziarizzazione del capitalismo, l’inizio della globalizzazione. In chiave più geopolitica va considerato il fatto che la stessa Guerra Fredda cambiò nel corso degli anni Settanta. Questi due cambiamenti non erano privi di riscontro nella coscienza soggettiva dei contemporanei; tuttavia oggi li leggiamo non solo in modo diverso, come è ovvio che sia, ma anche usando dei linguaggi differenti: ad esempio usando il termine “globalizzazione”, che non faceva parte del lessico dell’epoca, diversamente da quello di “interdipendenza”. I diversi significati che il termine ha assunto negli ultimi quarant’anni hanno modificato il senso che diamo a questo concetto. Si assiste oggi ad una crescente tendenza degli studi a retrodatare il senso comune della globalizzazione. La globalizzazione è un processo di crescente interdipendenza che si può retrodatare di secoli e ha una sua storia. Nel senso comune si è invece diffusa l’idea che essa si sia affermata dopo il collasso dell’universo sovietico. In realtà, una certa visione degli anni Settanta porta non solo a retrodatare questa periodizzazione ma anche a invertire i termine dell’equazione che vede il collasso sovietico come causa della globalizzazione: essa è in realtà uno dei fattori della fine del mondo sovietico e più in generale della Guerra Fredda. Non si tratta del semplice prodotto di un crollo inevitabile, di un errore della storia che doveva finire e dopo il quale si sarebbe aperta l’era liberale della globalizzazione. Questa era in generale la visione di Fukuyama e di molti altri. L’inversione dei fattori ci mette invece davanti a una complessità maggiore e permette una lettura diversa di quella vicenda. Recentemente è stato pubblicato un libro, The Shock of the Global che contiene l’interpretazione degli anni Settanta di cui stiamo parlando. Naturalmente ci possono essere punti di vista diversi su questo.

Per quanto riguarda il problema di come la storia del socialismo e della sinistra europea si siano rapportate alla crisi degli anni Settanta, entriamo in un campo non meno specifico e complesso. In generale, la crisi del welfare ha messo l’intera sinistra europea in una situazione di crescente difficoltà nella definizione della propria identità. Questo non vale solo per il comunismo, che con il welfare aveva solo parzialmente a che vedere, a seconda delle collocazioni. Tutti i tentativi di ridefinizione di un’identità socialista dopo il collasso sovietico vanno a mio parere letti più alla luce di questa difficoltà che non della subordinazione all’egemonia neoconservatrice e neoliberista. Non c’è il minimo dubbio sul fatto che ci sia stata un’egemonia del neoconservatorismo negli anni Ottanta, anche se bisognerebbe capire cosa si intende per “egemonia”. Non è così evidente che gli USA di Reagan fossero una potenza egemone allo stesso modo in cui lo erano gli USA subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: occorre qualificare il termine egemonia, che spesso si usa in maniera troppo disinvolta. Il tentativo di leggere le trasformazioni, i tentativi di risposta, le ridefinizioni identitarie, le riformulazioni delle strategie politiche dell’intera sinistra europea o addirittura mondiale soltanto in questa chiave, in termini di subalternità all’ideologia neoliberista, per cui occorrerebbe ripartire da zero, riflette un modo di ragionare per cui provo un’istintiva diffidenza. Ci sono stati dei tentativi di risposta molto seri, che però sono falliti. Si potrebbe parlare a lungo di cosa sia stato il fenomeno inaugurato da Tony Blair, non lo si può liquidare con la guerra in Iraq. Tuttavia è certamente vero che nessuna forza della sinistra europea, soprattutto quelle di derivazione socialista, socialdemocratica oppure post-comunista, ha saputo dare vita ad una forza internazionale capace di mettere in campo una strategia efficace come invece era stata in grado di fare la socialdemocrazia negli anni Sessanta e Settanta. Noi siamo abituati a pensare la socialdemocrazia come un soggetto politico ampiamente definito dalla sovranità dello stato nazione, elemento che costituisce anche il suo limite, soprattutto in un mondo globalizzato. È del tutto evidente che l’intera esperienza delle politiche di welfare si inscriveva nel perimetro dello stato nazione ed esprimeva un’idea di rifondazione di esso dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. La storia e l’eredità della socialdemocrazia non si riassume però solo in questo paradigma della territorialità e della sovranità nazionale, poiché si è trattato anche una grande forza internazionale negli anni Settanta.

Gli anni Settanta tra Guerra Fredda e distensione

Sul piano geopolitico, il periodo preso in considerazione vede al suo centro il processo di distensione tra i due blocchi della guerra fredda. In che cosa consisteva questo processo? Come venivano a ridefinirsi i rapporti tra i due blocchi? Come veniva diversamente interpretata la distensione dai principali attori politici?

