“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian
- 24 Aprile 2018

“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian

Scritto da Luca Mazzali

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Un Congo boreale?

Il primo capitolo è interamente dedicato alla Groenlandia, isola (o arcipelago?) coperta quasi interamente da una spessa calotta di ghiaccio, che fino a qualche decennio addietro era rimasta completamente tagliata fuori dal processo di globalizzazione che aveva investito il resto del pianeta. Negli ultimi anni, complice il progressivo scioglimento dei ghiacci, sono state effettuate in tutta l’isola importanti scoperte di giacimenti minerari come quella avvenuta presso Kvanefjeld, sulla costa sud-occidentale, dove tra pochi mesi aprirà la più grande miniera a cielo aperto al mondo di uranio e terre rare.

Tale improvvisa nuova ricchezza ha fornito alle fazioni indipendentiste locali, desiderose di recidere una volta per tutte i legami con la Danimarca, una nuova carta da giocare al tavolo dei negoziati con Copenaghen, alimentando da parte danese e americana una sempre maggiore insofferenza per la crescente influenza della Cina nell’isola.

Se da un lato è sempre più diffusa la convinzione, specialmente a livello governativo, che l’autodeterminazione della Groenlandia può passare solamente con il rilascio di concessioni minerarie a compagnie straniere, dall’altro c’è la paura nutrita delle comunità locali che le future attività estrattive non solo contamineranno suoli e acque marine, ma che comprometteranno, una volta per tutte, il loro stile di vita rimasto immutato per millenni che ora appare irrimediabilmente stravolto e incapace di adattarsi ai trend del mondo globalizzato.

Artico

Qaqortoq, Groelandia

Come riportato sopra, la scoperta dei giacimenti di terre rare è da imputarsi principalmente al sempre più rapido ritirarsi dei ghiacci. Tale azione ha finito per innescare un circolo vizioso giacché meno ghiaccio non significa solo meno luce solare rifratta, ma anche più acqua dolce presente ai poli. Questa, che è meno densa dell’acqua salata dell’oceano, ha finito per attirare alcune delle propaggini settentrionali[1] della corrente calda proveniente dal Golfo del Messico le quali, se in passato si dirigevano nel Mar Glaciale Artico dove venivano raffreddate e rimescolate per poi scendere nuovamente verso i tropici, ora si scontrano con la corrente fredda proveniente dalla Groenlandia, generando una deviazione di acqua calda verso l’isola ed accelerando ulteriormente lo scioglimento dei suoi ghiacci.

Nel secondo capitolo del libro, il periplo del Nuovo Artico prosegue verso ovest, raggiungendo le coste artiche dello Stato dell’Alaska, dove lo scioglimento del permafrost causato dall’innalzamento delle temperature sta facendo letteralmente sprofondare il piccolo centro di Barrow, la città più settentrionale di tutti gli Stati Uniti, affacciato sul Mar Glaciale Artico.

Tra tutte le nazioni artiche gli USA sembrano quelli più esitanti ad un maggiore coinvolgimento nella partita strategica Nuovo Artico: ne è una prova il numero di rompighiaccio. Al momento Washington dispone di tre navi di questo tipo, di cui due fuori uso e nessuna a propulsione nucleare. La Russia d’altro canto ne conta quaranta tra le sue fila di cui dieci nucleari. Finlandia e Svezia sette a testa, sei il Canada, quattro il regno danese, uno la Norvegia. La Cina, potenza mondiale che da qualche tempo si sta affacciando sul Nuovo Artico, ne ha in cantiere tre.

Al momento l’amministrazione Trump sembra più interessata a rimuovere i divieti di sfruttamento decretati da Barack Obama nel 2015 per l’Artic National Wildlife Refuge, un’enorme riserva naturale nell’estremo nord dell’Alaska sotto la quale giacciono all’incirca sei miliardi di barili di petrolio. Eppure Washington farebbe bene a rafforzare la sua presenza nel Grande Nord. Non solo per il rafforzamento dell’impegno militare russo nella regione (nuove basi militari in costruzione sulle isole di Wrangel e Kotelny e a Capo Schmidt), ma anche per la crescente intraprendenza di Pechino che da qualche tempo ha inviato delle navi esplorative nelle acque internazionali del Mar Glaciale Artico per scandagliare il fondale alla ricerca di risorse naturale. I cinesi hanno inoltre fatto intendere che considerano il grande oceano ghiacciato, noto per i suoi fondali pescosi, la loro futura riserva di proteine.

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Scritto da
Luca Mazzali

Nato nel 1992, di Reggio Emilia. Aspirante cartografo, appassionato di geopolitica, urbanistica e storia contemporanea. Ha svolto il suo percorso universitario a Milano: laurea triennale in Geografia alla Statale e magistrale in Urban Planning & Policy Design presso il Politecnico. Segue con particolare interesse gli eventi, politici e non, che accadono a est di Beirut e ad ovest di Lahore.

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