Gli anni ‘90 in Argentina. Tra crescita economica, neoliberismo e default
- 16 Giugno 2019

Gli anni ‘90 in Argentina. Tra crescita economica, neoliberismo e default

Scritto da Michele Lucernoni

8 minuti di lettura

«Esistono 4 tipi di paesi al mondo: paesi sviluppati, paesi in via di sviluppo, il Giappone e l’Argentina». Questa frase pronunciata da Simon Kuznets, premio Nobel per l’economia nel 1971, ben sintetizza la complessità della storia macroeconomica dell’Argentina, argomento che affascina da decenni economisti, sociologi e politologi, tanto da far nascere in letteratura il termine stesso “paradosso Argentino”.

L’Argentina dovrebbe essere una nazione prospera. È una terra vasta, ricca di risorse naturali con una solida tradizione di eccellenza nei settori agricolo e dell’allevamento e risparmiata da guerre e conflitti significativi. Nel 1913, l’Argentina era il decimo paese più ricco del mondo per PIL pro capite, il suo PIL rappresentava il 50% del PIL dell’America Latina e attraverso il porto di Buenos Aires transitava il 7% del commercio mondiale. Inoltre, durante i primi trent’anni del XX° secolo, il paese albiceleste presentava un tasso di crescita della popolazione e del PIL superiore ai principali paesi europei, al Canada e all’Australia e vicino al tasso di crescita degli Stati Uniti.

Nonostante tutto questo, a partire dal 1930, ebbe inizio un periodo economicamente e politicamente tumultuoso, caratterizzato da un generale impoverimento e da una scarsa crescita economica per i successivi sessant’anni. L’Argentina si impoverì progressivamente non reggendo il passo dei paesi vicini, in un periodo nel quale, all’opposto, un gran numero di nazioni del mondo si svilupparono uscendo della povertà. Cento anni dopo il 1913 l’Argentina occupa tra la 50° e la 60° posizione al mondo per PIL pro capite. In questo articolo analizzeremo la decade degli anni Novanta, periodo nel quale l’Argentina sembrava, per la prima volta, dopo quasi un secolo, avviata verso un percorso di stabile crescita.

Il “Washington Consensus” e le riforme

Nel 1989 Carlos Menem vinse le elezioni presidenziali. L’Argentina si era lasciata alle spalle da pochi anni la più sanguinosa dittatura della propria storia e l’economia era gravata da un’inflazione consistente, decenni di protezionismo, sostituzione delle importazioni e liberalizzazioni approssimate e improvvise. L’amministrazione peronista di Menem, tramite il suo ministro dell’economia Domingo Cavallo, introdusse una serie di riforme economiche radicali con lo scopo di far ripartire la crescita affrontando frontalmente i problemi economici del paese, ovvero deficit di bilancio, inflazione e bassi tassi di investimento. Le politiche di Menem si ispirarono fortemente al “Washington Consensus”, una sorta di dieci comandamenti economici teorizzati dal FMI, dalla Banca Mondiale e dal governo degli Stati Uniti. Gli elementi principali di questa ricetta consistevano nello sradicamento dell’inflazione a qualsiasi costo, nella privatizzazione dell’industria, nella deregolamentazione dell’economia e nella rimozione delle barriere commerciali. Il “Neoliberismo” costituiva la chiara ispirazione ideologica del Washington Consensus ed era, all’epoca, indicato come la panacea per tutti i mali economici dell’America Latina. Massimi teorici del Neoliberismo erano gli economisti della Scuola di Chicago, i cosiddetti Chicago Boys tra i quali spiccavano i premi Nobel Milton Friedman e George Stigler, i cui insegnamenti influenzarono e caratterizzarono le politiche economiche del governo statunitense del Presidente Reagan e del governo inglese del primo ministro Thatcher. Domingo Cavallo, protagonista della stagione di riforme economiche in Argentina, aveva conseguito un PhD in economia presso l’Harvard University ed era un dichiarato seguace dei Chicago Boys.