Pons: Sin dall’inizio la distensione è stata una strategia politica, ma anche qualcosa di più. Si tratta di un termine del quale i soggetti politici dell’epoca e gli storici hanno abusato. Stiamo parlando pur sempre della Guerra Fredda, di cui la distensione ha rappresento una variabile. Non esiste un ambiente, un ordine internazionale della distensione, ma sempre un ordine della Guerra Fredda, ordine bipolare e antagonista che ha avuto anche i suoi momenti di distensione. Nella interpretazione di molti osservatori dell’epoca (anche qui si tratta sempre di provare a cogliere il gioco delle soggettività nell’interpretazione degli eventi storici in corso, anche per via della coscienza soggettiva che vi si trasmette) la distensione appariva come un nuovo ordine internazionale rispetto alla Guerra Fredda. Fu un’idea molto influente fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Non dico questo per correggere la domanda, che è formulata in un linguaggio legittimo, ma che spesso contribuisce ad oscurare questo dato con cui bisogna fare i conti. La distensione è più di una strategia politica: fu un processo di cambiamento della Guerra Fredda che è stato interpretato fondamentalmente in due modi diversi. Da una parte, nell’interpretazione originaria delle due superpotenze, che possiamo datare già prima dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 e che poi si sviluppa grazie all’invasione stessa, la distensione è un processo rivolto a mettere sotto controllo i cambiamenti sociali e politici in corso tra anni Sessanta e Settanta, a stabilizzare l’ordine bipolare rispetto alle turbolenze che erano emerse: dal ’68 globale alla fine del sistema di Bretton Woods, lo sganciamento del dollaro nel ’71, lo shock petrolifero ecc. La distensione negli anni Settanta era in questo senso una strategia conservatrice. Qualcuno ha anche detto che era deliberatamente volta a mettere sotto controllo la protesta giovanile del ’68. Questo mi sembra esagerato. Direi piuttosto che la distensione era volta a mettere sotto controllo tutta una serie di processi che indicavano che l’ordine mondiale così come si era definito alla fine degli anni Quaranta stava finendo. La distensione operò una stabilizzazione ambigua, soprattutto in Europa, in quanto presupponeva un dialogo tra due soggetti che continuavano però a considerarsi antagonistici. Nessuno pensa che il paradigma amico/nemico della Guerra Fredda sia stato cancellato dalla trattative sul Vietnam o dai trattati sui confini europei nella conferenza di Helsinki. Tutti elementi importanti che però non eliminarono il bipolarismo antagonista, ma che al limite lo stabilizzarono. Questa era la principale strategia della distensione. Poi c’è una seconda strategia della distensione, che è legata alla Ostpolitik della Germania occidentale, guidata da Willy Brandt.

Nel contesto della distensione assume appunto particolare rilievo la politica condotta dai socialdemocratici tedeschi, comunemente nota come Ostpolitik. Come viene a maturare questo progetto politico? Quali erano le sue finalità e i suoi presupposti?

Pons: Prima di cominciare bisognerebbe fare un discorso su come matura l’Ostpolitik nel contesto tedesco, ma questo ci porterebbe un po’ lontano dal nostro discorso. L’Ostpolitik era un calco rovesciato della Westpolitik di Adenauer, che aveva manifestamente l’intenzione di integrare la Germania nell’Occidente secondo modalità inedite. Fortemente anticomunista, la Westpolitik non solo non riconosceva la Germania orientale ma ne ignorava l’esistenza come soggetto della politica internazionale. L’Ostpolitik rovescia invece il paradigma, non in chiave polemica e di abbandono della Westpolitik, ma in chiave di integrazione. Il punto di partenza del discorso di Brandt è che la Westpolitik ha nei fatti già raggiunto i suoi risultati, cosa che i cristiano-democratici invece contestavano. A questo livello si pone il problema del rapporto tra dimensione di breve e di lungo periodo della Ostpolitik, che era in primo luogo una strategia immediata, volta a creare migliori condizioni di vita per le persone: maggiore mobilità e possibilità di scambio, di visite tra parenti e amici al di là del muro e, più in generale, tra le due Germanie. Se si osservano come cambiano i flussi di persone tra l’Est e l’Ovest, prima e dopo il 1969, si osserva un aumento quasi esponenziale dei numeri. Questo aumento non creò certo una permeabilità tra le due Germanie ma fu in un certo modo l’inizio della fine della cortina di ferro. All’epoca questa fine era stata prevista? Si pensava il processo in questo modo? Forse no, ma un’idea strategica di lungo periodo era comunque presente: l’idea che l’interesse nazionale tedesco dovesse non solo lasciare aperta una prospettiva di riunificazione (cosa che all’epoca naturalmente era immaginata anche dai più arditi come qualcosa di lontanissimo che si sarebbe verificato chissà quando) ma che vi fosse un interesse dell’Occidente e in particolare dell’Europa a superare i confini della cortina di ferro. Questo avrebbe da una parte rafforzato l’integrazione occidentale e dall’altra consolidato l’influenza dell’Europa. In questo senso l’Ostpolitik non è solo la politica estera della Germania occidentale ma ne costituisce anche l’affermazione di sovranità nazionale. Fino a quel momento, l’unico paese che aveva avuto una politica estera distinguibile dalla stretta fedeltà atlantica era stata la Francia di De Gaulle, anche se poi questo non aveva generato grandi cambiamenti, restando all’interno di un discorso e di un’ottica prettamente nazionale. Il caso della Germania occidentale invece è diverso: la Repubblica Federale Tedesca ha una sua politica estera che non è quella degli USA. L’Ostpolitik, che non a caso all’inizio non piacque per niente a Kissinger, rappresenta infatti anche un’idea diversa di distensione, che si pone non solo un obiettivo di pura e semplice stabilizzazione ma anche di cambiamento. La Ostpolitik riconosceva i blocchi come condizione per un loro cambiamento e in questo senso era una strategia completamente diversa dalla retoriche gaulliste, che piacevano anche ai comunisti, che guardavano al superamento dei blocchi e che intendevano tale superamento in forma propagandistica e retorica attraverso visioni paneuropee, che tuttavia non potevano sfociare in strategie politiche realizzabili, visto che i blocchi continuavano a permanere insieme ai vincoli della NATO e del Patto di Varsavia. Da questo punto di vista la Ostpolitik era una strategia molto lucida, un riconoscimento dell’importanza dei blocchi al fine della stabilizzazione dell’Europa. In questo senso si riconosce l’importanza del bipolarismo ma con l’idea, che una volta stabilizzato questo, sia anche possibile sul lungo periodo aprire a condizioni di cambiamento nello scenario europeo.

