Aree interne e coronavirus: quali lezioni?
- 18 Aprile 2020

Aree interne e coronavirus: quali lezioni?

Scritto da Giovanni Carrosio, Daniela Luisi e Filippo Tantillo

5 minuti di lettura

Fin dai primi giorni del suo dispiegarsi, è stato chiaro che la crisi epidemica non si sarebbe limitata ad un ambito sanitario, ma avrebbe impattato sulla tenuta dell’intero sistema paese e, soprattutto, che i suoi effetti avrebbero colpito in maniera profondamente difforme i territori che lo compongono, già segnati da profonde diseguaglianze. Non solo il sistema della salute, reduce da anni di indebolimento dei servizi di prevenzione e di prossimità che ne ha colpito soprattutto i margini geografici, ma anche la scuola, spesso già affaticata nella sua organizzazione didattica ordinaria, e le economie interconnesse e fragili, che dipendono in modo strutturale dalle relazioni internazionali.

In tutto il Paese, soprattutto a partire dalla crisi del 2008, abbiamo assistito ad una crescita del numero di soggetti e organizzazioni che si impegnano quotidianamente nei contesti nei quali vivono per combattere le crescenti diseguaglianze sociali causate proprio da quella crisi. Questa cosa è particolarmente visibile in quelle che vengono chiamate aree interne, i luoghi più lontani dalle città, dove gruppi di cittadini e amministratori, più o meno organizzati, hanno provato a sopperire alla scarsità dei servizi di cittadinanza essenziali, sanità, scuola, trasporti, attraverso microprogetti di welfare di comunità, e, attraverso  pratiche di rigenerazione urbana degli spazi, a rispondere ai crescenti problemi di tenuta del territorio di fronte all’abbandono e al moltiplicarsi di fenomeni naturali estremi, climatici e sismici. Infine a creare nuove opportunità di lavoro per i giovani, soprattutto in ambito culturale e turistico, ma anche della gestione del territorio e dell’agricoltura di qualità.

È cresciuta contemporaneamente, da parte di questi soggetti, la consapevolezza che per non rimanere esperienze isolate, destinate al fallimento, fosse necessario, proprio in quello che è stato definito il secolo delle metropoli globali, dare alle aree marginali una nuova centralità nelle politiche e nel pensiero dei cittadini. Ed è stato così che queste pratiche hanno incontrato ambiti teorici e politici che già da tempo guardavano l’estrema varietà di risorse ambientali, culturali ed economiche, che per buona parte è contenuta in quel 60% di territorio nazionale chiamato aree interne, come la ricchezza del nostro Paese, quel gradiente che ne fa un unicum a livello internazionale. In questi ambiti è ben diffusa la consapevolezza che le fragilità territoriali di queste aree rappresentino, non solo in Italia, una criticità esplosiva delle società contemporanee, e un moltiplicatore di diseguaglianze sociali sul quale urge intervenire con politiche dedicate.

Aree interne e coronavirus

L’incontro fra queste pratiche e la crescente sensibilità politica sul tema ha prodotto delle sperimentazioni che hanno trovato una loro casa nella Strategia Nazionale per le Aree Interne. Intervenendo in situazioni di fragilità e cercando di risolvere i problemi strutturali che una politica cieca alle differenze territoriali ha causato, la SNAI ha avuto modo di lavorare in anticipo su molte delle dinamiche che oggi riguardano il Paese, ben prima della pandemia legata al coronavirus. In sei anni di lavoro territoriale la SNAI ha maturato esperienze e tratto delle lezioni che possono contribuire ad affrontare l’emergenza attuale e per favorire la ripartenza del Paese. Vediamo quali sono.