I punti chiave delle riforme varate erano i seguenti:

  • Liberalizzazione degli scambi, tramite l’eliminazione delle imposte sulle esportazioni, la riduzione e la semplificazione dei dazi all’importazione, l’eliminazione degli ostacoli non tariffari all’importazione, l’eliminazione delle limitazioni agli investimenti esteri.
  • Riduzione sostanziale della spesa pubblica e del deficit fiscale. Rapida ed efficace privatizzazione delle imprese statali; l’eliminazione dei controlli su prezzi, salari, tassi di interesse e transazioni valutarie.
  • Riforma delle politiche fiscali, riorganizzazione dell’amministrazione fiscale e riduzione sostanzialmente la spesa non sociale del governo federale.
  • Accordi con il FMI con il fine di aderire al Plan Brady e ristrutturare il debito delle banche commerciali.

Inoltre, fondamentale per far ripartire il paese era risolvere il problema dell’iperinflazione, dovuta in larga misura alla crescita insostenibile dell’offerta di moneta. Dopo otto crisi valutarie dall’inizio degli anni Settanta, l’inflazione argentina aveva raggiunto nel 1989 il 3.000% annuo. Il fenomeno era causato dall’impossibilità per il paese di accedere ai flussi di capitale internazionale e, conseguentemente, dalla decisione di finanziare i deficit fiscali eccessivi monetizzandoli, ovvero stampando moneta.

A tal fine il ministro Domingo Cavallo ideò, ispirandosi ai Currency Board di origine coloniale, un sistema a cambio fisso. La Ley de Convertibilidad del 1991 decretava che il valore di un 1 peso argentino corrispondesse a quello di 1 dollaro statunitense e che le due valute fossero liberamente scambiabili. Così facendo veniva impedito alla BCRA, la Banca Centrale Argentina, di attuare politiche monetarie espansive. Infatti la quantità di pesos immessa nel mercato doveva essere corrisposta da una pari quantità di dollari statunitensi presenti nelle riserve della Banca Centrale. Conseguentemente il sistema eliminava completamente le aspettative di inflazione, in quanto rendeva impossibile stampare denaro per finanziare il deficit di bilancio del governo.

Argentina inflazione

Fig 1: Inflazione in Argentina 1901-1991. Fonte: Daniel Heyman, Inflation in Argentina an eventful experience, European Association for banking and financial history, Prague, 2015.

La Ley de convertibilidad ebbe l’immediato successo nel ridurre l’inflazione, che scese al 2,9% mensile dal 27% mensile nel gennaio 1991. Nei dieci anni successivi, l’inflazione fu del 0,5% mensile. La Ley de convertibilidad rappresenta tutt’oggi la misura antinflazionistica di maggior successo nella storia dell’Argentina. Tutto questo però aveva un prezzo, il governo aveva infatti volontariamente deciso di privarsi della capacità di controllare la politica monetaria, attuando manovre espansive o restrittive a seconda della necessità e della facoltà di apprezzare o svalutare la propria moneta. 

Da una decade di crescita alla crisi

Dopo l’implementazione di queste riforme l’economia argentina crebbe stabilmente tra il 1991 e il 1997. Solo nel 1995 la crescita della produzione fu negativa, a causa degli effetti della crisi del peso messicano. Nonostante questo, la rapida ripresa dell’economia Argentina già nel 1996 sembrava suggerire che l’economia fosse ormai abbastanza forte da contrastare gli shock esterni. Ciò rinforzò ulteriormente la fiducia nelle politiche del governo, incluso il Piano di Convertibilità.

Il PIL pro capite dell’Argentina crebbe in modo significativo dal 1991 al 1994, con un tasso di crescita superiore al 10% nel 1991 e nel 1992, il PIL totale passo da circa 200 miliardi nel 1990 a oltre 310 miliardi nel 1998 (dati in 2010 US$). Il tasso di crescita medio del valore delle esportazioni passo dal 4,5% degli anni Ottanta al 7,9% degli anni Novanta. La spesa pubblica, superiore al 35% del PIL negli anni Ottanta, scese di oltre 10 punti percentuali nel corso degli anni Novanta.