Nel contesto europeo sono individuabili in questo periodo dei tratti che accomunano le proposte dei principali soggetti politici socialdemocratici? Era presente una coerente prospettiva di sviluppo come risposta alla crisi in corso? Come si muovono le socialdemocrazie europee nel quadro della distensione? Si verificò una cooperazione incisiva tra governi socialdemocratici negli anni Settanta?

Pons: Negli anni Settanta la socialdemocrazia governa in Germania, in Gran Bretagna e in Svezia, che è un paese meno importante dal punto di vista geopolitico ma con una leadership politica rilevante. Poi c’erano i socialisti francesi con Mitterrand, che hanno ovviamente una loro forte fisionomia, anche se non rappresentavano una forza di governo. Se parliamo di storia internazionale dell’Europa negli anni Settanta, credo che sia ormai un dato acquisito il fatto che la socialdemocrazia abbia giocato un ruolo internazionale molto importante a due livelli. Prima di tutto, a livello di integrazione europea, contribuendo al salto di qualità dell’Unione. In secondo luogo, attorno alla metà degli anni Settanta, acquisisce un ruolo rilevante quando la crisi economica e politica richiese interventi economici di governo nell’Europa occidentale e soprattutto meridionale. Da una parte, la Germania occidentale, che era già la potenza economica europea, contribuì all’elaborazione di politiche che erano volte ad aiutare economicamente gli altri paesi occidentali in difficoltà. Non furono più soltanto gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale a sostenere, attraverso prestiti e le prime politiche di condizionalità, i paesi in crisi dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia. Rispetto alla crisi dell’Europa meridionale (quella italiana che era quella di una democrazia traballante, quelle di Spagna, Grecia Portogallo erano invece democrazie di transizione nate dopo regimi dittatoriali) le forze socialdemocratiche furono quelle che più coscientemente produssero una gestione multilaterale delle crisi. Nacquero così i famosi summit di Rambouillet del 1975, da cui poi nacque il G7 nel 1977 a Porto Rico (a cui prese parte anche l’Italia), nel quale venne formulata la famosa frase del cancelliere Schmidt (non di Kissinger!) in cui si dichiarava che si era disposti ad aiutare l’Italia solo se i comunisti non fossero andati al governo. Poi, naturalmente, gli Usa restavano il partner più importante, ma le ipotesi di gestione della transizione democratica, soprattutto in Portogallo, dove si verifica una vera e propria rivoluzione, erano molto diverse. Kissinger tendeva ad applicare modelli di intervento e influenza degli Usa che prendevano seriamente in considerazione, ai fini della stabilizzazione, anche l’ipotesi che questa avvenisse mediante forze non democratiche (modello cileno, anche se è un po’ pesante dirlo). Basta vedere il suo giudizio, sprezzante e diffidente, sui socialisti portoghesi, che emersero alle prime elezioni come la forza egemone della sinistra nel paese. Le socialdemocrazie invece puntarono su una transizione democratica largamente garantita dalla tenuta dei partiti socialisti, e questo fu quello che accadde. Si potrebbe dire che a metà degli anni Settanta i principali paesi europei contano nella definizione della politica americana verso la stessa Europa molto di più di quanto contavano prima e probabilmente più di quanto non abbiano contato successivamente (si pensi alla crisi jugoslava dopo il 1991 in cui la presenza europea fu evanescente, piena di litigi e incomprensioni). Negli anni Settanta la socialdemocrazia fu anche una grande forza internazionale e non soltanto una somma di forze nazionali che potevano incontrarsi o meno e avere politiche diverse. Questa transizione dalle dittature di destra verso la democrazia fu importantissima. Le uniche dittature che rimanevano in Europa erano quelle comuniste. I comunisti rimanevano privati di argomenti del tipo «non ci sarà grande libertà in Europa orientale ma guardate cos’è la Spagna, alleata della Nato e che riceve soldi da Kissinger». Dopo il 1975 questo argomento non fu più utilizzabile e fu un passaggio di delegittimazione molto importante all’epoca, che venne percepito specialmente qualche anno più tardi quando Jaruselsky fece il colpo di stato in Polonia (1981) e la dittatura mostrò il volto duro della più cruda repressione poliziesca, mentre il resto dell’Europa occidentale era democratica. La socialdemocrazia contò moltissimo in questo passaggio della storia europea, che portò anche alla delegittimazione dei partiti comunisti.

