“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian
- 24 Aprile 2018

“Artico. La battaglia per il Grande Nord” di Marzio G. Mian

Scritto da Luca Mazzali

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Essere Artici conviene

Il quarto capitolo del libro di Mian è dedicato all’Islanda, nazione già atlantica che ora, con lo scioglimento dei ghiacci sempre più rapido e inesorabile, si è scoperta artica. Nonostante l’isola abbia storicamente e culturalmente sempre guardato a sud (sia verso l’Europa, sia verso l’America), l’innalzamento delle temperature ha fornito nuove opportunità di guadagno alla piccola repubblica scandinava, sia nell’immediato che nel lungo termine. Il riscaldamento delle acque sta progressivamente modificando l’ecosistema marino con alcune specie ittiche, tra tutte lo sgombro, che stanno progressivamente emigrando verso nord, abbandonando i loro habitat naturali sempre più caldi. Ciò, se da un lato ha mandato sul lastrico i pescatori di Scozia e Norvegia, dall’altro ha riempito reti e conti in banca delle comunità islandesi, groenlandesi e faroesi. Si calcola che solo nel 2016 la pesca dello sgombro abbia portato un gettito di 200 milioni di euro nelle casse islandesi, costituendo all’incirca il 25% del PIL nazionale.

L’incremento turistico che sta sconvolgendo il Nuovo Artico non ha risparmiato l’Islanda: con una crescita media del 30% negli ultimi 5 anni, la piccola isola ha registrato 2,3 milioni di presenze nel solo 2016, un numero sette volte maggiore dell’intera popolazione islandese. Attratti dal cosiddetto “Last chance tourism” visitatori da tutto il mondo si precipitano sull’isola spinti dal desiderio divedere un ecosistema in procinto di soccombere all’inesorabile mutamento climatico e alla globalizzazione. L’Islanda è riuscita a fare dell’Artico un brand di successo, il nuovo esotico a portata di volo low cost o crociera. Quest’ultime, simbolo più evidente dell’inarrestabile mercificazione della regione sono in netta crescita, tanto che l’Università di Akureyri ha calcolato che entro il 2020 saranno circa 3 milioni i croceristi che solcheranno tutto l’anno i mari artici. Questo business rivela tuttavia un aspetto decisamente preoccupante: i navigli impiegati, che trasportano in ogni viaggio migliaia di turisti e tonnellate di gasolio, non sono costruiti per affrontare l’insidioso Oceano Artico, bensì il Mediterraneo i mari caraibici o, al massimo, i fiordi norvegesi. Con i soccorsi che impiegano mediamente qualche ora per raggiungere una nave in mare aperto, un’eventuale collisione con un iceberg potrebbe provocare una catastrofe.

Artico

Turisti di fronte al ghiacciaio Svinafellsjokull, Islanda.

Lo scioglimento dei ghiacci ha intensificato il traffico merci lungo la Northern Sea Route che costeggia la Russia artica, accorciando significativamente le distanze tra i porti dell’Europa Occidentale e quelli dell’Estremo Oriente, ma quello a cui investitori e strateghi guardano è una rotta ancora più breve per quanto ambiziosa: la Transpolar Route, un itinerario marittimo che avrà origine dal Mare di Bering, e una volta attraversato lo stretto omonimo si dirigerà attraverso il Mar Glaciale Artico per poi sbucare nel Nord Atlantico tra Svalbard e Groenlandia. Questo futuro percorso, attraversando un tratto di mare con acque più profonde, permetterà di evitare i dazi e la burocrazia russa, ai quali ancora sottostanno i bastimenti che percorrono la sopracitata e più lunga Northern Sea Route. Con la futura apertura della rotta transpolare le opportunità per l’Islanda, termine nord-atlantico di questo itinerario commerciale, sono immense, tanto che si è pianificata la costruzione di un’infrastruttura tale da poter accogliere il venturo traffico marittimo che solcherà il Nuovo Artico. Il progetto del porto ad acque profonde di Finnafjord prevede la costruzione, in una remota baia dell’Islanda nordorientale, di 6 chilometri di banchine e 2 km2 di aree di stoccaggio di gas e petrolio. La guida del progetto è tedesca (Autorità portuale di Brema) ma vede anche la presenza di capitali isolani, cinesi e persino americani.

Il capitolo si chiude con uno sguardo verso nord, alle Isole Svalbard. La sovranità dell’arcipelago è norvegese ma, come stabilito da un trattato siglato tra 46 paesi nel 1920, lo sfruttamento delle risorse naturali è a disposizione di tutti i paesi firmatari. Inoltre, sempre secondo il trattato, l’arcipelago non può ospitare basi militari o fortificazioni.

Nonostante gli accordi, sulle Svalbard spirano venti tutt’altro che pacifici: la tensione tra Regno di Norvegia da una parte e Federazione Russa dall’altra ha raggiunto negli ultimi anni picchi molto preoccupanti. Il tentativo di Oslo di porre l’arcipelago sotto giurisdizione assoluta è stato visto da Mosca come fumo negli occhi ed una concreta minaccia a quanto stabilito nel 1920. D’altra parte i norvegesi, anche in virtù delle informazioni a loro disposizione, temono che dietro alle attività di ricerca svolte dalla Russia sull’isola vi siano ben altre intenzioni. La costruzione di un nuovo porto presso la base russa di Barentsburg è un motivo, per le autorità del Regno, di ulteriore preoccupazione.

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Scritto da
Luca Mazzali

Nato nel 1992, di Reggio Emilia. Aspirante cartografo, appassionato di geopolitica, urbanistica e storia contemporanea. Ha svolto il suo percorso universitario a Milano: laurea triennale in Geografia alla Statale e magistrale in Urban Planning & Policy Design presso il Politecnico. Segue con particolare interesse gli eventi, politici e non, che accadono a est di Beirut e ad ovest di Lahore.

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