Argentina PIL

Fig. 2: PIL Argentina 1990-2002, miliardi di 2010 US$. Fonte: World Development Indicator, elaborazione dell’autore.

Nonostante una crescita economica apparentemente consolidata, l’Argentina si stava per affacciare alla peggior crisi economica della propria storia. La proposta del ministro dell’economia Cavallo di disancorare il peso argentino dal dollaro nel 1997 e lasciarlo libero di fluttuare non venne accettata in quanto avrebbe, nel breve periodo, ridotto il flusso di capitali esteri e costretto a contrarre la spesa pubblica in un periodo di campagna elettorale. Al contrario, il paese si vide costretto ad alzare ulteriormente i tassi di interesse che prometteva agli investitori privati in seguito alla crisi messicana che aveva diminuito i flussi di capitale nei confronti dei paesi dell’America Latina. Gli investitori internazionali infatti, in seguito al crollo di un’economia apparentemente solida e sana come quella messicana, erano molto più cauti nei confronti di qualsiasi operazioni in America Latina. Conseguentemente, per garantirsi i necessari flussi di investimenti, il governo argentino e addirittura gli stati federali argentini emisero bond a tassi sempre maggiori. A causa di ciò il debito pubblico argentino iniziò ad assumere dimensioni preoccupanti. A chi sottolineava questa anomalia macroeconomica il governo rispondeva che se l’economia avesse continuato a crescere, così come aveva fatto nei quasi dieci anni precedenti, il paese non avrebbe avuto difficoltà a restituire i prestiti ricevuti con gli interessi.

Argentina debito

Fig. 3: Debito Totale e PIL Argentina. Fonte: FMI Data mapper, ottobre 2018, elaborazione dell’autore.

Il cambiamento dello scenario economico internazionale, ora sfavorevole alle esportazioni argentine e la crisi del Brasile del 1999 – primo partner commerciale dell’Argentina – furono un duro colpo per l’export del paese. Contemporaneamente l’apprezzamento continuo del dollaro statunitense, che trascinava con se a causa delle Ley de Convertibilidad il valore del peso, mise ulteriormente fuori mercato le esportazioni argentine.

A partire dal 1998 l’Argentina entrò ufficialmente in crisi economica. Impossibilitato a svalutare la propria moneta a causa del regime di convertibilità, il governo tagliò la spesa pubblica ma così facendo depresse ulteriormente la ripresa della domanda interna e il paese si trovò presto impossibilitato a pagare gli interessi crescenti sul proprio debito. Il Governo si rivolse quindi al FMI, istituzione che aveva fortemente sostenuto le riforme argentine degli anni Novanta, il quale accordò all’Argentina nel 2000 un prestito SBA (Stand-by Arrangement) a condizione del rispetto di determinati vincoli. Il Fondo monetario internazionale perse, però, rapidamente fiducia nei confronti del paese e il pessimismo nei confronti delle possibilità dell’economia argentina di riprendersi iniziò presto a dilagare a Washington, sede dell’headquarter del FMI. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’adozione del Coralito, la contestata decisione del Governo argentino di impedire ai propri concittadini di ritirare più di 250 dollari in contanti alla settimana e di congelare ogni trasferimento di denaro verso l’estero, in un disperato tentativo di frenare la fuga di capitali dal paese e sopperire alla mancanza di liquidità della banca centrale. Conseguentemente, nel corso di una delle periodiche visite di controllo svolte dai funzionari del FMI, nel dicembre del 2001, Tomás Reichmann, cileno e a capo della delegazione, ebbe l’ingrato compito di comunicare al presidente argentino Fernando de la Rúa che il fondo avrebbe interrotto gli aiuti economici che versava al paese. Il passo indietro dell’FMI chiuse l’ultimo rubinetto di credito rimasto al paese, ormai privo di qualsiasi credibilità nei mercati internazionali e impossibilitato a pagare gli interessi sul proprio debito. L’Argentina era ormai in ginocchio di fronte a una crisi del debito con tassi di interesse fuori controllo. Il debito estero del paese, la maggior parte del quale era nelle mani della banca centrale e dei governi provinciali, raggiunse il 50% del PIL a fine 2001 con 30 milioni di interesse sul debito a scadenza nel 2002.