Gli anni Settanta in Italia

Nel panorama italiano, invece, assunse una rilevanza sempre maggiore la “questione comunista”. Linizio del decennio vide laffermarsi di Berlinguer alla guida del PCI. La fine dellesperienza della Primavera di Praga rappresentò una svolta importante per gli indirizzi politici del PCI. Come si delineò la sua risposta al mutamento degli assetti internazionali che era in corso?

Pons: Soffermiamoci sugli aspetti internazionali. La politica internazionale del PCI si configura come una politica che non ha soltanto un profilo autonomo (come veniva rivendicato allora, anche se in parte era un elemento della sua retorica politica) ma che esprime anche una ricerca di legittimazione, in chiave prevalentemente nazionale. C’è una visione della politica estera e dell’interesse nazionale italiano sempre più convergente con alcune delle forze di governo, in particolar modo con la DC di Moro. Questa ricerca di legittimazione nazionale, questo profilo autonomo della politica estera del PCI trova anche un suo preciso aggancio nel contesto della distensione, soprattutto nella seconda versione della distensione: quella dinamica. Si pensa, cioè, che la distensione possa aprire una strada di cambiamento. Questa strategia è ideata da Berlinguer, che disegna la strategia internazionale del PCI già prima del ’72. Questo progetto si configura secondo una logica simile a quella dell’Ostpolitik: riconoscere i blocchi al fine di creare condizioni del cambiamento. Questo è ciò che fece Berlinguer: prima, nel 1973, parlò dell’Europa né antisovietica né antiamericana. Poi, due anni dopo, ci fu la rinuncia alla richiesta di uscita dalla NATO dell’Italia, tradizionale bandiera del PCI. Nel frattempo era intervenuto con un discorso molto più europeista di quanto già non avesse fatto Amendola negli anni Sessanta. Nel passaggio tra il 1973 e il 1974 Berlinguer adotta una strategia che è molto legata, quasi ricalcata sull’Ostpolitik: riconoscere la Nato ai fini di un cambiamento. Cosa rappresentava questo cambiamento per Berlinguer? Fondamentalmente c’era l’idea che negli anni Settanta si era rotta o si stava rompendo la tradizionale interconnessione tra atlantismo ed europeismo, e che finalmente i due elementi potevano essere distinti. Si poteva essere europeisti senza essere necessariamente atlantisti, riconoscendo la NATO ma senza fare dell’atlantismo la propria identità. Su questa idea si gioca buona parte della strategia di Berlinguer, sulla scommessa che l’Europa diventi la terza forza, il terzo polo della politica mondiale. Credo che non sia il caso di ironizzare su questa visione, che retrospettivamente ci appare come tarata da limiti e nutrita di autoillusioni. All’epoca c’era la percezione di un ruolo crescente dell’Europa e che l’egemonia americana stesse attraversando una fase di “crisi” tra il ’72 e il ’75, dopo l’abbandono di Bretton Woods, la sconfitta in Vietnam e il Watergate. Questa crisi veniva dibattuta nei media americani e persino da Kissinger. La strategia della distensione si inseriva precisamente in questo contesto: era il tentativo di deideologizzare la Guerra Fredda, riconoscendo all’URSS la sua egemonia sull’Europa orientale, purché fosse mantenuta la stabilità dei blocchi. Questo presupponeva la coscienza che gli USA non avevano più la forza degli anni Sessanta. Anche per questo Kissinger è stato definito un pessimista geopolitico, non solo per la sua paura che i comunisti prendessero il potere in Italia e Portogallo e si creasse quello che lui stesso chiamava l’effetto domino. Kissinger era in pieno un uomo della Guerra Fredda, la cui mentalità si era formata in quelle logiche. Negli anni Settanta era diffusa la coscienza di una crisi egemonica: la strategia di Berlinguer si inseriva in questo contesto. Naturalmente ha fatto i suoi errori: in particolare ci sono diversi elementi della strategia di Berlinguer che appaiono particolarmente deboli e autoillusori. Ciononostante, la comprensione di un contesto che vedeva una crescita di ruolo dell’Europa, una crisi dell’egemonia degli Usa, una differenziazione tra europeismo e atlantismo, una crescente importanza della Ostpolitik, tutto questo segnala un’intelligenza politica non comune che cercava di delineare una strategia per il PCI come grande forza di opposizione e come forza di governo. Il punto su cui nasce l’eurocomunismo è questo: l’idea che si possa dare la possibilità per i comunisti di diventare una forza di governo, pur rimanendo una forza antagonista in competizione con le socialdemocrazie europee, in grado di ripristinare uno spirito rivoluzionario che le socialdemocrazie avevano perso o diluito.