  1. Al di là dei necessari interventi eccezionali per fronteggiare la pandemia, è chiara l’importanza di cominciare da subito a immaginare una risposta alla crisi con un disegno di ampio respiro, mobilitando tutte le risorse e le intelligenze presenti sui territori, sapendo che le politiche solo emergenziali rischiano, come nel caso degli eventi sismici, di deprimere la capacità di reagire dei territori. L’esperienza della SNAI ha mostrato quanto sia limitante affidare il compito di disegnare il percorso di uscita dalla crisi ai soli esperti. È il momento di promuovere una mobilitazione cognitiva generale: la rete, come stiamo imparando in questi mesi, può diventare il veicolo per questa mobilitazione. Costruire Strategie in maniera condivisa, è la maniera giusta di pensare e ripensare il Paese, di aumentarne la capacità di resistenza e adattamento.
  2. La Strategia Nazionale Aree Interne è stata messa a punto, nel suo disegno generale e nelle sue articolazioni territoriali, da migliaia di persone, a partire da una diagnosi condivisa degli interventi da realizzare. Oggi la Strategia è un patrimonio di tutte le persone che hanno contribuito a costruirla. Va ripensata e resa più incisiva alla luce della situazione di emergenza che stiamo vivendo, ma deve rimanere una priorità, come più volte ha dichiarato lo stesso Ministro Provenzano, ribadendo che è compito della politica consolidare questa modalità di coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni, difenderla e rafforzarla. È responsabilità della programmazione delle politiche, nazionali e regionali, radicare i servizi di cittadinanza e sostenere le azioni economiche che si stanno sperimentando e che stanno migliorando la vita di chi vive in queste aree.
  3. La strumentazione messa a punto e le esperienze finora effettuate soprattutto sui servizi per la salute territoriale e la didattica (presa in carico dei pazienti, servizi di comunità e di prossimità, telemedicina, didattica a distanza), costruiti con amministratori locali, dirigenti sanitari, medici di medicina generale, docenti, studenti, associazioni, università, intellettuali, cittadini, spesso in sinergia con le città prossime a questi territori, dimostrano che è efficace investire sulla capacità locale di reazione, e che si può lavorare attivando tutte le risorse del territorio per ridurre il rischio nei soggetti più fragili, anziani e bambini, che sono quelli che maggiormente soffrono in questa pandemia.
  4. Gli spazi liberi da ripensare, l’agricoltura pulita, la qualità dei servizi alla persona, sono valori destinati a crescere nella considerazione e nell’economia del Paese. L’esperienza sul campo ha mostrato che investire sui giovani che decidono di rimanere nelle aree interne, e in alcuni casi di tornarci, è la strategia migliore per combattere lo spopolamento e favorire un riequilibrio territoriale.  La capacità di rispondere agli impatti dell’emergenza ha fatto emergere in modo marcato le tante contraddizioni dell’essere margine ma, allo stesso tempo, l’offerta potenziale in nicchie di mercato, come quello agricolo e dei servizi di cura, di prossimità. È una domanda di lavoro nuova che le aree interne possono innescare e soddisfare, guardando ai giovani che sono rimasti, a quelli che pensano di tornare, per scelta o per necessità, perché si è perso lavoro “a valle”.

Le aree interne chiedono una attenzione che non riguarda solo le loro evidenti fragilità, ma si propongono all’intero Paese come risorsa, come opportunità per progettare azioni e politiche solide e condivise, per questo più capaci di reggere l’urto della crisi. Una delle precondizioni perché questo possa avvenire, è però, recuperare il divario digitale di queste aree. Non sono pochi i ritardi legati all’attuazione del Piano nazionale banda ultra larga, che dovrebbe consentire di cablare i territori montani e le cosiddette aree bianche, a fallimento di mercato. Il Piano avrebbe dovuto essere attuato fino all’80% entro il 2020 ma, ad oggi, oggi solo 80 comuni sono stati collaudati su oltre 6mila. Eppure, molte delle sperimentazioni sulle quali le aree e i cittadini hanno voluto investire per disegnare una nuova offerta di medicina territoriale o una didattica più inclusiva, trovano nell’innovazione tecnologica un importante elemento di rottura e cambiamento, che aspetta di essere avviato.

Aree interne e coronavirus

Molti osservatori sostengono che terminata la crisi, nulla sarà più come prima. Ma non esistono scenari naturali. Il futuro è frutto delle scelte che facciamo oggi, delle intenzionalità collettive che diventano politiche e azioni. Questa crisi apre spazi di possibilità, dentro i quali ciò che ieri era indicibile, oggi diventa argomento che assume legittimazione nella sfera pubblica. Per le aree interne si aprono spazi di possibilità, perché sta vacillando la profezia autoavverante dell’incessante inurbamento, che ha portato negli ultimi trent’anni a costruire politiche e infrastrutture per i grandi agglomerati urbani. Abbiamo imparato che la costruzione di sistemi sociali ed economici più resilienti è fondamentale per affrontare situazioni come questa.

Questo implica sistemi sociali meno concentrati e la ricostruzione di filiere locali di beni primari: oggi i dispositivi sanitari, un domani, di fronte alla crisi ambientale, cibo, energia. Le aree interne riconquistano spazi dentro queste economie fondamentali. Ma perché sia così, c’è bisogno che oggi si lavori perché questo accada.


Per la gentile concessione delle immagini presenti nell’articolo si ringrazia Filippo Tantillo.

Scritto da
Giovanni Carrosio, Daniela Luisi e Filippo Tantillo

Giovanni Carrosio, professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Trieste. Fa parte dell’assemblea del Forum Disuguaglianze e Diversità. Ha fatto parte del Comitato tecnico Aree Interne (Strategia Nazionale Aree Interne). È Vicepresidente dell’associazione di promozione sociale “Aree Fragili” e fa parte del comitato scientifico di Legambiente. Daniela Luisi, PhD in Sociologia e scienze sociali applicate, ha maturato diverse esperienze di ricerca presso università italiane e in progetti europei di cooperazione istituzionale. Si occupa di sviluppo locale, processi partecipati nella costruzione e attuazione di politiche territoriali, valutazione delle politiche pubbliche. Ha lavorato per la Strategia Nazionale Aree Interne. Filippo Tantillo, ricercatore territorialista che lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee alla messa a punto di nuovi strumenti di ascolto del territorio. È stato coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne. Oggi è partner del Forum Diseguaglianze e Diversità, e membro delle Associazioni "Riabitare l'Italia" e "Aree Fragili"

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