Gli anni ‘90 in Argentina. Tra crescita economica, neoliberismo e default

Argentina

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Il default dell’Argentina

In un contesto sociale incandescente, caratterizzato da violenti scontri, manifestazioni e instabilità politica l’Argentina annunciò il default del proprio debito a fine dicembre 2001 e nel gennaio 2002 abbandonò il “Regime di Convertibilità” con lo scopo di lasciar libero di fluttuare il peso argentino rinunciando alla parità di valore con il dollaro statunitense.

Così facendo il peso si sarebbe fortemente deprezzato, rendendo di nuovo a buon mercato le esportazioni argentine e rilanciando il settore dell’export che, complice un clima internazionale favorevole alle esportazioni agroalimentari del paese, aveva la capacità di trainare nuovamente il paese. Nonostante questo l’Argentina si privava del più efficace strumento antinflazionistico della propria storia, responsabile di una parvenza di normalità macroeconomica nei 10 anni passati. In seguito all’abbandono della Ley il governo convertì forzatamente i depositi denominati in dollari statunitensi in peso, spazzando via i risparmi della classe media argentina. La forzata “pesificazione” dell’economia argentina comportò la perdita di oltre 1/3 del valore nominale dei depositi privati e il peso perse i ¾ del proprio valore iniziale. Un conto di 1000 pesos, il cui valore corrispondeva per legge a 1000 dollari statunitensi, si trovò dal giorno alla notte a valerne 300. Questa decisione era determinata dal fatto che, venuta meno la convertibilità, il governo non era in grado di corrispondere ai titolari di conti in dollari, o di conti che erano stati convertiti in dollari, quanto spettava loro e contemporaneamente rispettare i propri obblighi con i debitori internazionali.

L’economia argentina, già in recessione dal 1998, si contrasse del 11% nel 2002. Il tasso di disoccupazione salì dal 14,8% nel 1998 al 22,5% nel 2001. La proporzione di argentini che vivevano al di sotto della soglia di povertà aumentò nettamente, da un già alto 25,9% nel 1998 al 57,5% nel 2002. La crisi economica, politica e sociale che ne conseguì fu la peggiore nella storia del paese e spazzò via dieci anni di sviluppo economico. Le sue conseguenze arrivarono anche in Italia, dove quasi mezzo milione di piccoli risparmiatori, allettati dai rendimenti molti alti, avevano investito in bond argentini, ora carta straccia.

I drammatici effetti della crisi del 2001 vennero documentati in mondovisione dalle immagini degli scontri tra polizia e manifestanti davanti al palazzo presidenziale il 21 e 22 dicembre 2001, culminati nelle dimissioni e fuga in elicottero del presidente De la Rúa e nei quali più di un manifestante perse la vita. L’Argentina si riprese negli anni seguenti, nel corso dell’amministrazione di Néstor Kirchner, principalmente grazie allo scenario economico fortemente positivo nei confronti del proprio export agroalimentare. Ma la terribile crisi attraversata e lo shock collettivo vissuto continuano a pesare sull’Argentina di oggi.

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Laureato con lode in Scienze politiche e Diplomazia e Cooperazione internazionale presso l’Università degli Studi di Trieste. Ha vissuto, studiato e lavorato in Lituania, Portogallo e Argentina. Attualmente si sta specializzando in "Business internationalization, export e project management" tramite un Master alla Business School del Sole24ore.

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