Mentre sul piano nazionale il PCI di Berlinguer formulava il progetto del compromesso storico, su quello internazionale lanciava la strategia dell’eurocomunismo? Qual era il nesso tra queste due dimensioni, nazionale e internazionale? In particolare, quali erano i principi ispiratori delleurocomunismo? Quali erano i suoi presupposti e gli obiettivi? Come si inseriva leurocomunismo allinterno degli equilibri della Guerra Fredda? Come interagiva con i progetti delle principali forze socialdemocratiche europee?

Pons: Il nesso esiste ed è un nesso cosciente e consapevole. Il compromesso storico è una strategia di governo sul piano nazionale. L’eurocomunismo è una strategia di legittimazione sia sul piano nazionale che internazionale: è l’idea di un comunismo diverso, democratico rispetto ai diritti umani e ai principi del pluralismo politico, europeista, critico verso il modello sovietico e che sul piano nazionale prevede una strategia di collaborazione e non di rottura (non è una proposta di fronte popolare, rifiutata per ciò che aveva portato in Cile, ma piuttosto una proposta di unità nazionale). Il nesso è tanto forte che si può dire che tra le due strategie c’è un’interdipendenza, che non si può pensare il compromesso storico senza l’eurocomunismo e viceversa. Tant’è vero che quando l’eurocomunismo e la solidarietà nazionale finiscono, il PCI si trova in grande difficoltà. Volendo dare una riposta molto semplice alla domanda circa la presenza o meno di presupposti per un successo di questa strategia, si potrebbe dire che quei presupposti non c’erano. Per quanto questa strategia fosse ben congegnata e fosse credibile, essa trovava il suo limite nelle caratteristiche fondamentali della politica internazionale dell’epoca. In altre parole, da un lato c’è da parte di Berlinguer una visione estremamente realistica della distensione, una “adesione all’Ostpolitik”, ma dall’altro la sua concezione contiene un’incomprensione, un’autoillusione circa il perimetro della distensione. La distensione, per quanto dinamicamente la si potesse concepire, non era la fine delle Guerra Fredda, non era, nemmeno alla fine degli anni Settanta, una proposta di cambiamento politico dei fondamentali vincoli esterni che gravano sull’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti. Non lo era sia nella versione kissingeriana e brezneviana, e nemmeno nella versione dell’Ostpolitik, visto che i socialdemocratici tedeschi tutto volevano meno che si producessero delle forme di destabilizzazione paragonabili a quelle che si erano prodotte con la Primavera di Praga, che avrebbero messo a rischio tutte le relazioni con la Germania orientale e, in generale, il loro delicato disegno politico. Certo, a lungo termine si puntava al cambiamento, ma nell’immediato i socialdemocratici tedeschi, compreso Willy Brandt, erano contrari ad ogni rischio di destabilizzazione. Quanto capisce e non capisce di tutto questo Berlinguer? È una domanda difficile: negli anni Settanta Berlinguer sembra vivere tutta la contraddizione tra il realismo dell’adesione all’Ostpolitik e la mancanza di realismo contenuta nell’idea che la distensione avrebbe potuto consentire a un partito comunista di governare in Occidente, cosa che nessun attore internazionale dell’epoca accettava, nemmeno dopo la nascita del governo di solidarietà nazionale e nemmeno dopo l’avvicendamento di un’amministrazione democratica nel 1976, quella di Carter, a quella precedente repubblicana. Meno ancora lo accetta la Germania occidentale, a governo socialdemocratico. Qui c’è una contraddizione nella quale si riassumono tutti i limiti della strategia di Berlinguer. Cosa pensava di fare? In parte credo che si possa dire che pensava (e in una certa misura specularmente lo pensava forse anche Moro) che il consenso e la legittimazione nazionale che il PCI stava ottenendo sarebbero stati talmente forti, talmente imponenti anche sotto il profilo dell’azione internazionale, che gli attori internazionali avrebbero dovuto prenderne atto e che questo poteva avviare un processo graduale di riaffermazione di una sovranità e di una peculiarità nazionale italiana (che si rifaceva all’unità dei governi di coalizione antifascista che si erano avuti tra il ’44 e il ’47). Questa peculiarità italiana avrebbe potuto essere accettata in quanto la stessa DC era costretta ad accettarla, un po’ perché aveva un leader più illuminato di altri, un po’ perché era in grande difficoltà e in crisi di legittimazione. Questo era qualcosa che gli alleati occidentali dell’Italia sapevano benissimo: Kissinger e Schmidt erano preoccupati per il PCI e temevano che la DC non riuscisse a tenere nella crisi italiana. Si potrebbe dunque dire che Berlinguer sperava forse in una legittimazione internazionale che fosse in