“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian
- 24 Aprile 2018

“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian

Scritto da Luca Mazzali

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Artico, il perno ideologico di un impero

Il periplo artico di Mian prosegue verso la Russia, l’attore certamente più attivo in questa regione. L’impegno della Federazione in questa porzione di globo viene fatto risalire a Stalin (esiliatovi a sua volta dalle autorità zariste tra il 1914 e il 1916) il quale non solo vedeva nell’Artico Sovietico un immenso serbatoio di risorse naturali che avrebbe garantito un futuro all’emergente Unione Sovietica, ma era anche fermamente convinto della necessità di spostare il baricentro economico del paese, in quel momento troppo sbilanciato nella sua parte occidentale.

A partire dal secondo piano quinquennale (1932-1937) un sempre crescente numero di risorse vennero destinate per lo sviluppo di attività industriali e minerarie nel nord e nell’est dell’Impero Sovietico. Al fine di attuare questi piani di sviluppo furono costruiti centinaia di gulag e milioni di prigionieri politici vi vennero deportati; le perdite umane saranno ingentissime, con la morte di oltre un milione di detenuti nel solo distretto minerario della Kolyma nel ventennio 1930-1950.

C’è anche un’altra conseguenza nefasta dell’intenso sfruttamento pianificato dai sovietici: una devastazione ambientale che non ha avuto (ed ha) eguali nel resto del mondo. Decenni di estrazioni minerarie hanno irrimediabilmente inquinato centinaia di migliaia di chilometri quadrati di taiga e tundra compresi tra lo Stretto di Bering e la Penisola di Kola, compromettendo le fonti di sostentamento di fauna e popolazioni autoctone come Nenets, Evenki, Ciukci e Sami, molti dei quali hanno definitivamente abbandonato le loro terre natie per emigrare al sud.

La città simbolo di questa catastrofe ecologica è Noril’sk, il centro urbano più settentrionale della Siberia. Sorto come un gulag alla fine degli anni Venti in prossimità di un enorme giacimento di nickel, al giorno d’oggi Noril’sk detiene il triste primato di città più inquinata di tutta la Federazione Russa: la concentrazione di anidride solforosa nell’aria è tale che i suoi cittadini vivono in un costante stato di intossicazione, mentre in un raggio di 75 chilometri dalla città la vegetazione ha lasciato spazio ad un paesaggio lunare.

Artico

Dudinka, Russia. Veduta del porto sul fiume Enissej.

L’altro apostolo del ruolo globale, storico e strategico dell’Artico è Vladimir Putin. Sotto il suo mandato le attività militari ed economiche nel Nuovo Artico hanno visto una crescita esponenziale. Per di più la Russia è riuscita a fare tesoro delle sanzioni imposte dall’Occidente, aumentando il proprio know-how tecnologico nel campo delle estrazioni. Nel 2016 la produzione complessiva russa è stata di 547,3 milioni di tonnellate di petrolio e 555 miliardi di m3 di gas. Di quest’ultimo l’85% viene estratto nella penisola artica di Yamal, nella quale è stato inaugurato nel 2017 un nuovo porto con terminal gas presso Sabetta.

Anche in questo caso, lo sfruttamento delle risorse petrolifere e del gas avvenuto senza alcuna remora in ecosistemi fragili ha provocato un impatto ambientale devastante, in particolare nei due circondari autonomi della Provincia siberiana di Tyumen’ dove le attività di sfruttamento sono più intense: in quello dei Khanty-Mansi e in quello degli Yamalo-Nenets.

A questa offensiva economica si accompagna un rinato interesse per la supremazia militare nell’Oceano Artico. Sia attraverso gesti simbolici come la bandiera russa piantata sul fondale marino del Polo Nord nel 2007, sia attraverso gesti molto più concreti come l’apertura dell’Articheskiy Trilistnik (Trifoglio Artico) nella Terra di Francesco Giuseppe, la prima di una serie di nuove basi militari concepite dal governo per proteggere la crescente espansione russa nell’Artico, e sia infine per assicurare alla Federazione il primato strategico nella regione boreale, anche in virtù di future rivendicazioni da parte di altre potenze.

In conclusione di capitolo si accenna a come questa crescente attività militare russa venga monitorata anche da una struttura NATO nella città-isola di Vardø nel Finnmark norvegese, a pochi chilometri dal confine russo. Tutto ciò è motivo d’attrito tra Oslo e Mosca, che ritiene inaccettabile l’attività di intercettazione e raccolta informazioni condotta dall’Alleanza Atlantica a poche decine di chilometri dalle proprie basi nella Provincia di Murmansk. Tra i due fuochi si trovano gli abitanti di Vardø, Kirkenes e del Finnmark, alcuni dei quali hanno lasciato la regione temendo un’eventuale e non più del tutto improbabile escalation militare.

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Scritto da
Luca Mazzali

Nato nel 1992, di Reggio Emilia. Aspirante cartografo, appassionato di geopolitica, urbanistica e storia contemporanea. Ha svolto il suo percorso universitario a Milano: laurea triennale in Geografia alla Statale e magistrale in Urban Planning & Policy Design presso il Politecnico. Segue con particolare interesse gli eventi, politici e non, che accadono a est di Beirut e ad ovest di Lahore.

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