“Costituzione Italiana: articolo 10” di Pietro Costa

Costituzione Italiana articolo 10 di Pietro Costa

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La storia dei rapporti fra Stato e stranieri

La prima parte del saggio racchiude un illuminante percorso che attinge a storia, diritto e filosofia politica per ricostruire quali dottrine e quali concreti assetti siano stati partoriti, dall’età moderna e contemporanea, per affrontare la questione dei rapporti fra uno Stato e gli stranieri, ossia i non-cittadini. Tali rapporti non sono stati peraltro scollegati dalle relazioni fra lo Stato e i loro rispettivi Stati di appartenenza, ma neppure dall’approccio più o meno “liberale” dello Stato alle relazioni con i suoi stessi cittadini. Queste considerazioni chiamano in causa l’esistenza – ma pure i limiti – del nesso fra cittadinanza e diritti, fondato sulla saldatura storicamente costituita fra lo “Stato”, macchina amministrativa al servizio del sovrano, e la “nazione”, identità collettiva fondata su una comunità di sangue, cultura e destini.

Il problema è quindi storicamente inquadrato nei parametri “attuali” soltanto a partire dalla piena affermazione dello Stato in Europa, che si fa convenzionalmente risalire alla pace di Vestfalia (1648). L’autore costruisce però un parallelo con una precedente autorità politica, la città medievale (autonoma): trovandosi anch’essa a dover definire i propri rapporti con il “fuori”, questa lo aveva fatto accogliendo soggetti esterni dagli status graditi, come mercanti, pellegrini e artigiani specializzati, a seconda delle proprie necessità e dunque in maniera assai discrezionale. Quanto all’approccio degli Stati, il giusnaturalismo cinque-seicentesco teorizzava la libertà di movimento (Francisco de Vitoria) e l’asilo dalle persecuzioni (Ugo Grozio), ma in un’epoca di rafforzamento del potere statale lo stesso Grozio e giusnaturalisti posteriori (Samuel von Pufendorf, Christian Wolff, Emmeric de Vattel) affermavano il primato del sovrano nel decidere se e quando attenersi a questi e altri diritti cosiddetti “imperfetti”.

Con l’eccezione dell’universalismo controcorrente della rivoluzione francese, peraltro effimero e segnato da contraddizioni dovute alle convulse ostilità interne ed esterne, si inaugurava poi un’età in cui lo Stato ergeva la nazione a suo simbolo fondativo e caricava di significati identitari i propri confini, “non più burocratiche linee divisorie fra le sfere di competenza di indifferenti Leviatani”[1]. Addirittura, il “principio di reciprocità” – per cui uno Stato si riserva di trattare i cittadini di un altro Stato nello stesso modo in cui i propri cittadini sono trattati da quello Stato – diveniva la regola, sancita anche dal celebre Code Napoléon: esempio di quanto poco, nell’arena internazionale, i diritti personali fossero tali, subordinati com’erano al tramite degli Stati.

Nel contesto ottocentesco si diffondeva, se non altro, l’asilo ai condannati per reati politici, per influenza di un pensiero liberale che però “non tanto mette[va] in questione il primato “ontologico” dello Stato, quanto suggeri[va] la linea di condotta”. I soggetti stranieri accolti restavano passibili di essere guardati a vista ed espulsi all’improvviso, esposti, con buona pace delle teorie dello Stato di diritto, “alle scelte largamente discrezionali dei poteri amministrativi e delle forze di polizie”. Dopo le politiche restrittive adottate in numerosi Paesi occidentali in risposta alle migrazioni di massa di fine Ottocento, la Prima guerra mondiale, con il suo corollario di nazionalismo dilagante e “stato di eccezione”, esasperava la situazione dei cittadini residenti in Stati stranieri, fino all’internamento[2]. Il fascismo italiano, insomma, quando dilatava l’arbitrio del potere esecutivo, o quando adottava il principio di reciprocità che in Italia i governanti liberali avevano respinto, non inventava, ma inaspriva tendenze preesistenti.

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[1] Va rimarcato che la comunità di destini che giace alla base dell’identità nazionale è, riprendendo il titolo del bel saggio di Benedict Anderson, una “comunità immaginata”. Storicamente, proprio gli Stati hanno investito nel consolidamento di identità nazionali al loro interno, identità il cui carattere è quindi meno “naturale” di quanto sia comunemente percepito (si veda “L’invenzione della tradizione”, di Eric Hobsbawm, o “Britons: Forging the Nation 1707-1837”, di Linda Colley).

[2] Questo resoconto sintetico vale per gli Stati ottocenteschi europei e le loro frontiere, ma nelle colonie e fuori d’Europa la presa degli apparati statali era più fluida e meno occhiuta. Devo a Emanuele Felice l’aver indirettamente richiamato la mia attenzione su un passo de “Il mondo di ieri” di Stefan Zweig (1942): “Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India e l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto. Si saliva e si scendeva da un treno o da una nave senza interrogare o senza venire interrogati, non c’era da riempire uno solo dei cento formulari oggi richiesti”.


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King's College London. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo, sul populismo, sulle discrepanze di opinione tra élite e cittadini, sulla teoria costruttivista.

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