grado, non di spezzare i vincoli internazionali ma quanto meno di ricondizionarli, rinegoziarli. Questa visione contrastava con l’intera questione delle interdipendenze occidentali di cui tutti gli statisti dell’epoca, compreso Aldo Moro erano perfettamente coscienti. Nel ’76 Sergio Segre, che era il responsabile del dipartimento internazionale del PCI, figura molto importante nella delineazione di questa politica estera, rilascia un’intervista nella quale si osserva che, come in Germania nel ’66, a fronte di uno stallo tra le principali forze politiche, si era creata una coalizione di governo, allo stesso modo questo sarebbe potuto accadere in Italia. Però questo era un discorso che eludeva un problema enorme. There is an elephant missing, come dicono gli inglesi. La grande coalizione tedesca del ’66-’69 era una formata da un partito democratico cristiano – e qui vi era l’analogia con l’Italia – ma in alleanza con un partito socialdemocratico, mentre in Italia c’era un partito comunista che, per quanto fosse diverso, indipendente da Mosca, e fosse diventato largamente una forza democratica nazionale, rimaneva un partito comunista. Gli attori internazionali principali, compresi i sovietici, comprendevano benissimo che se un partito comunista fosse andato al governo in Occidente sarebbe stata una catastrofe: si sarebbe allontanato ancora di più da Mosca, avrebbe creato una condizione di reciprocità, sollevando, ad esempio, la questione della ragione per la quale, se i comunisti governano in Italia perché i cattolici non potevano governare la Polonia? In chiave nazionale, l’idea di ricalcare l’esperienza tedesca, aveva in linea di principio le sue ragioni. Personalmente ho anche una memoria soggettiva di questi fatti, cosa che inevitabilmente influenza gli storici: ero studente a metà degli anni Settanta, militavo nell’estrema sinistra, ma capivo perfettamente che, per quanto i comunisti non fossero proprio nelle grazie della New Left, il discorso che giustificava un cambio di potere con la considerazione che il blocco della democrazia italiana aveva generato distorsioni di ogni genere e corruzione della vita pubblica, aveva una forza di persuasione molto forte sul piano nazionale. Tuttavia non era convincente sul piano internazionale. Questa contraddizione non si risolve mai nella politica di Berlinguer. Per quale motivo? In larga misura perché Berlinguer non aveva nessuna intenzione (dal suo punto di vista è comprensibile) di modificare l’identità comunista. Anche questo è uno dei motivi che stanno alla base del compromesso storico, che non si fonda soltanto sull’idea che spaccando la società in due come in Cile, nella logica della Guerra Fredda, si rischia di soccombere. C’è anche un altro elemento: quando Berlinguer dice che non si può governare l’Italia con il 51% sta anche dicendo «non vogliamo diventare socialdemocratici» perché governare contro la DC (forza moderata filoccidentale) in un paese della NATO, significava il rischio di diventare una socialdemocrazia. Non era questa la prospettiva e la cultura del PCI. Questo non è un giudizio di merito: sto dicendo che sarebbe stato ridicolo per i comunisti dichiararsi dall’oggi al domani socialdemocratici. Questa necessità di conservazione identitaria è ciò che spinse Berlinguer a mantenere le relazioni principali con il blocco sovietico. Il PCI era un partito comunista indipendente, lo diceva persino Kissinger ai suoi collaboratori più illuminati, come si può leggere nei verbali di queste conversazioni. A chi gli diceva che i comunisti italiani sono autonomi da Mosca e indipendenti, Kissinger rispondeva che lo sapeva benissimo e che questa era la situazione peggiore, perché se almeno fossero stati controllati da Mosca ci si sarebbe potuti intendere con lei, mentre in questo modo erano come delle mine vaganti, che non si sapeva cosa avrebbero potuto fare, e continuavano a essere leninisti. Il punto centrale non è la questione dell’indipendenza, ma l’idea culturale e politica di contribuire a un rinnovamento delle forze rivoluzionarie in Europa, come dicevamo prima, in competizione con le socialdemocrazie, mantenendo anche una capacità di influenza verso l’Est: c’era l’idea che i regimi comunisti potevano e dovevano essere riformati, con la convinzione che costituissero ancora una grande forza nel mondo sul piano sociale, culturale e politico. Questo difficile equilibrio su cui si giocava la strategia combinata di compromesso storico e eurocomunismo, si scontra con la tensione irrisolvibile tra la legittimazione come forza di governo nel campo occidentale e l’idea di mantenere aperta una prospettiva di comunismo riformatore. Questi due elementi, piaccia o no, erano incompatibili tra di loro e Berlinguer non poteva rinunciare a nessuno dei due.