Il default dell’Argentina

In un contesto sociale incandescente, caratterizzato da violenti scontri, manifestazioni e instabilità politica l’Argentina annunciò il default del proprio debito a fine dicembre 2001 e nel gennaio 2002 abbandonò il “Regime di Convertibilità” con lo scopo di lasciar libero di fluttuare il peso argentino rinunciando alla parità di valore con il dollaro statunitense.

Così facendo il peso si sarebbe fortemente deprezzato, rendendo di nuovo a buon mercato le esportazioni argentine e rilanciando il settore dell’export che, complice un clima internazionale favorevole alle esportazioni agroalimentari del paese, aveva la capacità di trainare nuovamente il paese. Nonostante questo l’Argentina si privava del più efficace strumento antinflazionistico della propria storia, responsabile di una parvenza di normalità macroeconomica nei 10 anni passati. In seguito all’abbandono della Ley il governo convertì forzatamente i depositi denominati in dollari statunitensi in peso, spazzando via i risparmi della classe media argentina. La forzata “pesificazione” dell’economia argentina comportò la perdita di oltre 1/3 del valore nominale dei depositi privati e il peso perse i ¾ del proprio valore iniziale. Un conto di 1000 pesos, il cui valore corrispondeva per legge a 1000 dollari statunitensi, si trovò dal giorno alla notte a valerne 300. Questa decisione era determinata dal fatto che, venuta meno la convertibilità, il governo non era in grado di corrispondere ai titolari di conti in dollari, o di conti che erano stati convertiti in dollari, quanto spettava loro e contemporaneamente rispettare i propri obblighi con i debitori internazionali.

L’economia argentina, già in recessione dal 1998, si contrasse del 11% nel 2002. Il tasso di disoccupazione salì dal 14,8% nel 1998 al 22,5% nel 2001. La proporzione di argentini che vivevano al di sotto della soglia di povertà aumentò nettamente, da un già alto 25,9% nel 1998 al 57,5% nel 2002. La crisi economica, politica e sociale che ne conseguì fu la peggiore nella storia del paese e spazzò via dieci anni di sviluppo economico. Le sue conseguenze arrivarono anche in Italia, dove quasi mezzo milione di piccoli risparmiatori, allettati dai rendimenti molti alti, avevano investito in bond argentini, ora carta straccia.

I drammatici effetti della crisi del 2001 vennero documentati in mondovisione dalle immagini degli scontri tra polizia e manifestanti davanti al palazzo presidenziale il 21 e 22 dicembre 2001, culminati nelle dimissioni e fuga in elicottero del presidente De la Rúa e nei quali più di un manifestante perse la vita. L’Argentina si riprese negli anni seguenti, nel corso dell’amministrazione di Néstor Kirchner, principalmente grazie allo scenario economico fortemente positivo nei confronti del proprio export agroalimentare. Ma la terribile crisi attraversata e lo shock collettivo vissuto continuano a pesare sull’Argentina di oggi.

Scritto da
Michele Lucernoni

Laureato con lode in Scienze politiche e Diplomazia e Cooperazione internazionale presso l’Università degli Studi di Trieste. Ha vissuto, studiato e lavorato in Lituania, Portogallo e Argentina. Attualmente si sta specializzando in "Business internationalization, export e project management" tramite un Master alla Business School del Sole24ore.

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