Passiamo alla domanda successiva…

Pons: Posso dire una cosa che ho dimenticato? Non abbiamo parlato di Moro ed è un punto a cui tengo. A lungo è stata fatta una narrazione, sin dallepoca di cui stiamo parlando, sui rapporti tra Moro e Berlinguer che li ha presentati come due alleati che avevano più o meno la stessa strategia, che era una strategia di difesa della sovranità nazionale dallingerenza americana ma anche di cambiamento della democrazia bloccata in Italia. Ora questa è unimmagine leggendaria ed è una narrazione a mio parere molto poco credibile, anche se molti storici la ripropongono. Secondo me attraverso queste interpretazioni non si capisce il senso del fallimento della solidarietà nazionale. Questa non subiva soltanto un vincolo esterno che soffocava forze di cambiamento, coerenti, unite tra di loro e che avevano due leader gemelli: questa è una leggenda. La solidarietà nazionale fallisce anche per le divisioni interne alla politica italiana. C’è un intreccio tra condizionamento internazionale e divisione interna. Il minimo che si possa dire di Moro e Berlinguer è che loro non crearono mai un fronte comune per rinegoziare il vincolo esterno. Perché questo non era consentito dalle stesse constituencies dei rispettivi partiti. Non credo che lo stesso Moro lo volesse. Ma se Moro avesse voluto i comunisti nel governo, gran parte della DC si sarebbe rivoltata. In realtà, il discorso di Moro era per lallargamento delle basi dello Stato verso larea politica ed elettorale molto consistente che il PCI rappresentava nella società italiana. Questo voleva dire cooptare il PCI in una sfera di potere in cui le redini egemoniche rimanevano saldamente nelle mani della DC: non era una strategia di comune intesa, anzi era una strategia di logoramento, pur diversa da quella di Andreotti, più classicamente filo-occidentale. La strategia di Moro degli anni Settanta era più attenta ad unidea di alternanza democratica ma si trattava di un’alternanza che presupponeva che il PCI cambiasse radicalmente rispetto a quello che era. Quindi in realtà c’era una disconnessione tra le strategie domestiche di Berlinguer e di Moro, che spesso non viene vista. Il vincolo esterno cera e valeva un poper tutti, tutti sapevano che cera e non poteva essere ignorato. Il problema era come e in quale misura negoziare questo vincolo esterno. Le forze riformatrici dellItalia in quel momento rappresentate da Moro e Berlinguer, non trovano, per motivi che vanno al di là delle soggettività di Moro e Berlinguer, e per altri motivi legati a decenni di guerra fredda, a corpi politici delle rispettive parti che continuavano a considerarsi alternativi per valori e concezione del mondo, il modo di costruire un fronte interno tale da poter dire a Schmidt, a Kissinger o a Brzezinski «noi stiamo facendo questo in Italia e voi dovete riconoscerlo». Non fu mai così. Fu un processo frammentato caratterizzato da prevalenti divisioni interne, da strategie che vanno a configgere. Quando il PCI dichiara la crisi di governo alla fine del ’77, il PCI con quellazione mise in grande difficoltà Moro, e lo fece coscientemente, per incalzarlo, ma Moro non aveva la forza di fare più di quello che stava facendo. Poi seguì la dichiarazione americana sullimpossibilità dei comunisti di andare al governo dopo il rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse. Per evitare di raccontare la storia degli anni Settanta come una leggenda con i santini di Moro e Berlinguer, è importante rievocare questi passaggi.

Dagli anni Settanta ad oggi

Il passaggio agli anni Ottanta vide un mutamento del quadro politico internazionale. Nel 1979 il direttore della FED Volker, innalzando i tassi di interesse, inaugurò una svolta. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si affermano le politiche neoliberiste di Reagan e Thatcher. Come risposero i partiti socialdemocratici a questo mutato contesto? Lesperienza francese della presidenza Mitterrand, caratterizzata da un tentativo di svolgere, in una prima fase politiche fortemente di sinistra, seguita, in una seconda fase, da un adattamento alle nuove compatibilità economico-politiche, assume un valore paradigmatico di un mutamento di orientamento più generale?

Pons: La risposta dei socialdemocratici europei alla svolta reaganiana e thatcheriana è una svolta tutta difensiva che solo dopo molto tempo diventa una controproposta. La risposta socialdemocratica arriverà soltanto negli anni Novanta. L’ascesa al potere di Mitterrand in Francia nel 1981 è tutta legata a una storia precedente, l’idea della competizione con i comunisti per il fronte popolare adattato alle condizioni della società francese degli anni Settanta è una storia vecchia rispetto alle trasformazioni che erano già in atto nel mondo, tanto è vero che Mitterrand nel giro di due tre anni dovette cambiare completamente il suo programma di governo. Il livello della condizionalità economica e politica occidentale già all’inizio degli anni Ottanta era tale da non consentire più, persino a un paese attaccato alla propria sovranità nazionale come la Francia, di fare delle nazionalizzazioni paragonabili a quelle fatte da altri governi socialdemocratici negli anni Quaranta e Sessanta. Questo negli anni Ottanta era inconcepibile, perché i capitali potevano andarsene e da un punto di vista sociale una politica di questo genere non era gestibile. Mitterrand non rappresenta in nessun modo una risposta socialista e socialdemocratica allo shock degli anni Settanta e alla svolta neoliberale, secondo me. La risposta arriverà solo con Tony Blair ma questa è un’altra storia.

Attualmente la socialdemocrazia europea e la sua capacità progettuale appaiono in forte crisi. Come è venuto a determinarsi questo stato di cose?

Pons: Ci ricolleghiamo alle considerazioni iniziali. In realtà anche le forze più vive della sinistra europea degli anni Settanta non sono riuscite a dare una risposta al grande shock globale e alla crisi del welfare. Questo non significa che queste forze siano in estinzione, sicuramente dovranno subire grandi trasformazioni. C’è una distinzione ancora tutta da fare su quanto il blairismo, insieme all’esperienza di governo di Schröder in Germania, abbia rappresentato una risposta credibile, non solo come risposta di governo ma anche come difesa e rilancio di quella identità storica. Si tratta di questo o di un mutamento di pelle? Fin da quando Blair fece la sua prima comparsa in TV, è stata questa la domanda. Io credo che si debba dire che il socialismo della terza via – non si tratta più ovviamente della terza via di memoria berlingueriana ma della terza via di fine XX secolo – è fallito assumendo un paradigma tutto progressista della globalizzazione, per così dire. Non mi convince l’uso troppo estensivo della categoria di egemonia e di subordinazione al thatcherismo, sono discorsi astratti. Penso che il problema sia stato credere che la globalizzazione sarebbe stato un processo che avrebbe portato più ricchezza rispetto alla diseguaglianze che avrebbe prodotto. Quindi è stata una lettura errata, più legata ad una vecchia cultura progressista che non a una subalternità al neoliberismo, cultura progressista che ancora continuava ad avere il progresso, lo sviluppo e i diritti come parole d’ordine e pensava che la globalizzazione potesse portare a questo. Si è trattato quasi dell’illusione di una nuova epoca dei Trenta Gloriosi e qui naturalmente ci sono dei limiti culturali evidenti. Ci possono essere anche state forme di subalternità culturale al neoliberismo, tuttavia penso che il punto centrale sia una lettura semplificata della globalizzazione che perde di vista sia la produzione di diseguaglianze spaventose che questa portava, sia l’impatto negativo sulla costruzione europea, che rappresentava un nucleo fondamentale per l’eredità politico-culturale della sinistra europea, anche se questa non era stata originariamente la forza europeista per eccellenza, ma lo era diventato all’inizio degli anni Settanta. Bisogna interrogarsi sul perché questa visione semplificata della globalizzazione e questa incapacità di vedere l’impatto del capitalismo finanziario e delle diseguaglianze sulla precarietà dell’integrazione europea abbia giocato un ruolo culturale così importante. A me sembra che la stagione della terza via sia finita anche perché è finita la visione che la globalizzazione possa essere un processo così progressivo. Le cose non stanno così ormai da più di dieci anni: viviamo in una realtà globale in cui assistiamo al ritorno della geopolitica, a forme estreme di condizionalità economica, soprattutto in Europa, che finiscono per creare conseguenze sociali devastanti. Credo che questo sia un momento in cui quello che è rimasto del patrimonio della sinistra europea debba essere sottoposto ad una forte ridefinizione. Non vedo avanzare una proposta di cultura politica convincente da questo punto di vista. Credo che siamo lontani (lo sono anche le forze di sinistra in Grecia e Spagna) dal poter raccogliere l’eredità del socialismo del secolo scorso e riformarlo. Siamo in una fase di transizione, diciamo così, presupponendo una speranza per il futuro.

Scritto da
Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini

Giacomo Bottos: Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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